I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

UNA CASA PER ZUBAYDA

Duban dalle grandi mani, raccoglieva pomodori nelle terre del Basento. Aveva poco più di vent’anni e una moglie lontana che l’aspettava ad El Jadida, laggiù nel Marocco.

La sognava ogni notte, Zubayda dalla pelle di seta, occhi scuri di cerbiatta e mani delicate.

Un uomo non piange e lui non piangeva con gli occhi spalancati nella notte, buttato su un lurido pagliericcio insieme a molti altri nella masseria dove lavorava. Sognava anche sua madre e i fratelli, tanti, e la fame e la miseria che l’avevano costretto a partire.

Non si vedeva il mare da quei campi senza fine, da quelle colline dall’aria dolce e sonnolenta.

Non l’azzurro cupo delle onde che accarezzavano le spiagge della sua terra, bianche come cipria finissima, ma inverni gelidi e piovosi che gli ghiacciavano corpo e anima.

Aveva dovuto lasciarla la sua Zubayda, dopo neanche sei mesi di matrimonio, col desiderio ancora intenso del suo docile corpo di ragazza, poco più di una bambina.

Non sapeva quando l’avrebbe rivista né quando sarebbe tornato.

Il padrone glielo diceva spesso: ”Portati la moglie, Duban ragazzo mio, che così tu ti ammali di nostalgia!”

Facile a dirsi! Ma dove la portava la sua Zubayda, in quel fetido camerone dove dormivano in dieci?

Il padrone era un brav’uomo che capiva la malattia della sua anima, perché era stato emigrante anche lui, in Germania, negli anni lontani della sua giovinezza.

Lui era onesto, non come altri che ti fanno lavorare come una bestia, e poi trovano cento pretesti per non pagarti, perché sanno che sei clandestino e non li puoi denunciare. Lui a Duban dalle grandi mani, lo pagava sempre, anche se la metà di quanto avrebbe dovuto perché, dal salario, ci toglieva le spese che aveva: “Lo sai com’è ragazzo mio, ti devo versare i contributi, e poi mi son costate tutte quelle carte per farti avere il permesso di soggiorno. Ma tanto a te basta non è vero? Non hai grilli per la testa tu. Così un domani te la fai venire la moglie, e smetti d’essere triste.”

Un giorno, forse, ma quando? Intanto lui continuava a sognarla la sua donna, col suo corpo di giovane uomo che non può saziarsi e che il duro lavoro dei campi non riesce a stremare….

Dovresti cercarti una casa giù in paese”, gli diceva il padrone”così puoi far venire la tua donna.” Già, e chi gliela da una casa a Duban, e quanti soldi d’affitto gli chiederebbero?

Ci pensava però, e continuando a pensarci, gli sembrava sempre più possibile.

Lo conoscevano, in fondo, giù in paese. Lo chiamavano spesso per fare piccoli lavoretti: un tubo che perde, un muretto da tirare su, un maiale da macellare, uno steccato da costruire…sa fare tutto, Duban dalle grandi mani, e poi è preciso, pulito, onesto.”Tutti ti vogliono bene, ragazzo mio.” Il padrone lo diceva sempre…

Intanto il tempo passava, un inverno tira l’altro, trascorsero due anni.

Quanto piange Zubayda nella casa di sua madre dove lui l’ha lasciata. Siccome non sa scrivere, gli fa mandare lunghe lettere da un cugino. Lettere che Duban non legge, perché non sa leggere. Le conserva tutte, però, così quando tornerà in Marocco se le potrà far leggere dallo stesso cugino.

Ma quando tornerà in Marocco? Ci tornerà mai ? Tirerà forse la vita in questo paese lontano così difficile da capire e impossibile da amare?

Ogni mese telefona a sua madre per avere notizie, qualche volta riesce a parlare con Zubayda, ma lei dopo due parole piange, e non fanno mai a tempo a dirsi niente. Quasi  si è scordato il suo dolce visino. Una fatica cercare di ricordare i suoi grandi occhi di cerbiatta e le sue manine delicate! Ricorda solo il profumo di rose e cannella che emanava dalla sua persona e che torna a tormentarlo nelle sue notti insonni.

Un giorno il padrone lo chiama e gli dice: “Duban, ragazzo, ti ho trovato una casa in paese. Ti ricordi il Professore, quello che c’ha il trappeto dove ti ho mandato a far dei lavori il mese scorso? Beh, lui ha una piccola casa nel paese vecchio, è vuota. Se la vuoi te l’affitta per 200 Euro il mese, che ne dici?”

Che può dire Duban dalle grandi mani…! E’ felice, ha gli occhi pieni di lacrime. Ancora non si rende conto di quanto poco resterebbe del suo salario dopo aver tolto 200 Euro…

Pensa solo che potrà far venire la sua Zubayda, che potrà stringere il suo corpo caldo e profumato, risentire la sua voce…Ma forse lei soffrirà di nostalgia, è così giovane ancora…ci penserà lui a consolarla e lavorerà il doppio, il triplo e ancora di più, e potranno ritornare presto in Marocco e le costruirà una piccola casa, Duban dalle grandi mani. Una casa che guarda il mare là sulle spiagge di cipria di El Jadida….

Così fantasticava Duban, mentre continuava a lavorare senza sentire fatica, con gli occhi persi nell’orizzonte, e il cuore che sembrava rotolargli nel petto nel vorticoso galoppare della sua fantasia.

I giorni successivi passarono veloci, a ripensarci dopo non sarebbe riuscito a ricordarli.

Duban viveva su una nuvola aspettando…

Finalmente il padrone lo chiama. C’è il Professore che vuole conoscerlo, definire l’accordo per la casa.

Il Professore è un ometto piccolo e tondo, dalla faccia simpatica. Parla in fretta mangiandosi le parole. Duban non riesce a capire tutto quello che dice, ma capisce che gli darà la casa perché il padrone ha parlato bene di lui, perché Duban è un gran lavoratore, un ragazzo onesto.

Tutti vogliono bene a Duban dalle grandi mani…La casa è piccola, sarebbe necessario tinteggiarla…Faccio tutto io, professore, si a mie spese, va bene tutto.Qualunque cosa pur di avere una casa per Zubayda.Ma il Professore continua a parlare…Due mesi anticipati per la caparra, d’accordo, che altro ancora? Niente contratto,siamo gentiluomini, e che vuol dire questa parola? Duban ha la testa in fiamme, il suo cervello è annebbiato di parole. La faccia tonda del professore sorride, anche il padrone sorride, ma ha l’aria dubbiosa. Duban non sa più quel che dice, sa solo che avrà finalmente una casa tutta sua, a che condizioni non vuole pensarci, ci penserà domani, o dopo ancora…A Zubayda per ora non dirà niente, così per scaramanzia…

Due giorni dopo, Duban va a vedere la casa. E’ più piccola di quel che pensava, non è messa bene, sembra aggrapparsi alle case vicine per non cadere.

I muri sono scrostati, c’è un piccolo balcone dove il sole non batterà mai, talmente basso rispetto alla strada, che chiunque ci si potrebbe arrampicare. Dal portoncino si entra in una stanza piuttosto grande che funge da cucina e da soggiorno. Il bagno è stato ricavato nel sottoscala. Una scaletta ripida, porta al piano superiore composto da un’unica stanza, quella con il balcone. Macchie di muffa sui muri denunciano la mancanza di riscaldamento, in un angolo una vecchia stufa a gas, ma solo nella stanza a pianterreno.

I mobili sono ridotti all’essenziale e sono vecchi.  Il frigorifero funziona ma i ripiani all’interno sono rotti, la cucina ha chiaramente vissuto tempi migliori. Il tavolo traballa e ci sono solo tre sedie…Duban non vuole ascoltare il suo cuore che gli grida la sua delusione, è vero, la casa è brutta e triste ma è pur sempre una casa.

 Lui la sistemerà, non sa fare tutto Duban dalle grandi mani? Il Padrone che l’ha accompagnato, lo guarda triste: “Non ti preoccupare ragazzo, ho dei vecchi mobili che posso prestarti, vedrai che la sistemi questa casa. Una mano di tinta, una bella pulita e sembrerà tutta un’altra cosa, vedrai.”

Duban non è convinto, la nostalgia gli brucia le palpebre con lacrime di sale. Si fa forza però, metterà tutto a posto per quando verrà Zubayda.

Ma nel cuore ha l’immagine delle case bianche di El Jadida intonacate a calce che sembrano di zucchero, i bei tappeti sui quali Zubayda si muove con i suoi piedini leggeri, il profumo del pane allo zenzero che prepara sua madre…Un uomo non piange e non piangeva Duban seduto silenzioso a fianco del padrone, mentre in macchina tornavano alla masseria. Lo sguardo scivolava vuoto e indifferente sui campi coltivati, sulle colline dai fianchi dolci, sugli alberi d’ulivo, cercando all’orizzonte  un mare di cobalto che non c’era….

I giorni che seguirono furono frenetici. Il lavoro nei campi e la casa da sistemare, i risparmi svaniti come neve al sole, Duban non sentiva la stanchezza che gli macinava le ossa, ma la sera crollava stremato in un sonno di piombo senza sogni. Il padrone gli aveva prestato una vecchia “Ape”con la quale faceva su e giù dalla masseria al paese.

 Il tempo per lui si accorciava e si allungava sull’onda delle sue emozioni, ma un’ansia strana,che non riusciva a spiegarsi, gli stringeva il cuore.

Ha quasi finito di sistemare la casa, che il padrone lo prende da parte e gli dice:”C’è un problema Duban ragazzo mio…”Un problema! Di che parla il padrone? A Duban il cuore si fa di piombo. Gli sembra che un macigno gli scivoli pian piano per la gola fino a strozzarlo. “Ragazzo, il Professore mi ha detto che in paese ci sono malumori per la casa che ti ha affittato…”Malumori, cosa vuol dire malumori? Questa parola sconosciuta gli suona minacciosa come una condanna.

Sai, gente ignorante…Hanno paura per le figlie…tu sei giovane…”Il padrone ha la faccia rossa mentre gli dice queste cose. Non lo guarda neanche negli occhi; le parole, scivolandogli fra le labbra sottili, si ingarbugliano, si annodano sciogliendosi poi in frasi che per Duban non hanno alcun senso.

Le figlie! E di che figlie parla; le figlie di chi? Ma Duban manco le guarda le donne. Per lui esiste solo Zubayda.Non ti devi preoccupare però, il Professore mi ha assicurato che te la da ugualmente la casa.” Il padrone gli da un’amichevole pacca sulla spalla, e lo lascia solo con i suoi pensieri. Ma non diceva proprio lui, che tutti gli vogliono bene a Duban dalle grandi mani? Eppure quasi più nessuno lo saluta quando scende in paese, anche persone che lo conoscono bene.

All’inizio Duban non ci aveva fatto caso. Aveva pensato che erano distratti, che forse non l’avevano visto. Ora però capisce tutto all’improvviso. Ma perché non lo vogliono? Che cosa avrà fatto di male? Ma a lui non importa, andrà per la sua strada come al solito. Ciò che conta è il futuro per lui e per Zubayda. Si rassegneranno, alla fine lo accetteranno, dovranno farlo…Ma forse è il caso di aspettare a far venire Zubayda, rimanderà di un mese magari due, fino a che le acque si saranno calmate…

Finalmente arriva il giorno in cui Duban può prendere possesso della casa. Ha perso sei chili per la fatica e l’ansia ma è felice. Nonostante le pareti fresche di pittura, i mobili prestati dal padrone, le finestre spalancate, la casa è sempre simile ad un tugurio. Il sole si ostina a non volerci entrare, al contrario della polvere che invece copre ogni cosa, insinuante, appiccicosa, umida.

 Duban si guarda intorno e il cuore gli si stringe ma lui si astina ad ignorarlo. Sistema le sue poche cose in un armadio dissestato. Si prepara il letto, è stanco, non resisterà fino al tramonto. Non sente neanche la fame ma solo una stanchezza invincibile che gli appesantisce le palpebre e gli chiude la mente ai pensieri.

Si sente disperatamente solo. Quasi rimpiange il camerone in cui ha dormito fino alla notte prima, gli altri nove disperati come e più di lui, i loro respiri pesanti, l’odore acre dei loro corpi sudati. Duban va nel piccolo bagno per lavarsi. La doccia non c’è ma non fa niente. L’acqua è solo fredda perché non c’è lo scaldabagno, per ora Duban non ha soldi per comprarlo…il rubinetto perde, si è dimenticato di ripararlo. Domani, lo farà domani….

Si butta sul letto vestito e cade in un sonno di piombo, dalla strada giungono schiamazzi, voci di ragazzi, urli di bambini, lui non sente niente, la sua anima è lontana, scivola leggera sulle spiagge di cipria di El Jadida…

Il giorno dopo, all’alba è giù in strada per andare alla masseria. Nel salire sull’Ape, si accorge di una scritta sul muro vicino al portone, fatta con la vernice rossa: ” Vattene Negro!”

La parola "negro"ha la lettera iniziale maiuscola ed è perfino sottolineata. Sarebbe lui il ‘negro’? Ma se ha la pelle appena un pò olivastra!

Duban ora non ha il tempo né la voglia di pensarci. Deve andare alla masseria ed è già in ritardo. Chissà perché non si sente insultato. Possibile che ce l’avessero con lui? Lo conoscono tutti nel paese! Sarà stata la bravata di qualche ragazzaccio…I morsi della fame gli mangiano lo stomaco. La sera prima era troppo stanco e si è dimenticato di mangiare. Per fortuna una volta arrivato, Ahmed l’egiziano, suo amico dai primi mesi in Italia, gli offre un gran pezzo di pane caldo con delle olive.

La giornata vola, fra la fatica e l’ansia di tornare a casa, e al tramonto, Duban è sulla via del ritorno sulla vecchia “Ape” che scoppietta e traballa sulla strada dissestata.

Questa volta Duban è stato previdente, ha fatto la spesa. Entra in casa senza guardare né a destra né a sinistra. Nella casa odore di chiuso e di polvere.

La solitudine è un dolore sordo alla bocca dello stomaco. Duban apparecchia la tavola con le cose che ha portato, pane, formaggi, olive, una bottiglia di acqua minerale, frutta. Mangia meccanicamente, la mente assente…Come si troverà Zubayda in questo posto ostile? Le piacerà questa casa? Come sopporterà gli inverni gelidi e la solitudine delle giornate senza di lui, senza sua madre o le sue sorelle o le sue amiche? Lei verrà se lui glielo chiederà, come è il dovere di una buona moglie, ma Duban lo sa che non sarà felice…

Duban si lava alla meglio con l’acqua troppo fredda e si infila tremante sotto le coperte. Gli occhi spalancati nel buio, aspettano il sonno che non arriva…Neanche il pensiero di sua moglie e del suo morbido corpo profumato di rose e di cannella, lo consola…I rumori della notte lo tengono in uno stato di inspiegabile tensione. I fantasmi generati dalle sue paure, lo aggrediscono dagli angoli bui della stanza. Era tornato bambino Duban dalle grandi mani, ma un uomo non piange e lui non piangeva anche se l’anima gli si sbriciolava in mille frammenti di paura e nostalgia…

Il giorno dopo pioveva, un vento gelido spazzava la strada nell’aria livida dell’alba. Duban esce in fretta dal portone calcandosi il berretto sulle orecchie. Il vento lo schiaffeggia ostile pungendogli il viso con i suoi aghi d’acqua. Avvicinandosi all’Ape il cuore gli si fa di ghiaccio: qualcuno, chissà chi, gli ha tagliato le gomme...

Duban fissa le gomme immobile sotto l’acqua implacabile. E’ incapace di pensare. L’evidenza di quell’ostilità che non vuole accettare, lo colpisce come un pugno in pieno viso. Si guarda intorno stranito immaginando sguardi nascosti dietro le persiane chiuse. Non c’è nessuno sulla strada deserta a quell’ora del mattino ma lui si sente spiato, pericolosamente vulnerabile. E’ancora un ragazzo Duban dalle grandi mani! Un ragazzo nel corpo di un uomo.

Con passi lenti comincia a camminare, ormai i vestiti sono fradici, lui non pensa a rientrare in casa, vuole arrivare alla masseria, l’unico posto dove ora si sente al sicuro. Sulla strada principale qualcuno impietosito dal suo stato, gli da un passaggio su un furgoncino mal messo. E’ Gennaro un bracciante che qualche volta ha lavorato alla masseria.”Che ti è successo, ragazzo? C ’hai ‘na faccia!” Ma Duban non risponde, non riesce a dire una parola, vuole solo arrivare dai suoi compagni di sempre che lo conoscono e gli vogliono bene…

Dopo un viaggio che gli sembra interminabile, finalmente arriva. I compagni gli si fanno intorno con cento domande. Gli danno dei vestiti asciutti e qualcosa di caldo da bere. Duban continua a tremare di freddo o di paura o di rabbia…Il padrone lo guarda scotendo la testa, ma non dice niente…

Nei giorni successivi Duban si ferma alla masseria. Con il padrone è andato a prendere l’Ape e qualche vestito di ricambio. Non se la sente per ora di tornare nella casa. L’enormità del sentimento di ingiustizia che prova, lo fa soffrire. Prima tutti erano gentili con lui, al paese. Lo salutavano per strada, talvolta gli offrivano il caffè al bar, lo chiamavano nelle case a fare i lavori. Non sa spiegarsi Duban quello che sta succedendo. Quasi non pensa più a Zubayda e alla sua pelle di seta. Il suo cuore è come accartocciato su se stesso, imbrigliato in un dolore cupo che lo fa sentire come un corpo estraneo sulla faccia del mondo, di quel mondo fino a quel momento conosciuto se non familiare, che ora gli volta le spalle senza un motivo, inspiegabilmente. Gli sembra sempre più difficile portare Zubayda in Italia. Sente che lei fa parte di un altro mondo lontano da questo anni luce; sente che questo è un mondo che non gli piace e a cui soprattutto lui non piace. Ahmed cerca di consolarlo. Che intende fare dunque? Lasciare la casa che gli è costata tutti i suoi risparmi? Arrendersi agli ostacoli? Alla idiozia degli uomini? Ahmed si offre di andare a vivere con lui nella casa fino a quando le acque non si calmeranno. Duban gli è profondamente grato. Senza di lui non troverebbe mai la forza di tornare in quella casa, non per paura, ma per il senso di solitudine inumana che prova fra quelle mura. Per quel gelo che gli stringe il cuore davanti a quegli scuri chiusi dietro i quali indovina un’ostilità senza speranza che gli toglie l’entusiasmo e gli raggrinzisce il coraggio e l’usuale allegria.

Tornano nella casa di notte, quasi per evitare di incontrare qualcuno, quasi fossero ladri, quasi si vergognassero….I primi giorni passano tranquilli. Forse Ahmed intimidisce tutti, alto e possente com’è, con quegli occhi fieri che non temono nulla. Forse la gente comincia ad abituarsi a loro, ad accettarli…

Una notte, dopo circa una settimana, Duban stenta ad addormentarsi come gli capita spesso ormai. Sente il respiro pesante di Ahmed che dorme in una branda accanto alla sua e questo lo rassicura, gli calma l’ansia che lo tormenta. Ad un tratto però si accorge di un rumore diverso che non riesce a definire, proveniente dal balcone. Sembrano dei fruscii, come qualcuno che si stia arrampicando…Ecco che qualcosa sbatte contro la ringhiera. Qualcosa di leggero perché non fa un gran rumore, e poi sfrigolii come di carta spiegazzata…Duban guarda verso Ahmed che continua a dormire…Il cuore gli batte all’impazzata. Non è paura ma gli si avvicina molto. Fa per alzarsi e in quel momento sente la voce impastata di Ahmed che dice:”Dove vai? Cosa vuoi fare?” Anche lui ha sentito a quanto pare.

Fermati, non ti muovere!” Continua Ahmed, la voce è affannata…Ma Duban è già vicino al balcone, le mani sulla corda della tapparella. Cerca di sollevarla ma quella si incanta… Lui ci mette tutta la forza che ha, come se ne andasse della sua stessa vita. Uno strappo violento e quella si sblocca all’improvviso….

L’esplosione scaraventa Duban dall’altro lato della stanza. Dalla maglia stappata sul petto, il sangue esce copioso. I frammenti di vetro e i pezzi di legno degli stipiti sono sparsi per tutta la stanza. Un pezzo di tapparella ha colpito Ahmed ferendolo leggermente ad un braccio. Lui si precipita verso l’amico che giace esanime in un angolo.

Duban sembra morto, ha il viso e le braccia insanguinate.

Ahmed appoggia l’orecchio sul petto ferito dell’altro per sentire se il cuore batte ancora…

Quello che succede dopo è per Ahmed avvolto come in un velo che rende tutto confuso…

Arrivano i carabinieri e poi i pompieri, la casa si riempie di gente, finalmente dopo un tempo che gli pare interminabile, arriva anche l’autoambulanza che si porta via Duban a sirene spiegate….

Ahmed è sconvolto, quasi non sente le domande che gli fanno. Non capisce, lo trattano con durezza quasi fosse lui il criminale. Finalmente qualcuno si rende conto che anche lui è ferito anche se leggermente…

Lo fanno sedere, gli danno un bicchiere d’acqua e mandano a chiamare un dottore.

Ahmed ha passato ore in caserma a rispondere a domande per le quali non ha una risposta…

Nessuno gli da notizie di Duban, è vivo, è morto, dove si trova….

Finalmente si convincono che lui e Duban sono le vittime…Ma gli dispiace…Si vede chiaramente che avrebbero voluto trovare spiegazioni più comode, più accettabili.

Ahmed chiede di essere accompagnato all’ospedale. Quelli si guardano in faccia per la prima volta imbarazzati….Un gelo improvviso stringe Ahmed alla gola.

Esce in fretta dalla caserma, nessuno lo ferma. Non sa nemmeno come, ma trova il modo di arrivare all’ospedale. Lì trova tutti i suoi compagni e anche il padrone…Nessuno ha il coraggio di dirgli…

Ma lui già lo sa che Duban è morto. Lo sente nella carne, un dolore sordo come morsi voraci che. gli mangiano il cuore.

Non vedrà più El Jadida e le sue spiagge di cipria, Duban dalle grandi mani. Non abbraccerà mai più la sua sposa bambina, Zubayda dalla pelle di seta.

La sua vita è finita in un giorno qualunque, di un inverno qualunque in un paese qualunque che lui non amava e che non amava lui…Duban dalle grandi mani, era solo un ragazzo nel corpo di un uomo….Aveva poco più di vent’anni…

Un uomo non piange e non piangeva Ahmed, gli occhi vuoti fissi all’orizzonte, oltre la finestra chiusa, oltre i vetri sporchi, oltre quella stanza gelida e fetida di disinfettanti, cercando al di là dell’alba, un mare di cobalto che non c’era….

 

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