I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

UN MURO DI PIOGGIA


Un muro di pioggia, solo quello, contro cui si infrangevano sfocati, i bagliori dei fari delle poche auto che procedevano lente sull’asfalto viscido.
Nell’aria gelida, l’uomo sudava copiosamente. Seduto in macchina col finestrino abbassato, incurante della pioggia che entrava copiosa a bagnargli il viso, cercava di calmare il respiro. Sembravano lacrime.
Forse lo erano.
Era fermo sul ciglio della strada, incurante che altre macchine potessero travolgerlo senza vederlo, oltre quel muro d’acqua. Anche la sua vita era ferma e non sarebbe ripartita più…

L’aveva conosciuta per caso, facendo la fila alla cassa di un centro commerciale. Una ragazzina, poco più di venti anni. Capelli lunghi scuri, occhi grandi da cerbiatta, labbra carnose lucide e un corpicino da bambola. Aveva comprato un lucidalabbra, prima di scoprire di aver dimenticato il portafoglio a casa. Si guardava intorno nervosa, mentre frugava nella borsa, e già temeva di dover restituire il cosmetico, quando lui all’improvviso si era fatto avanti a pagarlo.
Non sapeva perché l’aveva fatto. Aveva agito di impulso, prima di pensarci, aspettandosi che lei avrebbe rifiutato la cortesia di uno sconosciuto.
La ragazza invece gli aveva sorriso con gratitudine. Da lì era cominciata la loro storia.
Lei avrebbe potuto essere una compagna di scuola di suo figlio e forse proprio per questo gli era piaciuta subito.
Lui aveva superato i quarant’anni da un pezzo anche se non li dimostrava. Aveva una vita tranquilla di piccolo imprenditore, una famiglia come tante, giocava a golf il sabato pomeriggio e cambiava auto ogni anno.
Si inventò che aveva un autosalone, che in realtà era di un suo amico d’infanzia che si era prestato, che la moglie lo aveva lasciato ma che facevano i separati in casa.
Sua moglie lasciarlo?
“Caro”di qui, “caro” di là. Era tutto uno zuccheroso susseguirsi di “caro” e “cara”. Le voleva bene, era stata la sua prima e unica donna, ma la passione dei loro primi anni si era perduta da un pezzo. Lei però, era una parte della sua vita, gli dava il senso di ciò che lui era stato, era il filo tenace che lo legava al passato, contro lo sperdimento che dà il tempo quando passa inesorabile.
Con lei, lui fermava le cose, rassicurandosi della familiarità delle abitudini condivise, dei gesti consueti che gli davano il senso di una continuità rassicurante, nel caos del presente.
Ma moriva. La sua anima piano piano si era come prosciugata, perdendo ogni slancio, ogni emozione, ogni curiosità. La ragazzina fu l’imprevisto che irrompe su un sentiero segnato, e non seppe rinunciare.
Sara si chiamava. Un nome breve, dolce ma asciutto, senza retorica come era lei.
All’inizio lo stupì la sua ingenuità. Aveva sempre creduto in una gioventù smaliziata e cinica com’era quella di suo figlio Sergio, così egoista e narciso, ma anche infantile e fragile.
Invece lei era saggia. Tranquilla e allegra ma senza la vena di pazzia che lui avrebbe desiderato.
In fin dei conti forse era un bene. Si sarebbe lasciata guidare, lui l’avrebbe plasmata, ne avrebbe fatto la donna dei suoi sogni.
Con la famiglia di lei però la strada era tutta in salita. Non lo vedevano di buon occhio.
Pensavano che fosse troppo vecchio per lei. Non credevano a tutte le cose che lui raccontava. Questo lo aveva messo in conto. Non si poteva pretendere l’impossibile. Ma fidava che col tempo si sarebbero rassegnati e lo avrebbero perfino trovato simpatico. Lei in ogni caso non se ne dava pensiero. Presa com’era dal gioco amoroso che lui le proponeva, gli si era concessa completamente, fidandosi ciecamente di lui, dandogli tutto senza chiedere niente.
Alla fine anche i genitori accettarono la cosa. Lui se voleva, sapeva essere simpatico e accattivante, pur nella sua superficialità che poteva essere scambiata per giovanilismo.
Si fidavano. Anzi lo accolsero in casa come uno di famiglia, rivolgendosi a lui anche per piccole incombenze. Le sue due vite scorrevano parallele in un modo tranquillo senza scosse. Sua moglie non sapeva o faceva finta di non sapere, ma l’effetto era lo stesso. Tutto andava nel migliore dei modi.
“ Sergio, aspettiamo un bambino…”
La guardò. In effetti ci aveva girato intorno per tutto il pomeriggio mentre passeggiavano sui navigli, mano nella mano. Si era fermata davanti alle vetrine dei negozi con articoli per neonati.
Aveva fatto commenti su ogni madre con passeggino che avevano incontrato.
Ogni bimbetto frignante era diventato per lei il massimo della bellezza.
Li per li non gli era venuto in mente niente da dire. Sara lo guardava delusa. I suoi occhi prima allegri cominciarono a diventare lucidi.
Perdio non metterti a piangere adesso, solo questo ci manca! “Ne sei proprio sicura?” Si decise a chiederle dopo attimi che sembrarono secoli.
“ Ho fatto il test due volte…” Poi rimasero entrambi in silenzio continuando a camminare affiancati ma lontanissimi nell’anima.

Ma come era potuto succedere? Come? Aveva sempre prestato il massimo dell’attenzione. Chissà poi se era il suo quel bambino. Chissà che diavoleria aveva inventato la stupida per rimanere fregata. Anzi per fregare lui! Magari aveva fatto la stronza con chissà chi e ora voleva che lui la tirasse fuori dai guai. Perché non abortiva? Aveva paura? Era questione di soldi? Certo, era questione di soldi e cos’altro! Voleva spillargli un po’ di soldi che diamine!
Si poteva fare.
Era solo questione di prezzo. Era sempre questione di prezzo.
“ Ma come puoi solo pensare che io mi liberi di nostro figlio!”
“ Devi essere ragionevole. Io ho già dei figli non ne voglio altri.” Cercò di prenderla con le buone.
“ E a me non pensi?” Urlò lei.
“ Ma sono ancora sposato…”
“ Hai detto che eri separato in casa.”
“ Si lo sono ma comunque sono ancora legalmente sposato.”
Lei si addolcì e cambiò tono.
“ Amore, dico solo che voglio tenere il bambino. Non ti sto chiedendo nulla. Non voglio abortire. Sarà nostro figlio se vuoi altrimenti sarà solo mio.”
Peggio di quello che aveva temuto.
Nei giorni seguenti badò bene di non riprendere il discorso, pur comportandosi con lei affettuosamente. Riusciva perfino a scordarsene e del resto la gravidanza appena agli inizi, neanche si intuiva in quel corpo magro. Sara era diventata più pensierosa, pur mantenendo l’allegria di sempre. Se la conosceva bene, era certo che sperava ancora di convincerlo.
Del resto lui ancora sperava di convincere lei ad abortire.
“ Allora ci hai pensato a quello che ti ho detto giorni fa?” le chiese un pomeriggio, in un motel dopo che avevano fatto l’amore. Lei gli si era stretta contro senza rispondere.
“ Sei sempre convinta di tenere il bambino?” Insistette.
“ Amore sono sicura che col tempo anche tu capirai che è la cosa giusta da fare.”
Lui si irrigidì involontariamente. La detestò.
Sempre così le donne. Ragionano con l’utero e hanno il cervello nelle ovaie. Sono sempre pronte a vedere l’amore in qualunque scopata. Ma non potevano divertirsi e basta? Lui con Sara ci stava bene. Lei era dolce,
arrendevole e allegra. A letto era calda quanto bastava, lo faceva sentire un ragazzino, ma questa gravidanza non ci voleva proprio! Ma come poteva credere la stupida che lui con una moglie e due figli grandi che per inciso lo stavano dissanguando, potesse accollarsi un bastardo da mantenere a vita e lei insieme a lui? Perché così sarebbe finita. Si sarebbe trovato rovinato per la vita, per non parlare di Diana, sua moglie. Come l’avrebbe presa lei?
Sai cara, c’è un problema, aspetto un figlio da un’altra. Ma siamo pazzi! Ma come diavolo aveva fatto a finire in quell’incubo? Aveva una vita serenamente monotona senza voli di fantasia, ma era pur sempre la sua vita. Perché andarsi a impegolare con questa ragazzina ostinata?
In un flash vide la sua possibile vita futura: la separazione da sua moglie, dover lasciare la casa, le sue abitudini, le sue cose per finire chissà dove con una ragazzina isterica, un moccioso e con quali soldi poi? Diana gli avrebbe strappato pure la camicia, lo avrebbe ridotto in miseria. C’era in lei una vena di durezza e rancore che grazie a dio lui non aveva ancora sperimentato direttamente.
Per non parlare dei figli, gli avrebbero tolto perfino il saluto. Avrebbero cambiato strada quando lo avrebbero incontrato. Li avrebbe persi del tutto, ammesso che li avesse mai avuti. Loro erano figli della loro madre. Certe volte gli sembrava di essere il loro padre solo per casualità. Solo per avere fecondato il ventre di lei. Uno strumento ecco, attraverso cui LA VITA perpetua se stessa.
Era un incubo, non poteva essere che un incubo dal quale doveva svegliarsi.
Intanto la pancia cresceva e Sara diventava ogni giorno più languida e morbida. Del bambino non parlava ma lui aleggiava come un fantasma fra di loro.
Sergio si impose di ignorarlo visto che non poteva eliminarlo. La ragazza doveva rendersi conto che lui il bambino non lo voleva e non l’avrebbe voluto mai. Se si ostinava peggio per lei, su di lui non avrebbe potuto contare. Del resto una famiglia l’aveva o no? Se la sarebbero vista loro. Ma intanto lui non riusciva a lasciarla. Anzi a dire il vero non gli era passato neanche per la testa. Era come se si aspettasse che il problema si sarebbe risolto da solo. Come se il tempo che passava, invece di metterlo di fronte al muro delle sue responsabilità, avrebbe rimesso le cose a posto. Un miracolo per dire. E poi poteva anche perderlo il bambino. Succede a tante anche a gravidanza avanzata. Questo avrebbe risolto il problema.
“ Non ci pensi mai Sergio?”
“ A cosa?”
“ Al nostro bambino…”
“ Nostro! Tuo vorrai dire! Io non voglio bambini come te lo devo dire, dannazione? Cosa pensavi di fare? Cosa ti sei messa in testa?”
“ Calmati Sergio.”
“ Ma io sono calmo. Ma non voglio più sentirti su questa cosa. Mai più”
“ Voglio solo che tu venga in ospedale quando nascerà, che tu lo veda almeno una volta…Non mi hai chiesto neanche di che sesso è.”
“ Va bene, di che sesso è?”
In effetti non ci pensava mai. Riusciva a farlo. Il bambino non era una persona per lui ma un concetto astratto, un’idea e come tale bastava non pensarci e scompariva, semplicemente non esisteva. Riusciva perfino ad ignorare che il ventre di Sara cresceva ogni giorno di più. Bastava solo non guardarla mai dal collo in giù. Ma di sesso non se ne parlava più.
Non riusciva proprio a toccarla, ma lei sembrava non accorgersene. Forse le faceva comodo a quel punto. Camminava timida eppure orgogliosa con quel ventre sporgente che sembrava fendere l’aria come la prua di una nave.
Sembrava bastare a se stessa come se il mondo intorno fosse un inevitabile accidente che non poteva però interferire con la sua pace interiore, con quella forza segreta che le cresceva di dentro.
Ma per Sergio il bambino era solo un piccolo parassita. Avrebbe potuto immaginarlo come un piccolo insetto aggrappato alla carne della sua donna del cui sangue si nutriva. Come le zecche sul corpo di un cane.
Cominciò a diradare le telefonate e gli incontri. Accampava piccole scuse banali che non avrebbero ingannato nessuno e meno che mai Sara.
A casa la sua vita era sempre la stessa, anzi meglio di prima. Era come risvegliarsi lentamente da un sogno piacevole ma inquietante.
Tutto avrebbe potuto tornare al suo posto. Niente di irreparabile era accaduto. Un incidente di percorso. La sua vita era quella, non l’altra.
Ma una telefonata di Sara lo ripiombò nell’incubo.
“ E’ un maschio Sergio e nascerà fra due settimane. So che non ti interessa, ma volevo dirtelo ugualmente.”
E perché avrebbe dovuto interessargli? Un maschio una femmina cosa cambiava? Ne aveva due di maschi e già loro erano parassiti assetati del suo sangue. Non le rispose.
“ Possibile che tu non abbia nessuna curiosità di conoscere tuo figlio?” Insisteva lei, con quella sicumera che hanno le donne incinte come se fossero le prime a mettere al mondo un figlio.
Non mi interessa, no! Avrebbe voluto urlarle. Ma continuava a tacere mentre Sara continuava a parlare. Ma già lui non la ascoltava più. Lo aveva colto un pensiero improvviso. Lei non lo avrebbe lasciato mai andare. Lei e il suo maledetto bambino in cerca di un padre. Si era mostrata una ragazza ostinata e lui sentiva che non avrebbe lasciato la presa.
Questo pensiero angoscioso non lo abbandonò nei giorni seguenti. Non riusciva a trovare una soluzione. Semplicemente non c’era. Certi pensieri si insinuano nell’animo come parassiti e lo distruggono e così per Sergio cominciarono i giorni dell’incubo. La data del parto si avvicinava.
Sara non si era fatta più sentire è vero, ma lui si era convinto che se ne stesse in attesa di trovare il modo di rovinarlo.
L’amore, o almeno l’infatuazione che aveva provato per lei erano svaniti, sostituiti da un rancore sordo sempre più aggressivo che impregnava ogni attimo delle sue giornate, impedendogli di dedicarsi a qualunque cosa. Era come una febbre, un’ossessione.
Finì per telefonarle e le propose un appuntamento per quella sera stessa, che la ragazza subito accettò.
Pioveva. Aveva cominciato nel primo pomeriggio con piccole gocce fitte e insistenti, per trasformarsi in serata in un acquazzone vero e proprio.
La intravide appena attraverso la pioggia, mentre usciva di casa e si sforzava di correre verso la sua macchina posteggiata poco distante.
Nelle sue condizioni, grossa com’era, aveva un aspetto buffo, o forse tenero che però lo lasciò freddo anzi infastidito.
Anche il bacio che le diede sulla guancia bagnata era gelido. Lei gli sorrise timida, ma era chiaro che si sentiva a disagio.
Mise in moto, dirigendosi verso la periferia. Non avrebbe saputo dire perché. Se fosse stato il suo inconscio a guidarlo oppure quelle strane casualità, che apparecchiano le situazioni in un modo che finisce per produrre esiti infausti. In meno di mezzora furono fuori città. Pioveva così forte oramai che l’auto sembrava galleggiare avvolta in un involucro d’acqua.
Il chiarore soffuso dei fari delle poche auto che li incrociavano, illuminavano l’abitacolo, con i vetri appannati dal loro fiato. Sergio si sentiva soffocare. Seduto vicino a lei, si sforzava di seguirne i discorsi, ma sentiva l’ostilità montargli dentro come l’incedere della marea.
“ Ma in fondo che cosa ti sto chiedendo? Voglio solo che tu venga in ospedale il giorno del parto. Poi puoi scomparire per sempre. Non mi interessa affatto che tu lo riconosca. Porterà il mio cognome. I miei sono d’accordo.” La voce di Sara stava diventando stridula e leggermente su di tono. Sergio percepiva chiaramente la sua irritazione crescente.
“ Sai benissimo che non voglio farlo e tu non mi convincerai. Non ne vedo il motivo. Non ho niente a che fare con questo bambino.”
“ Ma come puoi parlare così? E’ tuo figlio.” Ora la voce di lei si era fatta sgradevole.
“ E chi può dirlo? Lo dici tu! Chissà con chi te la sei fatta e ora vuoi incastrare me. Vuoi soldi? Non hai che
da dirlo, ma smettila con ste stronzate di venire in ospedale e cose così. Non siamo mica nelle soap opere che ti vedi in tv.”
“ Ma sai che sei proprio stronzo! Lo sai benissimo che sei tu il padre. Parli così perché vuoi ferirmi, ma non ci riesci neanche bene. Non mi faccio più illusioni su di te.”
“ E fai bene.”
Oramai stavano entrambi urlando.
Sergio fu costretto a fermarsi sul ciglio della strada.
Sentiva la rabbia crescere mentre la voce di lei sempre più stridula e acuta gli impediva perfino di raccogliere i pensieri. Le rispondeva a caso senza seguire un filo logico. Se almeno avesse fatto una pausa in quella marea di parole! Invece era come un fiume in piena, perfino il suo ventre enorme vibrava. E Sergio ebbe come l’impressione che urlasse anche il feto dentro di lei, contro di lui. Quel gridare gli feriva i timpani, era come carta vetrata sull’anima, sul rancore che provava verso di lei.
Voleva solo che tacesse. Che la smettesse di gridargli contro in quel modo.
Il primo schiaffo fu del tutto casuale e servì a interrompere momentaneamente il flusso irrefrenabile delle sue parole.
Ma fu solo un’illusione, dopo qualche attimo di stupore, lui non l’aveva mai toccata, Sara cominciò a colpirlo con i piccoli pugni chiusi, con una rabbia che lui non si aspettava.
“ Sei un maledetto figlio di puttana. Uno che non ha neanche il coraggio di prendersi le sue responsabilità. Credi che non sappia benissimo che non sei separato affatto, che sei uno di quegli stronzi che lasciano la moglie a casa e se la spassano fuori con la prima che capita? Vorrei proprio vedere che faccia farebbe tua moglie se sapesse che hai l’amica e sei stato così scemo da ingravidarla. Anzi sai che ti dico? Glielo dico io, tanto il tuo indirizzo lo conosco. Non sono mica così scema da non avere preso informazioni su di te. Sei proprio un vecchio col cervello di un ragazzino…”
Fu quello? O la frase precedente? Dopo non avrebbe saputo dirlo. Le sue mani sembrarono muoversi da sole mentre cominciò a colpirla con sempre maggiore violenza. E più la colpiva e più si estraniava. Ad ogni colpo la rabbia aumentava, ma era una rabbia fredda, priva di ogni emozione.
Lei cercava di difendersi come poteva.
Soprattutto il ventre. Cercava di proteggere il bambino e questo lo fece imbestialire ancora di più. Cominciò a colpirla con i pugni fino a che le nocche si sbucciarono e il sangue che ne uscì si mischiò con il sangue di lei.
In qualche modo Sara riuscì ad aprire lo sportello della macchina e a uscirne. Che stupida! Pesante com’era sul terreno reso viscido dalla pioggia dove poteva andare? Cadde, poi si rialzò e cercò di correre. Lui la guardava senza scendere dall’auto, sapeva benissimo di poterla raggiungere in qualsiasi momento. Erano in campagna, intorno non c’era nessuno. Ogni traccia di sentimento era scomparsa in lui sostituita da una furia fredda quasi impersonale. La guardava come il cacciatore che segue i movimenti della preda aspettando il momento di colpire. Si decise a scendere dall’auto. La pioggia gli sferzava il viso, annebbiandogli lo sguardo, ma lui non la sentiva, sentiva solo il rimbombare sordo dei battiti del suo cuore e l’affanno che gli chiudeva la gola. La raggiunse facilmente.
L’afferrò per un braccio, lei ricominciò a urlare. La sua faccia era una maschera di sangue e di terrore.
“ E adesso?” pensò lui. La situazione si era complicata.
Portarla in ospedale? Lei l’avrebbe denunciato. Sarebbe successo tutto ciò che temeva di più. Non solo sua moglie avrebbe scoperto tutto, ma avrebbe saputo che lui aveva fatto QUESTO! Lo avrebbero saputo i suoi
amici, i colleghi di lavoro, ne avrebbero parlato i giornali. Si atterrì. L’afferrò per il collo e cominciò a stringere sempre più forte, mentre la pioggia attraverso i vestiti fradici, gli impregnava anche le ossa.
Sara si dibatteva ma sempre più debolmente. Alla fine rimase immobile come una bambola di stracci. In quel momento in lontananza apparvero i fari di un’ auto che arrivava. Fu solo allora che lui la lasciò andare e il corpo di lei scivolò pesante sul terreno.
Lui rimase a guardarla per qualche istante. Sembrava un mucchio di stracci che si distingueva appena dal terreno. Non provava nessun tipo di emozione. Gli sembrava che il tempo si fosse fermato. Anzi che non fosse mai esistito e che tutta la sua vita si condensasse ora in quei pochi istanti, come in un buco nero che lo risucchiasse al suo interno di buio e di terrore.
Si riscosse, corse verso la sua auto che aveva gli sportelli spalancati i fari accesi e la luce nell’abitacolo.
Speriamo che non si sia scaricata la batteria pensò.
E’ pazzesco come nei momenti più tragici, la mente sia assalita da pensieri banali. Col viso bagnato dalla pioggia e le mani sporche di sangue continuava a pensare speriamo che non si sia scaricata la batteria, devo comprare le sigarette…i tabacchini saranno chiusi…
Si sedette nell’auto e richiuse i due sportelli. La luce si spense. Tremava. Appoggiò la fronte sul volante. Che fare adesso? Non riusciva a muoversi. Devo stare calmo, devo pensare si disse.
La pioggia cadeva fitta era impossibile che qualcuno dalle macchine in corsa potesse vedere il corpo di Sara abbandonato nel buio fra i cespugli grondanti.
A casa sapranno che doveva incontrarmi, sicuro. Devo escogitare qualcosa Pensava febbrile.
Si calmò di colpo. All’improvviso una calma surreale si impossessò di lui. Smise di tremare.
Afferrò il cellulare posato su cruscotto e compose il numero della casa di Sara. Rispose la madre.
“ Signora sono io Sergio. C’è Sara?”
“ Sara? Ma doveva essere con te!” Il tono della donna si fece subito preoccupato.
“ Non è arrivata al nostro appuntamento e così credevo che fosse ancora a casa. L’ho aspettata finora…”
“ E’ uscita più di un’ora fa, forse due. Sicuro che non l’hai vista? E’ già tardi…” La voce cominciò a tremarle.
“ Tranquilla signora, si sarà fermata da un’amica. Le può dire cortesemente quando torna, che le ho telefonato?” Ora aveva fretta di concludere. Rassicurò sbrigativamente la donna e riattaccò.
Si sentì esausto. Appoggiò il capo sul poggiatesta e chiuse gli occhi. Con freddezza pensò a tutto quello che ancora gli restava da fare per tirarsi fuori da quell’impiccio. Dopo tutto niente era ancora perduto, bastava solo non farsi prendere dal panico.
Mise in moto l’auto. Ripartì senza uno sguardo verso il buio che nascondeva il corpo di Sara, ma non sapeva…
Non sapeva che il buio lo seguiva e non lo avrebbe mai più abbandonato per tutto il resto della sua vita.

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america