I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

L'UOMO LUPO


“ Se lei dice qualcosa di diverso, non dovete crederle. Mente. Io forse non avrò attenuanti, ma lei ne ha meno di me….”
Amos Bertozzi lo guardò, cercando di nascondere la vaga sensazione di disgusto che stava chiudendogli la bocca dello stomaco.
Era un bel vecchio. Alto, magro, con una gran massa di capelli di un bianco luminoso.
I lineamenti del suo viso erano armoniosi e forti.
Guardava dritto negli occhi, con uno sguardo chiaro di un azzurro intenso.
Non si mostrava colpevole, forse non si sentiva tale. Continuava a parlare senza bisogno di incoraggiamenti, come affascinato dal suono della sua stessa voce.
“ E’ meglio che vi racconti, forse mi capirete. Giustificarmi, no! Neanche io ci riesco…”
Il Bertozzi si appoggiò all’indietro sulla poltrona scambiando uno sguardo col Bianchetti che batteva, meticoloso, sui tasti della macchina da scrivere.
“ Non vuole aspettare il suo avvocato? sig. Mieli?” Lo interruppe.
“ Non fa differenza, ispettore, davvero. Quello che è fatto è fatto. Tanto arriva fra un po.” Rispose quello tranquillo.
“ Come vuole. Bianchetti metti a verbale che il sig. Mieli, non ha ritenuto necessario aspettare l’avvocato per la sua deposizione. Continui prego.” Ma non era certo di volere continuare ad ascoltarlo. Il senso di vuoto era come una bolla che cresceva dentro di lui fino ad invaderlo tutto. Guardò fuori dalla finestra dai vetri polverosi. L’estate stava lasciando il posto ad un timido autunno. Nell’aria ancora tiepida le foglie cominciavano ad ingiallirsi e a cadere dai tigli lungo il viale. Si costrinse a riportare l’attenzione sull’uomo che parlava.
“ Sono vedovo da molti anni , sa. Ero piuttosto giovane quando rimasi solo col figlio adolescente. Non mi sono mai risposato. Lui non avrebbe voluto. Sono così egoisti i ragazzi! Vivo in una grande casa, quasi a ridosso del mare a Ostia. D’estate è bellissimo, d’inverno viene voglia di ammazzarsi, tanto ti prende la malinconia…”
Bertozzi lo sapeva benissimo. Conosceva il nulla di certe giornate invernali. La solitudine densa di un tedio senza fine, quando non c’è nessuno con cui parlare e il silenzio ti assorda con tutti i sui fantasmi.
“ Da quando sono andato in pensione, il mio unico hobby è la pittura. Croste naturalmente. Non ho un vero talento. Mio figlio è sposato e vive qui a Roma…anzi dovrei dire che era sposato, perché da qualche anno si è separato dalla moglie e vive solo con la figlia, una ragazza di 13 anni.”
“Un'altra Alice!” Pensò Bertozzi, un’Alice che se la intende con un Guido qualunque, lo irretisce, lo allontana dagli amici di sempre…” Mieli quasi a leggergli nel pensiero, continuò :” Quel suo matrimonio non mi ha mai convinto, devo ammetterlo. Non gli ho detto niente perché non volevo intromettermi…ma…sa, io le donno le ho sempre capite bene. A me non mi si inganna. Lo diceva sempre la mia povera moglie: Come capisci bene le donne tu Attilio!” Lo sguardo dell’uomo divenne sognante.
“Insomma mio figlio è un idealista. Un ingenuo, uno con i prosciutti sugli occhi, potrei dire un puro…” E lo disse con un tono come se lui, al contrario, puro non lo fosse stato mai, che anzi era una cosa di cui vergognarsi, una debolezza imperdonabile.
“ Mia nuora è una di quelle donne… insomma una come lei non si accontenta di un uomo solo, mi creda. Aveva uno sguardo! Solo mio figlio non si accorgeva di niente…”
Bertozzi annuì. Certo anche il marito di Alice non si accorgeva di nulla, oppure no? Forse tollerava per quieto vivere, forse…Doveva smettere di distrarsi.
“…..la trattava come una madonnina sull’altare. L’aveva messa su un piedistallo lo stupido ed è finita che lei l’ha mollato, lasciandogli, furba , la bambina. Ogni estate, il padre e la figlia vengono a passare le ferie da me. La ragazza è uno zucchero vi assicuro. E’ sempre stata la luce dei miei occhi. Una bambola di porcellana, i capelli biondi di sua madre, forse appena più scuri, gli occhi azzurri, cupi, grandi, talmente belli da sembrare falsi…”
Ma non sono solo le bionde a fare innamorare gli uomini. Alice ha i capelli castani come gli occhi, non è neanche troppo bella. Chissà cosa in lei ha fatto innamorare Guido…Il Bertozzi continuava a seguire il corso dei suoi pensieri che si sovrapponevano alle parole dell’uomo, disturbandole. Intanto il sig. Mieli continuava nel suo racconto. Aveva appoggiato le mani sulla scrivania. Le lunghe dita affusolate sfioravano il piano di formica, come in una estenuante carezza. La sua voce era compunta, sembrava parlare di qualcosa che non gli appartenesse, senza emozione come se raccontando una storia.
“ E’ diversa sia da sua madre che da suo padre, un esserino misterioso, uno spirito folletto. Non si capisce mai quello che pensa. Parla poco, è tranquilla. Sembra più matura della sua età….”
Un esitazione nella voce. Il sig. Mieli deglutì. Sembrava non riuscire ad andare avanti, impigliato nei ricordi come in una ragnatela. Il Bertozzi gli fece portare un bicchiere d’acqua, che lui bevve avidamente.
“ Poi è cresciuta.” Continuò. “ Non me ne sono accorto in un primo momento. Sapete io la vedevo sempre come una bambina anche quando bambina non era più…”
E che altro era? A tredici anni? Una bambina nel corpo di una donna, che altro? Ma il Bertozzi non disse nulla.
“ E’ stata tutta colpa dello specchio. Proprio così, quel maledetto specchio che ho avuto l’insana idea di mettere nella sua stanza e che dalla mia finestra si può scorgere e che, peggio, riflette tutto quello che avviene all’interno. Era di mia moglie quella specchiera antica di mogano. Ho pensato: che diamine! una ragazza ha bisogno di uno specchio per farsi bella! Tanto a me non serviva.
Giuro che all’inizio neanche mi ero accorto che potevo scorgere tutto ciò che faceva mia nipote. E’ stata tutta colpa dello specchio. E’ stato l’origine di tutti i guai.” Si passò le mani nei folti capelli, ma la voce era fredda, senza passione né turbamento, esprimeva una sorta di compiacimento segreto. Il Bertozzi ci avrebbe scommesso che quasi ci godeva a ricordare, nello stesso modo in cui aveva goduto dell’immagine riflessa della bambina nello specchio.
“ Come vi dicevo mia nipote era cambiata. Già mostrava in un anno le forme acerbe di una donna e quel che è peggio, gli atteggiamenti di una donna…” Si passò la lingua sulle labbra, una lingua piccola e rosea così imprevedibile in un uomo di quell’età. Il Bertozzi ebbe un gesto di fastidio di cui l’altro si accorse. La sua voce assunse un tono accorato.
“ Stava diventando tutta sua madre. Non fisicamente ma nei modi, nella voce, nello sguardo…Mi provocava, lo giuro. Mi guardava in un certo modo…” Il Bianchetti fece un colpo di tosse. Bertozzi lo guardò. Si era dimenticato di lui.
“ E in quella camera poi, a tutte le ore, di giorno, di notte, con i vetri sempre aperti, potevo vederla muoversi nuda o quasi, in piedi, affacciata o stesa sul letto…” I colpi di tosse di Bianchetti si facevano sempre più frequenti. Chi l’avrebbe detto che il Bianchetti potesse provare imbarazzo. Il Bertozzi lo guardò. Professionale come al solito, la faccia abbassata sul foglio del verbale, solo il tenue rossore alle orecchie, tradiva il suo turbamento. Il Bertozzi invece non si sentiva turbato, né stupito. Era come se dentro, una spessa patina di indifferenza avesse ottuso ogni sensazione.
Era questo il guaio, pensava. Non riuscire a provare vere emozioni. Solo fastidio o noia, magari rabbia, ma tutto scivolava via su uno spesso strato di grigiore che aveva tolto ogni colore alla vita….
“Mi provocava, lo giuro!” la voce del Mieli salì di tono. Sembrava ora che cercasse una impossibile assoluzione.
“ Lei lo sapeva che c’ero, non può negarlo. Lo sapeva che poteva essere vista. Lo faceva apposta, come sua madre, mi provocava…” Il Bertozzi si riscosse. “ Sua madre? Come? Sua nuora? Anche lei la provocava?” Chiese interrompendolo.
“ Gliel’ho detto prima, era una di quelle donne. Insomma, una volta si è fatta baciare. Comunque non ha fatto niente per impedirmelo. Aveva quelle labbra gonfie, spesse, da mordere…”
Il vizio si nasconde sotto le forme più insospettabili, pensò il Bertozzi, guardando quell’uomo bello, intelligente e colto che ora si torceva le mani.
“ Io non sono vecchio, non ancora almeno. Mi tengo bene, faccio sport. Sembro più giovane della mia età. Ho amato sempre le donne. Adesso che volete, se voglio l’amore, me lo devo pagare. Certo ci sono le donne della mia età…ma non è la stessa cosa….”
Certo non è la stessa cosa. Chissà se fra qualche anno sarò anch’io così, si chiese il Bertozzi, e provò ad immaginare le forme mature di Clementina Pardi, la donna che aveva trovato per tenere in ordine la casa dopo che sua madre si era trasferita. I seni pieni leggermente cascanti ma appena un po’. La vita spessa, sulle gambe ancora toniche, era ancora piacente. Ma no, non era la stessa cosa. Chissà come sarebbe stata Alice fra qualche anno? L’avrebbe amata ancora Guido? Si riscosse.
“ Non potete immaginare quanto è brutto mantenere intatti, i desideri di un ventenne nel corpo di un vecchio….Per giorni e giorni ho avuto davanti agli occhi quel corpo giovane e sodo, quella pelle d’ambra liscia come il velluto. Lei si alzava i capelli, i piccoli seni dritti all’insù, il ventre piatto che digradava dolce nell’ombra dell’inguine…e io morivo…” Il Bianchetti fu preso da un accesso di tosse. Al Bertozzi sfuggì un sorriso che Mieli scambiò per complicità.
“ L’ho perfino baciata, un giorno che eravamo soli in casa. Lei ci stava. Non mi ha respinto. Le piaceva…”
Chissà che aveva provato quella bambina? Forse disgusto, paura. Forse una sorta di piacere vergognoso che non sapeva riconoscere, che non poteva riconoscere ma che la faceva sentire sporca, colpevole più del suo aguzzino.
“ Era una febbre. Non la vedevo più per quello che era, la desideravo e basta. E lei quei maledetti vetri non li chiudeva mai, né tirava le tende. Quando eravamo insieme, mi guardava maliziosa, complice, come se dividessimo chissà quale segreto…”
Forse le era sembrato un gioco all’inizio. Pensò il Bertozzi. Forse, quando ancora non conosceva la violenza di un uomo sulla sua carne fragile. Un gioco appena segreto, di cui vergognarsi un po’. Il Bertozzi era certo di percepire i sentimenti di lei. La ritrosia audace e ingenua con la quale si mostrava all’uomo, la curiosità acerba e insensata per sensazioni sconosciute…chissà se davvero aveva capito dove la portava quel sordido gioco. L’uomo lupo che non aspettava altro che di divorarla in un boccone.
“ Non ricordo come è accaduto. Ho un ricordo confuso di quella notte…una di quelle torride notti di agosto, che sembra che la vita ti cacci in gorghi di fuoco. Ero andato in cucina a bere un bicchiere di latte, o almeno questa era l’intenzione perché passando davanti alla sua stanza, ho visto che la porta era aperta, forse per il gran caldo, per fare un po di corrente. Sono entrato. Lei dormiva, appena coperta dal lenzuolo…le gambe snelle con la pelle che brillava alla luce della luna…E’ stato facile, come stringere fra le mani un passerotto. Lei non gridava. Piangeva soltanto… La sua pelle aveva l’odore di un piccolo animaletto selvatico, era salata, aspra, come il suo sudore….Poi è rimasta immobile. Credevo di averla uccisa. No, non voglio ricordare. Non sono un mostro.”
Il Bertozzi lo guardò. Un mostro con i vestiti eleganti, i bianchi capelli pettinati all’indietro, le lunghe dita da pianista che avevano violato e come, quel corpo innocente. Un aroma di colonia sulla pelle liscia. Così simile a lui nei vestiti curati, nei modi misurati, perfino nella marca di colonia che usava, così simile a quella che usava lui…
“ Non dovete crederle, forse ho sognato, forse abbiamo sognato in due e non è successo niente…”
Il Bianchetti, tirò via con un gesto duro, violento, il foglio dal rullo della macchina da scrivere. Con falcate veloci si avvicinò alla scrivania e lo porse al Bertozzi che disse con voce fredda:
“ Si rilegga la sua deposizione, sig. Mieli, ma prima di firmarla, aspetteremo il suo avvocato…”

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