I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

UNA NOTTE PER CASO

L’uomo aveva lo sguardo stanco. Una giornata di lavoro massacrante, lunghe ore vuote di interessi, fra gente stupida, a fare discorsi idioti.

Ora il ritorno a casa sulla strada buia e piovosa. Aveva l’anima in fondo ad un pozzo. Gli sembrava che la vita avesse ormai il sapore ammuffito delle cose stantie.

Pensava alla sua casa, un appartamento anonimo in un condominio sperduto nella periferia. Palazzoni grigi e anonimi come le vite che contenevano, puzza di piscio di gatto e immondizia accatastata negli angoli delle strade deserte.

 Sua moglie andandosene, si era portata via tutti i ricordi comuni, lasciandogli solo vecchie cose dozzinali.

“ Questi oggetti rappresentano il nostro matrimonio…”aveva detto “ Perciò puoi tenerteli.”

Di arrivare a quel punto lui non si era accorto. Lei gli sembrava non dico felice, ma certo serena con la sua vita ben ordinata: il lavoro, il volontariato, le amiche…e invece!

Conservava nella sua piccola anima, il segreto di un’infelicità feroce, di un astio invincibile contro di lui. Quasi fosse stata sua la colpa di quel lungo inseguirsi di estenuanti giornate vuote e senza senso che aveva inghiottito le loro vite.

E così un giorno era andata via. Senza spiegazioni, senza recriminazioni.

Aveva trovato, tornando dal lavoro, la casa vuota di lei e dei suoi oggetti personali.

Non gli aveva lasciato neppure un biglietto.Venti anni di vita insieme cancellati in un attimo.

Qualche giorno dopo aveva ricevuto la telefonata di un avvocato per le pratiche della separazione. Del resto neanche lui aveva desiderato cercarla.

Era già passato un anno. Non si sentiva solo, lo era già prima.

Ora su quella strada deserta, gli sembrava che la sua vita fosse immobile, in attesa di essere proiettata verso il nulla.

Ad un tratto, nella pioggia scrosciante, gli sembrò di vedere una sagoma ferma ai bordi della strada.

Si irrigidì. Un autostoppista a quell’ora e con quel tempo? Prese dal cruscotto una vecchia pila elettrica e l’accese per vedere meglio.

Fu tentato di accelerare e schizzare via, ma guardando con più attenzione si accorse che era una donna.

Una donna? Una ragazza! Forse vent’anni o poco più, lunghi capelli sciolti sulle spalle, un cappellaccio spiovente gocciolante di pioggia, giaccone, jeans e una maglietta striminzita sotto quella pioggia.

Inchiodò la macchina di botto alla sua altezza. Lei si abbassò verso il finestrino. Lui le aprì lo sportello facendole segno di entrare. Lei non si fece pregare

Non sembrava molto fradicia, nonostante la pioggia; appena un po’ stropicciata. Forse era appena scesa da un’altra macchina. Taceva. Stava seduta con uno zainetto di stoffa sulle gambe, che poi appoggiò per terra ai suoi piedi.

“ Sto andando a M.” Disse l’uomo. “ Dove vuoi che ti porti?”

“ M. va bene.” Rispose lei, e più che una risposta fu un sussurro. L’uomo si chiese se avesse sentito bene.

“ Come ti chiami?”

“ Sila”

Sembrava non avesse voglia di conversare. Rispondeva appena. In lontananza le luci della periferia di M. sembravano non arrivare mai.

L’uomo al contrario aveva voglia di parlare e così stranamente si trovò a parlarle di se stesso, della sua vita vuota, della moglie che l’aveva lasciato. Cose che non avrebbe detto neanche al suo migliore amico, ammesso che ne avesse, ma che lei accoglieva col suo silenzio rassicurante e dolce. Fuori non pioveva più, una pallida luna faceva capolino fra le nuvole.

L’uomo guardava la ragazza, nella luce biancastra dell’abitacolo della macchina.

Lei era così giovane. Il suo profilo si stagliava contro il finestrino, perfetto e pallido. Il suo corpo magro stava abbandonato sul sedile fiducioso.

L’uomo si sentì prendere da un desiderio irragionevole. Per tutti quei mesi non aveva toccato il corpo di una donna che non fosse una prostituta raccolta qua e la sulla strada.

In quel momento pensava al nastro d’asfalto deserto, la città ancora lontana, le piazzole di servizio che si susseguivano ai bordi della strada, lui e lei, chi altro avrebbe potuto vederli?

“ Vuoi un caffè?” Le chiese. Ricordava un bar in periferia appena all’entrata della città che doveva essere aperto a quell’ora. Lei fece cenno di no con la testa.

La città era vicina, l’uomo pensò che doveva sbrigarsi se voleva strapparle almeno un bacio. All’improvviso gli sembrava importante. Una tentazione invincibile. Deviò verso una piazzola di servizio, nascosta dagli alberi, e si fermò. Lei si volse a guardarlo. Non sembrava preoccupata. Il suo sguardo era stranamente liquido e verde, come l’acqua opaca di uno stagno soffocato dalle alghe.

Aveva il sorriso immoto e freddo di un vecchio idolo che ha già visto tutto e già sa tutto.

Lui l’abbracciò senza parlare e il corpo di lei gli parve ancora più fragile. Posò le labbra sulla sua bocca. Una giovane bocca di ragazza, dalla freschezza per lui sconosciuta, una bocca bambina, inesperta e fragile. I lunghi mesi di solitudine gli diedero un impeto inaspettato. Lui era un uomo robusto.

Alto, forte di corporatura, la schiacciò sotto il suo peso. Sentiva sul torace i piccoli seni appuntiti, sentiva sotto le mani la pelle liscia e morbida che profumava vagamente di vainiglia.

Lei non fece molto per difendersi, né urlò, a che sarebbe servito?

Sentiva i suoi ansiti affannati. I movimenti che faceva per tentare di sottrarsi al suo abbraccio, producevano un suono sordo e ovattato. L’uomo accese la radio a coprire quei suoni. All’improvviso lo colse un senso di disagio e di orrore. Cosa stava facendo? Sarebbe stato così facile prendersi quel corpo da uccellino eppure non era così che la voleva.

Si scostò appena. Lei ne approfittò per liberarsi e scendere dall’auto scomparendo nel buio.

L’uomo fece per scendere anche lui, poi ci ripensò. Accese il motore non poteva essere lontana.

Lo sguardo gli cadde sullo zainetto che lei aveva dimenticato nell’impeto della fuga.

L’uomo lo raccolse, lo mise sul sedile. Lo avrebbe portato a casa e l’indomani avrebbe cercato la ragazza per restituirlo e spiegarsi.

Di lei nessuna traccia nel buio. Sembrava si fosse dissolta nel nulla.

L’uomo attraversò la periferia di M. come in trance. Una volta a casa mise lo zainetto sul tavolo della cucina e lo aprì. Dentro poche cose: un logoro portafoglio e una borsettina per i trucchi, fazzolettini di carta e poco altro. Nel portafoglio pochi soldi e i documenti.

Aprì la carta di identità. “Sila Adami nata a F il….residente a M in via dei cappuccini 27.”

Diciotto anni appena compiuti. L’uomo rabbrividì. Cosa stava per fare! Si guardò le mani, sembravano sporche di sangue. Rimase stupito, non si era accorto di essersi graffiato. Eppure anche la borsa e il portafogli e la carta di identità e i suoi stessi abiti, si erano sporcati di sangue. Non riuscì a trovare la ferita.

Andò in bagno a lavarsi le mani e poi con una spugnetta cercò, invano, di togliere le macchie che aveva provocato. Poi fece una doccia e andò a dormire. L’indomani era domenica. Sarebbe andato all’indirizzo che aveva trovato, per restituire tutto…

 

L’appartamento era al primo piano di un condominio anonimo quasi come il suo. La donna che gli aprì, assomigliava molto alla ragazza, ma era di mezz’età, trasandata e spenta.

Come la figlia, di poche parole. L’uomo cercò di spiegarsi, ma gli veniva difficile, anche perché lo sguardo della donna si faceva sempre più vigile e duro. Lo stesso sguardo umido e verde della figlia. Non lo invitò ad entrare, ma gli strappò di mano lo zainetto con dolore misto a rabbia.

“ Dove ha trovato questo?” Gli gridò. L’uomo cercò di spiegare l’incontro della sera prima, ma lei sembrava non ascoltarlo, continuava a chiedergli: “Dove l’ha trovato?” Sembrava in preda ad una crisi isterica inspiegabile. D’improvviso lo afferrò per la manica della giacca e lo trascinò in casa.

Lo condusse in un piccolo soggiorno stracolmo di foto, nelle quali l’uomo riconobbe la ragazza.

Era stata ritratta in varie età della sua giovane vita, da sola o in compagnia, sorridente o seria.

La donna continuava a parlare, ma l’uomo non riusciva a seguire il filo dei suoi discorsi. Parlava della figlia al passato in discorsi sempre più sconnessi. E poi quella domanda ricorrente: “Dove ha trovato questo zainetto?” L’uomo pensò che fosse pazza. Una pazza esaltata e la guardava senza capire. D’un tratto lei smise di parlare e aprì un cassetto.

Tirò fuori un gran numero di ritagli di giornali e glieli porse, gli occhi allucinati.

L’uomo li afferrò istintivamente e cominciò a leggere:

“ Omicidio sulla tangenziale: Martedì 11 novembre 2000, sulla tangenziale per M in una piazzola di servizio è stato rinvenuto il cadavere di una ragazza, Sila Adami di anni 18. Dai primi esami risulta che la ragazza è stata violentata e poi uccisa con un colpo alla tempia, provocato da un corpo contundente, forse una pila elettrica. La madre della vittima che aveva sporto denuncia di scomparsa, ha riconosciuto il cadavere. Lo zainetto in possesso della ragazza non è stato ritrovato….” Tutto era avvenuto cinque anni prima…

 

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