I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL VENTRE PROFONDO DELL'AMERICA

Il capitano Owen Philler, detto Sweety, della polizia di Lakecity, sgranocchiava noccioline, seduto nell’auto di ordinanza, ferma presso l’unico semaforo dell’unico incrocio della cittadina.

Ogni tanto si guardava compiaciuto nello specchietto retrovisore.

Era profondamente soddisfatto di se stesso.

Alto, magro ma muscoloso, un viso dai lineamenti regolari, la mascella squadrata regolamentare, era un bell’uomo e sapeva di esserlo. Si lisciò la camicia che tirava sul torace possente, chiedendosi come avrebbe riempito le ore, dopo essere smontato dal servizio.

Il suo collega, nonché amico di bisbocce Johnny Reed era alle prese con l’ultimo parto di sua moglie, e non si sarebbe visto per un po’, Rita, la sua ultima donna, quella sera, aspettava suo marito di ritorno da uno dei suoi frequenti viaggi.

Probabilmente, sarebbe stato costretto a tornarsene a casa, a guardare la televisione con l’unica compagnia di una bottiglia di birra.

Sbadigliò irritato. Faceva caldo. Un nugolo di mosche altrettanto annoiate, svolazzavano fastidiose, nell’abitacolo dell’auto.

Chissà se Stella avrebbe lasciato la finestra aperta quella sera. Con un po’ di fortuna avrebbe potuto guardarla mentre si spogliava prima di andare a letto…

 Stella puliva con foga il piano del bancone del bar dove lavorava. Con la mano bagnata si tirò indietro una ciocca di capelli color cenere, che le ricadeva sul viso. Quella giornata sembrava non finire mai.

Si sentiva stanca, accaldata e sporca. Non vedeva l’ora di tornare a casa, fare una doccia e infilarsi nel letto.

Sperava solo di non trovare di nuovo sua madre svenuta sul pavimento, immersa nel suo vomito.

La madre aveva quarant’ anni e ne dimostrava sessanta. Il marito l’aveva lasciata, quando Stella aveva tre anni. Da allora lei si era arrangiata alla meno peggio, per sopravvivere.

Si aiutava con l’alcol, e per molti anni era riuscita a nascondere il suo vizio. Alla fine però, questo aveva preso il sopravvento e si era lasciata andare completamente, lasciando alla figlia di appena sedici anni il faticoso compito di tirare avanti la famiglia.

Stella avrebbe dato un anno di vita per poter andar via da quel maledetto buco, sperduto nel deserto. Ma sapeva che non sarebbe stato facile. Dove sarebbe potuta andare? E con quali soldi? Sam, il padrone del bar, le dava un salario da fame! E poi che fare di sua madre? Stella non si faceva illusioni, avrebbe continuato a bere fino a che il fegato le si fosse spappolato.

“ E quando te ne vai maledetto stronzo!” Pensò, guardando l’unico avventore, presente in quel momento nel locale.

 Per un patto tacito, lei e il padrone si erano accordati che smontasse al tramonto, per evitare di venire a contatto con tutti quei perditempo che passavano lì le loro serate.

In quel momento l’oggetto delle sue attenzioni, la guardava con insistenza, lo sguardo liquido e insinuante, e di Sammy, neanche l’ombra. Chissà dove diavolo si era andato ad infilare?

 Fedele Ramirez era diretto a Dallas, dove viveva di truffe e altri espedienti di piccolo cabotaggio.

Solo un imprevisto quanto inopportuno guasto a quella vecchia carretta che il suo amico Jake si ostinava a definire macchina, l’aveva costretto a fermarsi in quel posto dimenticato da Dio.

“ Sicuro che non appare neanche sulla carta stradale!” pensava stizzito. Faceva un caldo infernale che lo faceva sudare copiosamente. Per giunta il suo ultimo “ affare” non era andato come si era augurato. Ci avrebbe perso anche le spese del viaggio, maledizione!

Si consolava guardando la ragazza al bancone e sorseggiando un caffè imbevibile.

“ Non male la pupa! Quanti anni potrebbe avere? 20? Forse meno. Qui le donne sviluppano presto, questa poi è destinata a diventare grassa. Le gambe sono lunghe e magre, ma ha i fianchi grossi. E le tette? Una quinta misura a occhio e croce…”

Ramirez era quasi tentato a provare un approccio. La ragazza gli piaceva. Anche se aveva occhi strani, allungati, di un colore indefinibile che gli faceva pensare a gli occhi di un gatto.

I capelli chiari e la pelle appena ambrata, non riuscivano a nascondere il sangue nero che, anche se molto diluito, scorreva nelle sue vene. E quel taglio d’occhi poi, era sicuramente il frutto di altri incroci bastardi, avvenuti in un passato ormai troppo remoto per ricordarlo.

Non avrebbe potuto definirla bella, ma c’era in lei qualcosa di selvaggio e duro che l’attraeva molto.

“ Mi piacerebbe proprio domare questa cavallina!” Pensò compiaciuto.

 Sam entrò nel suo locale con passo affrettato. Era in ritardo e aveva fretta di mandare Stella a casa, prima che arrivassero certi suoi clienti “particolari”, facili ad allungare le mani e a bere troppo.

Per loro c’erano le “ragazze” del piano superiore. Roba non proprio finissima, ma più che sufficiente per una manica di ubriaconi come loro.

Considerava Stella come una figlia e il solo motivo per cui la pagava poco o niente era, per evitare che i soldi finissero nelle mani di sua madre, che se li sarebbe bevuti in un batter d’occhio.

Quella donna era una spugna ormai, eppure nessuno l’avrebbe detto, quando era arrivata a Lakecity, quasi venti anni prima con il suo giovane marito. Alta e scura quanto lui era biondo, aveva curve da mozzare il fiato. Era stata perfino l’amante di Sam, per alcuni anni, quando il marito l’aveva lasciata.

Era una brava donna in fin dei conti. Non avrebbe dovuto permetterle di lasciarlo. Forse non sarebbe finita così. Si era perfino offerta di battere nel suo locale figuriamoci! Ammesso, nello stato in cui era, neanche questo poteva più fare.

“ Dai Stella, è meglio che torni a casa prima che faccia buio.” Disse con tono ruvido, rivolgendosi alla ragazza che continuava a pulire il bancone. Lei gli sorrise sollevata e si diresse nel retro a prendere la sua roba.

“ Maledetto ficcanaso!” pensò Fedele Ramirez, ma poi si consolò pensando che si sentiva troppo stanco per una ragazza. Magari avrebbe chiesto una stanza per farsi un riposino prima di ripartire.

 Stella si diede una rinfrescata in bagno, prima di uscire. Senza accorgersene, si mordeva il labbro inferiore pensierosa. Sarebbe tornata a casa evitando l’incrocio. Non voleva incontrarlo.

 Sweety, l’avrebbe fermata di sicuro con qualche stupida scusa. Certo avrebbe trovato un pretesto per metterle le mani addosso, quel porco.

Sapeva benissimo che si appostava a spiarla, come aveva fatto quell’unica sera che lei si era spogliata dimenticando di chiudere le imposte della finestra della sua camera. Ma non sarebbe più accaduto, accidenti a lui.

Uscì dal locale, guardandosi intorno circospetta, ma fu con vero sollievo che vide che c’era qualcuno ad aspettarla.

Ramon le andò incontro con il suo solito sorriso scanzonato sulle labbra, gli occhi neri luminosi  e sinceri. “ Ho pensato di accompagnarti a casa, quello lì è appostato all’incrocio ad aspettarti.” Le disse, alludendo a Sweety.

Ramon era il prodotto di generazioni di messicani. Ultimo di dieci figli, lavorava con il padre e i fratelli, nell’unica officina meccanica della città.

Non molto alto per essere un uomo, scuro di pelle, aveva capelli neri e lisci che in quel momento, per il sudore, gli stavano appiccicati sulla fronte spaziosa. Il suo corpo esile, era tutto un fascio di muscoli e nervi. Lui e Stella avevano la stessa età, ed erano cresciuti insieme, quasi come fratelli. E un fratello lei lo considerava e anche il suo amico più caro.

“Come farei senza di te, fratellino!” Gli disse lei sollevata. “ Stavo proprio pensando a che strada avrei potuto fare, per non incontrarlo. Ma lo sai che nel locale di Sam, c’era anche un forestiero, un tipo untuoso che non mi toglieva gli occhi di dosso?”

“ Me l’ha detto il vecchio.” Rispose Ramon alludendo a suo padre. “ E’ un tizio a cui si è rotta la macchina. Un vecchio catorcio. Ci abbiamo lavorato tutto il pomeriggio. Quando vedrà il conto!…”

Continuando a chiacchierare, si avviarono verso la casa di Stella.

 Il capitano Owen Philler, li vide arrivare da lontano, e fece una smorfia di disappunto.

“ E’ andato a prenderla, il maledetto pidocchio!” Pensò irritato. All’improvviso gli passò tutto il buon umore che aveva.

Si era già preparato una serie di scuse per fermarla, ma ora quel maledetto messicano aveva rovinato tutto.

Sweety si passò la lingua sulle labbra carnose, forse avrebbe fatto una capatina dalle puttane di Sam, tuttavia la sera non era finita dopo tutto, non si poteva mai dire. Rimase assorto a fissare la strada deserta davanti a lui. Come non succedeva mai niente di interessante in quel dannato paese!

Solo quel vento caldo e implacabile che alzava la polvere del deserto in spessi mulinelli.

Mai una rapina, mai un inseguimento, solo risse fra ubriachi.

L’ultimo omicidio era avvenuto quando lui era sergente e il vecchio Jim Bellow aveva ammazzato la moglie che lo tradiva con un negro, il primo e ultimo garzone di Sam.

Nella locale stazione di polizia, si annoiavano tutti; Pancio Muller che prendeva le telefonate, Antonio Sancez che si lamentava in continuazione di non fare carriera, e mai la poteva fare, da messicano qual’era, e Johnny Reed, che quando non sapeva cosa fare, metteva incinte, oltre sua moglie, tutte le meticce della zona.

Erano bravi ragazzi dopo tutto, fedeli a lui fino al midollo, che sapevano stare al loro posto. Su di loro Sweety regnava come un piccolo monarca indiscusso. Così come sul resto della città a dire il vero. I federali erano così lontani! Quasi in un altro mondo.

“ Io sono la legge!” Come diceva Burt Lancaster in un vecchio film e Sweety si mise a ridere da solo. Una mezzora dopo, alla fine del suo turno, salutò Antonio Sancez, giunto a prendere il suo posto, mise in moto la macchina e si diresse verso la casa di Stella.

 In quel momento la ragazza stava facendo la doccia. All’arrivo, come al solito aveva trovato la madre completamente persa nei fumi dell’alcol, abbandonata sul divano davanti alla televisione che parlava a vuoto. Davanti a lei, sul tavolino macchiato, qualche bottiglia vuota e i resti di una cena frettolosa.

Stella aveva sentito le lacrime pungerle gli occhi davanti allo squallore di quella camera, allo sguardo vitreo di sua madre e alla sua voce roca che pronunciava frasi incomprensibili.

Ramon l’aveva salutata in fretta, dicendo che doveva tornare in officina a finire un lavoro.

Con gesti lenti e rassegnati, la ragazza aveva messo a letto la madre e rassettato alla meno peggio la stanza. Poi aveva chiuso la porta di casa a doppia mandata ed era andata a lavarsi. Un’altra giornata inutile, finalmente finita.

Fuori, nel buio, Sweety guardava verso le finestre chiuse del primo piano. Sentiva l’irritazione crescergli in corpo con il trascorrere lento dei minuti. Non aveva più distrazioni quella piccola sgualdrinella!

“ Non hai speranze con Sweety, bambina. Non ti basterebbe farti tutti i camionisti di passaggio da Sam, per andartene da questo buco, e qui comando io!” Pensava rabbioso. Alla fine dovette rassegnarsi. Sarebbe andato al locale di Sam, c’era quella ragazza Lola, l’avrebbe malmenata un po’, tanto per farsi sbollire la rabbia.

Sweety era un vile che nascondeva la paura dietro la possanza fisica e le maniere aggressive. Aveva un culto quasi ossessivo per il suo corpo che estenuava con continui allenamenti solitari. La sua altezza superiore alla media lo faceva sentire un dio. Unita a tutto questo, la vena di sadismo che si portava dietro dall’infanzia, faceva di lui un individuo pericoloso. I suoi uomini non l’amavano, ma lo temevano e lo ammiravano.

Sweety si vantava di essere uno yankee puro sangue, e nessuno osava contraddirlo, ma in realtà suo padre, aveva sangue tedesco nelle vene. Il nonno paterno era emigrato negli Stati Uniti dove aveva cambiato il suo nome Helmut  Fildain, in Herry Philler, dopo aver sposato una ragazza del Texas.

Di suo padre, Sweety aveva ricordi penosi.

Era un violento che picchiava sua madre e lui.

Lei, stanca dei soprusi, era scappata con un piazzista di Dallas, lasciando il figlio ancora bambino.

Sweety non aveva mai dimenticato il terrore che il padre gli incuteva, e la prima cosa che aveva promesso a se stesso, era che mai più nella vita sarebbe stato vulnerabile e indifeso.

A sedici anni, le violenze erano finalmente finite, soltanto perché lui era diventato più grosso e più forte del suo vecchio e in un giorno memorabile l’aveva steso con un pugno.

Due anni dopo Bad Philler era stato ucciso durante una rissa. Sweety non lo rimpianse mai.

Da sua madre, non ebbe mai notizie né la cercò. Neanche sapeva se fosse viva o morta. Non gli importava. Come aveva potuto lasciarlo nelle grinfie di quell’uomo? Le donne erano tutte puttane dopo tutto.

 Masticando la rabbia per la delusione, Sweety montò in macchina e partì sgommando. Avrebbe escogitato qualcosa con Stella. Non poteva vincerla lei. Nessuno vinceva con il capitano Owen Philler.

 Il giorno dopo alle 8 in punto, Johnny Reed, prese servizio con evidente sollievo. Dopo una settimana di ferie pagate, per accudire sua moglie reduce dall’ennesimo parto, non ne poteva veramente più. Decisamente doveva farla sterilizzare, quella donna era più prolifica di un coniglio.

Con tutte le precauzioni che lui aveva preso, era nato il sesto figlio, una femmina per giunta.

Già i cinque che avevano erano sufficienti per farlo impazzire. Ogni volta che tornava a casa il chiasso che facevano e gli urli di sua moglie, gli facevano dolorosamente rimpiangere la pace della stazione di polizia.

Nonostante la giornata si trascinasse noiosa come al solito, Johnny Reed si sentiva euforico come non mai. Dopo il tramonto, prima di rincasare, avrebbe fatto una capatina da Sam per ritemprare le forze prima di tornare a casa.

Sweety lo accolse con calore, dandogli vigorose manate sulle spalle che gli tolsero il fiato.  “Finalmente sei tornato vecchio mio, questo posto è di una noia mortale quando manchi tu.” Gli disse cordiale. Anche Antonio Sancez, smise per un po’ di lamentarsi, e si dilungò a raccontargli come durante quella settimana non fosse successo assolutamente nulla.

Johnny Reed sorrise sornione, tutto come al solito allora, e gli sembrò di essere ritornato a casa dopo un lungo viaggio.

Molte ore dopo, seduto al bancone del locale di Sam, osservava pensieroso Stella che si aggirava fra i tavoli. Sweety si era proprio fissato con quella ragazza. Non che fosse brutta, anzi, ma ce n’erano tante come lei… Lola per esempio era molto più carina, con quel suo visetto orientale e il corpo minuto ma perfetto. Stella era così acerba, e anche troppo rustica per i suoi gusti.

“ E’ inutile che ti fermi, Johnny, Lola non sta tanto bene stasera.” Gli disse Sam a bassa voce, quasi leggendogli nel pensiero.

“ Che le è successo?”

“ Sweety è stato con lei ieri notte…”

“ Ah!” Esclamò Johnny Reed, e non fece altre domande.

In quel momento Fedele Ramirez, si avvicinò per pagare il conto. Il suo soggiorno a Lakecity si era protratto fin troppo.

Non vedeva l’ora di ripartire.

Per giunta aveva passato una nottataccia. In una camera vicina , era successo il finimondo, tonfi, lamenti, gemiti, e Dio sa cosa. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte.

E nessuno che chiamasse la polizia, in quel dannato paese! Tuttavia non ritenne opportuno fare le sue rimostranze al padrone. Meglio farsi i fatti propri, come gli diceva sempre sua madre.

Una cosa era certa, in quel dannato posto non ci avrebbe più rimesso piede.

Sperò ardentemente che la sua vecchia carretta, non lo lasciasse a piedi un’altra volta. Il conto del meccanico, era stato davvero salato, dannazione! Per giunta non avrebbe mai creduto che per ripararla, ci sarebbe voluto un giorno intero. Uscì dal locale con passo affrettato, senza degnare di uno sguardo la ragazza che si aggirava fra i tavoli. L’aveva già dimenticata.

 Sweety, appostato al solito incrocio, rimuginava. Chissà se Ramon avrebbe accompagnato Stella anche quella sera. In ogni modo era inutile fermarla mentre tornava a casa. Doveva escogitare qualche altra cosa. Era stufo di aspettare. Quella piccola sgualdrinella, meritava una lezione.

Tornando a casa quella sera insieme a Ramon, Stella si stupì di non vedere il capitano Philler al solito incrocio. Un evento più unico che raro, che incomprensibilmente le diede una vaga inquietudine.

“ Vuoi entrare a bere una birra, Ramon” Chiese al suo amico, una volta giunti sulla soglia di casa.

“ La berrei volentieri, ma ho promesso ai miei di cenare con loro ed è già tardi. Un’altra volta magari.” Rispose lui dispiaciuto.

In realtà non voleva metterla in imbarazzo. Sapeva quanto la facesse soffrire che gli altri potessero vedere in che stato era ridotta sua madre.

Si salutarono affettuosi e lei entrò in casa, mentre lui andava via.

Rimase ferma sulla soglia, mentre una morsa le stringeva il petto. La scena era sempre la stessa, la stanza in disordine, l’aria viziata, l’unica differenza era che sua madre era riuscita a trascinarsi nella sua camera. Si chiese in che stato l’avrebbe trovata.

Stava ripulendo i portacenere, quando bussarono alla porta. Forse Ramon aveva cambiato idea!

 Ramon si sentiva nervoso, senza sapere perché.

Per tutta la durata della cena, non disse una parola.

Siccome però non era stato mai particolarmente loquace, nessuno se ne accorse.

In realtà il non aver visto Philler al solito incrocio, lo faceva sentire inquieto. Non si poteva mai sapere cosa stesse escogitando. Forse avrebbe dovuto accompagnare Stella fin dentro casa, per assicurarsi che tutto fosse a posto. Decise che dopo cena, sarebbe ripassato da lei. Non si sentiva tranquillo.

Anche Sam, non si sentiva tranquillo, anzi era francamente irritato per non dire furioso.

Non si poteva continuare così.

Ogni volta era la stessa storia, anzi peggio.

Lola era ridotta veramente male, non avrebbe potuto lavorare per almeno una settimana.

Doveva fare assolutamente qualcosa. Una volta o l’altra, avrebbe perso qualche ragazza, se non avesse preso provvedimenti, ma cosa? Come?

Per prima cosa bisognava allontanare Stella. Non si poteva più aspettare. L’avrebbe spedita da sua sorella a New York, con o senza la sua approvazione. Il più lontano possibile, dove lui non potesse trovarla… 

Sweety, sotto la doccia, imprecava facendo il conto dei danni. Quella gatta l’aveva graffiato ben bene e anche morso. Gli era andata anche bene che non era riuscita a cavargli un occhio.

Si era difesa! E con che forza! Chi l’avrebbe mai detto. Ma era stata una lotta impari ovviamente.

Forse l’aveva lasciata un po’ malconcia. Dannazione, non riusciva mai a controllarsi. Ogni volta si ripeteva che era l’ultima, ma poi ci ricascava.

Ma chi poteva dire che alla fine non le fosse piaciuto?

D'altronde se l’era meritato. Nessuno può dire di no a Owen Philler.

Il sapone bruciava sui graffi.

“ Come farò a nascondere questi segni?” Si chiese.

 Ramon entrò dalla porta sul retro. Stella non gli aveva aperto, ma in casa tutte le luci erano accese e si sentivano dei rumori.

All’inizio non la vide.

Era rannicchiata ai piedi del divano. Le ginocchia strette fra le braccia, i capelli sciolti che coprivano il vestito strappato.

Piangeva.

Anzi, peggio, mugolava come un piccolo animale ferito. Quando lui le sfiorò la spalla, sobbalzò di  paura e di dolore.

Le braccia e le gambe erano nere di lividi. Aveva il viso tumefatto e le usciva sangue dal naso.

Quando lui cercò di sollevarla da terra, urlò di dolore. Forse aveva anche qualche costola incrinata.

In qualche modo riuscì a metterla in macchina per portarla all’ospedale, nella città più vicina.

Guidava come in trance, senza parlare. Sul sedile posteriore Stella si lamentava.

Non era riuscito a difenderla, era stato tutto inutile.

Sentiva nell’anima un dolore martellante, la rabbia sarebbe venuta dopo, lo sapeva. C’era tempo per la rabbia, c’era tempo…

 Una settimana dopo questi fatti, qualcuno sparò con un fucile, al capitano Owen Philler, mentre tornava a casa sull’auto di servizio.

Lo sparatore era inesperto, perché invece di colpire lui, aveva colpito la gomma anteriore sinistra.

Ciò comunque era bastato a mandare la macchina a sbattere contro un albero. Il capitano era ridotto piuttosto male. Soltanto un miracolo avrebbe potuto salvarlo dalla sedia a rotelle, e il miracolo non avvenne…

“ Hanno sparato a Sweety.” Sam era andato a trovare Stella a casa sua. Lei non era più uscita da quella maledetta notte.

“ L’ hanno ammazzato?” Chiese lei, gli occhi senza luce sul volto tumefatto.

“ Peggio, non potrà più camminare. E’ancora in ospedale. Rivolteranno la città come un calzino per sapere chi ha sparato” Stella non rispose. Sembrava non le importasse.

“ Stella guardami. “ Insistette lui. “Devi andar via da qui.” Lei alzò le spalle.

“ Ti dico che te ne devi andare. Andrai da mia sorella a New York. E’ tutto sistemato. Avrai tutti i soldi necessari. Ti accompagnerò io stesso all’aeroporto…” Lei lo guardò stupita, fece per accennare qualcosa.

“ Tu partirai, dovessi metterti a forza su quel maledetto aereo.  Da mia sorella non starai male, fino a quando troverai una sistemazione migliore. Penserò io a tua madre…”

“ Non ha fatto niente per aiutarmi. Non poteva non sentire, ma non ha mosso un dito…” La voce di Stella si incrinò.

“ Tua madre non è più capace nemmeno di aiutare se stessa. Non pensarci.”

“ E Ramon?” Si guardarono, e con gli occhi si dissero tutto.

“ Non puoi fare niente per lui. Nessuno può fare niente. Ho cercato di convincerlo a lasciare la città, ma dice che non può piantare in asso suo padre. E’ uno stupido, un piccolo presuntuoso idiota. E poi non ha avuto mai una buona mira, gliel’ ho sempre detto. E con il tempo non è migliorato.”

“ Perché fai questo per me Sam?”

“ Perché anche io sono un maledetto stupido.” Rise lui.

“ Cercherai ancora di convincerlo?”

“ Cercherò, te lo prometto. Ma non ti illudere.”

Sam guardava la ragazza. Qualcosa in lei si era spezzato. Era ancora un piccolo animaletto spaventato e ferito. Avrebbe voluto abbracciarla, ma sentiva che lei non avrebbe capito. Se ne stava rincantucciata in un angolo del divano, tenendosi le spalle con le braccia.

Non c’era nient’altro che lui potesse fare per lei, se non mandarla lontano da lì e sperare che un giorno o l’altro avrebbe dimenticato.

 Il giorno prima di partire, Stella andò a salutare Ramon all’officina del padre.

“ Sono contento che stai meglio.” Le disse lui guardandola pensieroso. Lei aveva ancora sul viso, i segni della violenza subita.

“ Fratello, perché non te ne vai anche tu da questa maledetta città?” Ramon alzò le spalle.

“ Io non ho Sam che mi paga il viaggio.” Rispose un po’ duro, ma poi aggiunse. “ Ma fa bene a farlo. E’ meglio che tu vada. Fammi avere tue notizie, magari un giorno o l’altro vengo a trovarti.”

“ Mi mancherai.” Disse Stella tendendogli la mano. Lui la strinse e sembrò che non volesse più lasciarla. Poi lei si girò per andarsene.

“ Lo sai vero che ti ho sempre amata…” Lo disse sottovoce, incerto.

Stella tornò a voltarsi.

“ Non ti dimenticherò mai Ramon…” Si abbracciarono. Il primo e l’ultimo abbraccio della loro vita.

 Pancio Muller, Antonio Sancez e Johnny Reed, riuniti tutti a casa di Sancez, pensavano al da farsi.

Sweety non avrebbe dato loro pace se non avessero trovato e punito il colpevole. Lo conoscevano troppo bene. Sarebbero stati tempi duri per tutti.

Almeno fosse morto! Avrebbero potuto dire che era stato un teppista di passaggio e chiudere l’inchiesta.

 Poteva essere stato chiunque dopo tutto. Sweety aveva tanti nemici, quanti erano gli abitanti di Lakecity.

Ma d’altra parte non si poteva lasciare impunita una cosa simile. Così facendo, loro stessi sarebbero stati in pericolo.

Nessuno di loro aveva la coscienza tranquilla. Erano anni che spadroneggiavano in lungo e in largo. Qualcuno avrebbe potuto credere di avere il diritto di farsi giustizia da solo.

Dovevano agire in fretta e bene. Dovevano lanciare un messaggio che servisse da monito a tutti.

Ma non per Sweety, che andasse all’inferno, per se stessi…

 Un mese dopo “l’incidente” del capitano Philler, il corpo di Ramon Valdes, fu trovato in fondo al Grandville canyon, a nord di Lakecity. La morte risaliva probabilmente al tardo pomeriggio del giorno prima ed era stata causata, a detta del coroner,da una caduta accidentale, che aveva provocato la rottura delle vertebre cervicali.

Quello che però il coroner aveva omesso di scrivere sul rapporto, era che nemmeno il più piccolo osso era ancora intero nel cadavere, quasi che Ramon fosse passato sotto una schiaccia sassi.

Il viso dai lineamenti armoniosi, era ridotto ad una poltiglia sanguinolenta, il corpo era martoriato da ferite di tutti i tipi non certo provocate dagli urti contro le pareti rocciose.

Tutti in città si convinsero che era stato picchiato selvaggiamente, prima di essere ucciso.

Lo pensava anche il coroner, ma doveva un favore al capitano Philler che una volta l’aveva sorpreso a letto con una minorenne nel bordello di Mama Rosie, uno dei posti più malfamati della città.

Lo sapevano tutti di quello che Sweety aveva fatto a Stella e lei era molto legata a Ramon Valdes.

Segretamente il coroner era lieto che qualcuno gli avesse dato una lezione a quello stronzo di Sweety, ma dal momento che era sopravvissuto, purtroppo, quel qualcuno era destinato a morire…

L’inchiesta fu chiusa in un battibaleno come anche quella sull’incidente di Sweety, che distrutte le prove, fu archiviato come accidentale.

Al funerale di Ramon, oltre la famiglia e Sam, non c’era nessuno. Ma tutta Lakecity recitò una preghiera, dietro le imposte accostate, guardando passare il piccolo corteo funebre diretto al cimitero.

 Il capitano Philler stava lucidando la sua pistola d’ordinanza, nella cucina della sua casa.

Aspettava l’arrivo di Johnny Reed, l’unico che avesse la stazza e la forza per aiutarlo a lavarsi e a vestirsi, a scendere o salire dal letto, a sistemarsi sulla sedia a rotelle…eppure non l’avrebbe fatto in eterno. Già ora si vedeva quanto questo impegno cominciasse a seccarlo.

Mama Rosie veniva tutti i giorni a tenergli in ordine la casa e cucinargli. A questo si era ridotto, ad essere in balia di una vecchia puttana.

Diede un gran pugno sulle sue gambe morte. Non sentì nessun dolore, era come colpire due pezzi di gomma.

“ Maledetto pidocchio!” Esclamò ad alta voce, pensando a Ramon. Il sapere che i suoi uomini lo avevano vendicato, non gli dava nessun sollievo.

Stella era sparita. Forse era scappata. Aveva fatto bene, se l’avesse avuta fra le mani, quello che le aveva già fatto, sarebbero state carezze al confronto!

Johnny tardava, e se non fosse venuto? All’improvviso il pensiero di ritrovarsi solo nella casa vuota, senza potersi muovere, completamente in balia di chiunque, lo riempì di terrore.

Johnny di sicuro era a divertirsi con qualche ragazza, magari si era dimenticato di lui. Magari l’aveva fatto apposta. Che potere aveva ormai Sweety, bloccato su una sedia a rotelle, perfino sull’ultimo degli uomini? Anche un bambino avrebbe avuto la meglio su di lui.

Nel silenzio della casa vuota, sentiva solo il battito parossistico del suo cuore.

Dal momento “dell’incidente”, Rita non aveva mai risposto alle sue telefonate. Appena sentiva la sua voce, attaccava la cornetta. Prima non avrebbe mai osato. Prima!

Chissà poi perché continuava a chiamarla. Cosa poteva farci ormai con una donna? Dalla cintola in giù, non sentiva nulla. Il suo corpo non gli apparteneva più e sarebbe stato così per sempre.

Sempre… Una parola dal suono pauroso, una condanna a vita a lunghi giorni vuoti e inutili, in balia dei capricci di Mama Rosie, o di un qualunque Johnny Reed anche per andare a pisciare.

Niente più corpi di donna da godersi con le buone o con la forza, niente sgommate sulle strade deserte, niente…

Fuori il sole tramontava sulle strade deserte di Lakecity. Johnny Reed in compagnia di Lola, aveva completamente dimenticato il capitano Philler. Era felice perché il sindaco Smitt gli aveva promesso che lui sarebbe stato il successore di Sweety e questo avrebbe significato un congruo aumento di stipendio. “ Io sono la legge!” Pensava appagato. Tutti avrebbero capito quanto valeva Johnny Reed e al diavolo Philler.

Nella casa buia, Sweety fissava il vuoto. Aveva voglia di piangere come il bambino impaurito che era tornato ad essere.

Poi prese la pistola posata sul tavolo, accanto a lui. Si infilò la canna in bocca e premette il grilletto…

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america