I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

UN MODO COME UN ALTRO PER MORIRE

 

   Lo squillo arrivò improvviso, squarciando il silenzio della notte. Come una ferita nel tessuto del tempo, i numeri lampeggiarono sul displey del telefono.

Nina provò un brivido nel profondo del cuore, perché quel numero lo conosceva benissimo.

Faceva capolino fra le ombre della memoria di un tempo lontanissimo e perduto che la riportava lontano laddove mai avrebbe voluto tornare.

Una casa. Una casa grande e vuota, dai muri di un bianco sporco e polveroso, dai corridoi immensi su cui si aprivano porte bianche da ospedale. Mobili vecchi senza essere antichi, cose accumulate e accatastate in ogni dove, polvere a coprire ogni cosa.

La casa di suo padre.

Era il suo regno, il suo mondo, dopo che la malattia l’aveva confinato in quelle stanze impedendogli di uscire. Una malattia dell’anima più che del corpo. Una malia del cuore che gli aveva rubato il gusto di vivere a poco a poco, ogni giorno per settimane, mesi, anni, finché la morte era venuta a liberarlo, restituendogli uno dei suoi rarissimi sorrisi.

Ricordava il suo bel volto severo, di una severità rabbiosa e scontenta quasi che fosse in debito perenne con un destino ingrato e cattivo. Ricordava i suoi gesti faticosi e lenti che si impigliavano in esitazioni estenuanti. Ricordava i suoi silenzi, soprattutto quelli. Silenzi pieni di tristezza rancorosa o perduti in inutili nostalgie.

La casa intera sembrava intrisa di quella stessa tristezza che impregnava ogni cosa come una nebbia umida e appiccicosa. Nina non tornava volentieri in quella casa, e qualche anno dopo la morte del padre, l’aveva venduta.

Non aveva voluto vederla neanche un’ ultima volta e con tutto il suo contenuto, l’aveva affidata ad un’agenzia perché la mettesse in vendita.

Non era stato difficile, il prezzo era buono.

In seguito aveva saputo che la casa era stata abbattuta e al suo posto era stato costruito un palazzo di molti piani.

Aveva provato appena un grumo di rimpianto subito disperso nelle pieghe dell’anima. Un senso fastidioso di perdita di qualcosa che pure le cagionava dolore, niente di più, niente di meno.

Era passato così tanto tempo. La sua stessa vita si era dispiegata su binari prevedibili e previsti, scivolando da un’allegra giovinezza in una grigia maturità a cui non si abituava.

Neanche si era accorta quando il tempo aveva cominciato ad avvolgersi su se stesso in una spirale di monotonia asfissiante che ogni giorno le andava togliendo una scintilla di fuoco, finché dentro di lei la vita si era spenta del tutto in un groviglio di insulse abitudini che le avevano tolto il gusto di tutto.

Proprio come suo padre.

Già, proprio come suo padre a cui odiava assomigliare ogni giorno di più, sempre più prigioniera della stessa malia dell’anima che l’aveva ucciso.

E poi erano cominciati gli squilli.

Ora la possibilità che quel numero telefonico estinto da tempo immemorabile, fosse stato assegnato ad un’altra persona, era quantomeno improbabile. Così pensava Nina senza decidersi ad alzare la cornetta. Doveva trattarsi di un’allucinazione provocata dalla sua depressione. Non c’era altra spiegazione. Si convinse ad ignorare la cosa. D’altra parte, il telefono smise di suonare quasi subito, al punto che lei si chiese se non l’avesse immaginato.

Dopo due giorni però, tornò a squillare e questa volta fu molto più insistente, interrompendole la visione del suo programma preferito. Nina si trovò a fissare come ipnotizzata, i numeri, sempre gli stessi che lampeggiavano sul display. Con un gesto rabbioso staccò la spina.

“ Mamma non azzardarti a farlo mai più…” Stava urlando Guido il suo unico figlio, piombatole in casa nel cuore della notte. Gli occhi fuori dalle orbite.

“ E’ tutta la sera che provo a chiamarti, e non rispondeva nessuno…Mi hai fatto prendere uno spavento!” Nina si provò a spiegargli la situazione.

“ Sciocchezze mamma. Sicuramente hai letto male. E poi perché non rispondi e così vedi chi è! Magari è solo uno che sbaglia numero.”

In effetti a pensarci, poteva essere anche così. Nina si diede della stupida. Stava proprio diventando vecchia! Al pensiero le si strinse il cuore. Viveva ancora in lei la ragazza che era stata, soltanto sepolta sotto strati di fruste abitudini, di cocenti disillusioni e quella noia densa che come una ragnatela copriva ogni angolo della sua vita.

Il telefono tacque per due giorni, per tornare a squillare quando non ci pensava più.

Alzò la cornetta con la mano che le tremava…” Pronto!” Sussurrò. All’altro capo del filo, silenzio.

Riattaccò con una punta di sollievo che però si trasformò subito in ansia. Di chi si trattava dunque?

Qualche maniaco? O qualche buontempone in vena di scherzi?

La cosa si ripeté per circa una settimana. Più o meno sempre alla stessa ora con una puntualità esasperante.

“ Mamma devi andare alla polizia e fare una denuncia.” Guido fu categorico. La sua fiducia nelle forze dell’ordine era commuovente. Figuriamoci, le avrebbero riso in faccia, o per lo meno l’avrebbero presa per una vecchia rimbambita in preda alle allucinazioni.

Ma intanto le telefonate mute continuavano implacabili.

 “ Ricapitolando, signora, il telefono squilla e dall’altro capo non risponde nessuno e questa storia va avanti da circa un mese…” L’ispettore Amos Bertozzi, la guardava comprensivo. In effetti quella signora di mezz’età ancora piacente gli ricordava sua madre, o meglio la madre che avrebbe voluto avere. Nina si chiese se doveva dirgli che il numero che appariva sul display era quello del telefono di suo padre, ma alla fine decise di tacere.

“ Ma alla fin fine, nessuno la minaccia o la insulta?”

“ Perché a lei quel telefono che squilla e il silenzio che ne segue, non le paiono minacciosi?”

Il Bertozzi arrossì lievemente.

“ Potrebbe trasferirsi momentaneamente da suo figlio per un po’…”

“ Ispettore mio figlio è giovane, scapolo, occupatissimo, le sembra il caso?” Che donna comprensiva! Sua madre non lo era mai stata, pensò il Bertozzi.

“ Va bene, faremo delle indagini. E’ sicura di avere segnato tutti i giorni e gli orari in cui sono avvenute le telefonate?”

“ Sicurissima.”

“ Perfetto, la terremo informata.” Concluse il Bertozzi alzandosi dalla sua scrivania e porgendole la mano. La sua stretta era ferma e forte, ma Nina ebbe la sensazione che lui non l’avesse presa sul serio.

“ Povera donna, forse si sente sola e vuole attirare l’attenzione su di se.” Stava infatti pensando lui.

 “ Nina…” Poco più che un sussurro, eppure chiaro e netto. Qualcuno all’altro capo del filo, aveva pronunciato il suo nome. E quel maledetto numero che lampeggiava, sempre uguale e sempre più minaccioso. Ma chi poteva essere? La casa non esisteva più, quel numero non esisteva più! Come era possibile tutto questo? Che stesse impazzendo? Il dubbio la colse insieme alla paura.

All’improvviso il suo piccolo appartamento vuoto si riempì di fantasmi, di voci provenienti dal passato. La voce di suo padre, debole, spezzata, roca. La voce della sua malattia, quando sembrava che non avesse neanche più il fiato per continuare a vivere, per continuare a desiderare la vita.

Con decisione subitanea e improvvisa, Nina indossò il cappotto sulla tuta da casa e uscì. Voleva andare nel luogo dove si trovava la casa di suo padre. A quell’ora di sera dovette prendere un taxi .

Avrebbe dovuto attraversare l’intera città e raggiungere la periferia più remota. Mentre il taxi attraversava le strade deserte, si diede della stupida. Cosa pensava di fare? Arrivò a destinazione.

Ovviamente la casa di suo padre non c’era più, al suo posto un palazzone di sei piani, anonimo e squallido. Dietro le finestre chiuse, qualche luce fioca. Ma le strade erano sempre le stesse. Le strade della sua infanzia, polverose e strette, deserte. Cumuli di immondizia abbandonati vicino ai cassonetti stracolmi. Qualche gatto randagio a frugare fra i rifiuti e quel senso di squallore assoluto dal quale era fuggita tanti anni prima, portandoselo però appiccicato nell’anima come una malattia vergognosa.

“ Mi riporti indietro.” Intimò al tassista che la guardò stupefatto. Sicuramente dovette ritenerla una vecchia svanita.

 “ Signora, non so come dirglielo, ma dai tabulati telefonici, agli orari e nei giorni che dice Lei, non risulta nessuna telefonata fatta al suo numero. “ La voce del Bertozzi era comprensiva ma vagamente insofferente. Quella donna lo irritava e gli faceva pena nello stesso tempo. Si portava la solitudine stampata sul viso sorridente, come una patina sottile appena percettibile. Eppure all’apparenza, sembrava un tipo socievole e solare. In quel momento non sembrava affatto sorpresa dalle sue parole.

“ Lei, ispettore crede che io sia pazza. O almeno pensa che voglia mettermi al centro dell’attenzione. Me l’aspettavo del resto. Non volevo neanche venire, è stato mio figlio ad insistere…” La voce era pacata, il tono fermo.

“ Ma signora!” Si provò ad interromperla il Bertozzi.

“ Mi lasci finire, voglio raccontarle tutta la storia e poi sarà padrone di credere quello che vuole, perché non tornerò più ad importunarla.” E cominciando dal principio, prese a raccontare.

Il Bertozzi l’ascoltò assorto. L’assurdità della storia contrastava fortemente con il tono sereno e pacato col quale della donna la esponeva. Non sembrava affatto un’esaltata. Ci doveva essere qualche altra spiegazione razionale, ma non riusciva a trovarne.

All’improvviso lo colse come uno schiaffo in pieno viso, la sensazione dell’infelicità di lei, così tangibile che gli sembrò di poterla toccare. Una donna chiusa nel suo bozzolo di non senso che scivola  verso la vecchiaia senza farsene una ragione.

Il Bertozzi era abituato ai grovigli dell’animo umano. Ormai non si stupiva più di nulla. Sapeva che anche l’esistenza più banale nasconde al suo interno misteri insondabili e intricati che magari non supereranno mai i confini dell’anima, pur lasciando una traccia appena percettibile nei gesti o nelle parole della quale però la gran parte della gente neanche si accorge, fermandosi alle apparenze di una vita più o meno normale. E magari questo era un bene dopo tutto.

La donna all’improvviso tacque. Lo guardava negli occhi aspettando una sua reazione.

“ Che vuole che le dica signora! Non so trovare una spiegazione a quanto mi ha raccontato.”

“ Se è per questo neanche io. “ Esclamò la signora alzandosi dalla sedia.

“ Non la disturberò più ispettore. Questa cosa si risolverà da sola.” Disse a mo di saluto chiudendosi la porta alle spalle.

Il Bertozzi rimase con un senso di scoramento e di risentimento verso se stesso, per le parole che non aveva trovato per consolarla. Ma poi non ci pensò più.

 Nina tornando a casa, pensava che non avrebbe mai dovuto seguire il consiglio di suo figlio. Era stata una cosa stupida. Come poteva l’ispettore prenderla sul serio? E certo che dai tabulati telefonici non risultava nulla. Un numero inesistente di un telefono inesistente in una casa che non c’era più. Eppure quella voce che pronunciava sussurrando il suo nome, era come l’alito di un fantasma del passato. Un passato che avrebbe voluto dimenticare, ma che l’accompagnava sempre, nei gesti, nei pensieri, nelle sue azioni, nel suo stesso modo di essere.

Un passato che in qualche modo occulto, aveva condizionato tutta la sua vita.

Suo padre, l’uomo che più di tutti aveva amato nella sua vita, l’uomo che più aveva deluso, deludendo anche se stessa nei bilanci fallimentari di una vita sprecata…

Nina” Ancora quel sussurro nel silenzio della sera. Ormai ci si era abituata. Si sarebbe stupita a non sentirla più.

“ Papà!” Sussurrò. Dall’altra parte il silenzio e poi il clic della linea che veniva interrotta.

Quella voce, lo capì all’improvviso, era la voce di suo padre. Dal luogo del nulla in cui si trovava, si rivolgeva a lei per chiamarla, perché lei non dimenticasse…

 Guido Marchesi  sedeva di fronte all’ispettore Bertozzi. Era nervoso. Si tormentava i capelli, spingendo all’indietro il ciuffo che continuava a ricadergli sulla fronte.

Era un bel giovane alto, dai capelli scuri e gli occhi chiari e penetranti di un grigio azzurro intenso.

“ Non so cosa pensare, Ispettore, mia madre sembra sparita da tre giorni senza lasciare traccia. Non una telefonata, nessun segno di vita. Non è da lei. Sono preoccupatissimo.”

Il Bertozzi lo guardava pensieroso. Ancora quell’anziana signora.

“ Come l’è sembrata negli ultimi giorni prima della scomparsa? Strana? Pensierosa? Preoccupata?” Gli chiese quasi per cortesia.

“ Assolutamente. Era sempre la stessa. Mia madre è una donna attiva, piena di interessi, socievole, ha un mucchio di amiche…” E molto infelice! Pensò il Bertozzi.

“Ha portato via vestiti o altri oggetti?”

“ Nulla, a prima vista. Neanche i documenti personali, né denaro o carte di credito. Almeno a me è sembrato che non mancasse nulla.”

“ Ha contattato le sue amiche per vedere se sapevano qualcosa?” “ Ovvio! E’ stata la prima cosa che ho fatto. Nessuna l’ha vista né sentita.”

“ Mi scusi se glielo chiedo, ma ha telefonato agli ospedali…”

“ Ovvio! Ospedali, perfino l’obitorio.” Guido Marchesi fece un gesto di insofferenza.

“ E le assicuro che non era depressa e non aveva ragioni per suicidarsi…” Aggiunse.

Questo lo pensi tu! Si disse il Bertozzi, ricordando l’impressione di profonda infelicità che emanava  da lei.

“ Soffriva di malattie che provocano amnesie improvvise?”

“ Mia madre è sana come un pesce, ispettore.”

“ Va bene, signor Marchesi, indagheremo. Se ci sono novità, le farò sapere.” Disse il Bertozzi senza convinzione. Il giovane si alzò e gli strinse la mano.

“ Lei pensa che non la rivedrò, vero Ispettore?” Disse con un filo di voce.

“ Ma si figuri! Magari aveva solo bisogno di starsene un po’ da sola. E poi tornerà a casa. Le persone della sua età sono legate alle loro abitudini, i loro oggetti, i loro ricordi. Non si preoccupi, vedrà che presto si sistemerà tutto.”

 

Qualche mese dopo, il Bertozzi si trovò a passare per caso dal quartiere dal quale Nina Marchesi diceva, provenissero le famose telefonate. Della donna non si era avuta poi alcuna notizia. Sembrava letteralmente scomparsa nel nulla, come se non fosse mai esistita. Ogni tanto il figlio passava dalla questura, sperando in qualche novità. Aveva anche interessato una famosa trasmissione televisiva, ma invano. Non si era rassegnato. L’aspettava ancora. Al Bertozzi faceva pena.

Il palazzone di sei piani alla luce del giorno, si mostrava ancora più anonimo e squallido. I muri scrostati e sporchi, gli infissi da rifare, e dietro le finestre e i balconi, storie di ordinaria mediocrità. Nella strada stretta, pochi passanti frettolosi, gli occhi bassi, l’aria stropicciata e scontenta. Chissà che segreti nascondevano nelle loro piccole anime banali. Da questo Nina Marchesi non era riuscita a fuggire. Dalla sua immagine di signora di mezz’età ancora inutilmente piacente, dalla sua infelicità limacciosa e invincibile, dal peso di ricordi insostenibilmente dolorosi.

Era scivolata nella vita trascinandosi dietro la pesante zavorra di se stessa, delle sue paure, della sua vigliaccheria, dei suoi fallimenti…e mentre lo pensava, Il Bertozzi si accorse che parlava anche di se stesso.

In un angolo una barbona, si trascinava dietro faticosamente un vecchio carrello della spesa pieno di buste di plastica piene di stracci e altre cianfrusaglie. Camminava assente, l’aria assorta al punto che non vide il Bertozzi e lo urtò. Proseguì il suo cammino senza scusarsi.

“ Ecco” Pensò lui, “ci sono persone che fuggono da se stesse lasciandosi alle spalle la loro identità, il loro nome, i ricordi gli affetti, dando un taglio netto a tutta la loro vita passata. E’ un modo come un altro per morire…”

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