I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

UNA PALLIDA OMBRA

 Ti guardo. Quel tuo sorriso, un fuoco nel cuore. Un dolore, la felicità assoluta.

I tuoi occhi. Mi guardi amichevole e distante e intorno il mondo sparisce e resta quel tuo sguardo denso in cui annego.

Quei tuoi occhi che promettono ciò che non vuoi darmi. Occhi di miele, occhi che mi accarezzano. E la tua bocca. Le tue labbra che dicono parole, specchio di altre parole impronunciabili. Parole che non si devono pensare e che galleggiano fra noi come spirali di fumo che attraverso la tua voce roca mi sfiorano, mi tormentano. Una tortura lenta, inesorabile. Le sento scendere sulla pelle attraverso i tuoi gesti tranquilli, con i quali descrivi l’impreciso sentiero dei tuoi ragionamenti. Parole che nascondono, che rimandano ad altro. Al senso nascosto che solo io conosco ma che scoperto negheresti, nella tua eterna fuga.

Guardo il tuo corpo rilassato e quieto, nella maglietta leggera, che ti toglie ogni vanità, perché non ne hai bisogno. Perché il mio desiderio è fuoco e vento, e non cerca in te se non la tua carne al di la di ogni apparenza. L’amore è quest’aria densa di desiderio, di sogno e malinconia. Questa sofferenza di non poterti avere ma non riuscire a rinunciare a te.

L’amore è il vuoto che tu lasci, quando l’eco della tua voce si disperde e la tua immagine diventa una luce riflessa nel fuoco fatuo della memoria.

L’amore è il sogno che hai portato via dalla mia vita e quel tuo corpo slanciato dove il nucleo profondo del mio desiderio si smarrisce senza sollievo, senza riparo.

E mi chiedo se il tempo mi libererà del desiderio di desiderare.

Dalla febbre del cercare ciò che non ho senza neanche saperlo, ma sentendone la necessità assoluta, come fame, come sete. E tu, tu forse nemmeno esisti se non nel mio desiderare che prende la carne che è la tua carne, il sangue che è il tuo sangue. Che ha il suono della tua voce e il malinconico fluire dei tuoi gesti.

Nel tuo corpo tranquillo io mi perderei, scivolando nel sogno che tu incarni. Fantasie delle fantasie dove i tuoi pensieri sono i miei e tu esisti solo per il sentimento che provo per te.

E mi ricordo sai un giorno lontano d’estate. Una pelle scura su un corpo d’uomo che profumava di selvatico e di sole. Non eri tu, ma lui ti assomigliava in quell’aria scanzonata e allegra, nella voce roca che scivolava lenta sulla mia anima assetata.

Gli brillavano gli occhi ricordo, mentre mi ammaliava con discorsi di miele. E la ragazzina che io ero allora infatuata dalla malia di quelle parole, si lasciava amare con quel senso di perdita nel cuore.

Con quella sensazione dolorosa e fatalistica di cose perdute o che presto lo sarebbero state. Avevo sempre io il senso della fugacità di ogni cosa.

Mi è rimasto ancora. Ecco perché non mi meraviglia che tu non mi abbia amata. Perché anche se mi avessi amato ti avrei perduto comunque e allora…allora ha senso dimmi, questo nostro andare fra le sabbie mobili di una vita in perdita, in cui smarrisci ogni giorno, ogni attimo le cose e le persone che ti sono care, per approdare poi dove? Dove i desideri sono cenere e frantumi d’ossa . Ha senso dimmi che tu non mi abbia amato, negandomi quell’attimo di felicità ingannevole e fugace che niente avrebbe tolto o aggiunto alle nostre vite?

Chissà perché oggi ho voglia di parlare d’amore, o solo di quella febbre che spinge verso un corpo d’uomo o di donna e verso i suoi pensieri? Nell’aria afosa di questa estate nuda di sensazioni e di emozioni, una canzone basta per riportare il ricordo di un fremito di cui ormai non resta che una pallida ombra.

 

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america