I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

UN CERO ALLA MADONNUZZA

Questo racconto di Alice  è stato selezionato nella I^ sezione del concorso
"Confronto 2005" ed è stato pubblicato

 Petruccio u’ stortu aveva avuto, in dono dal buon Dio, una vita perennemente in salita, da quando sua madre lo concepì per disattenzione in un pomeriggio d’estate, durante la raccolta dei pomodori, dopo che si era appartata dietro un albero per soddisfare un improvviso bisogno fisiologico e non si era accorta che Rocco Grifo, il fattore la stava guardando.

Sua madre a dire il vero non era poi questa gran bella donna, e all’epoca, aveva da un pezzo superato l’età per queste cose, ma come ho detto quel giorno faceva un gran caldo. Uno scirocco di quelli che o ti levano le forze o te le restituiscono raddoppiate e Rocco Grifo aveva la moglie pregna all’ultimo mese e, se non si sfogava, strologhiva.
E così vedere Agatina accoccolata in mezzo all’erba alta, gli mise addosso una tale fregola, che se la prese senza se e senza ma.
Agatina si prese un tale scanto quel giorno che dopo nove mesi, il figlio le nacque stortignaccolo, con una testa bitorzoluta, talmente impervia che il cervello in essa contenuto, dovette adattarsi a tali contorcimenti che ne risultò compromesso per sempre.
Ora che albergassero pensieri degni di questo nome in quella testa, non era cosa facile da verificarsi, ma Petruccio era un bravo caruso, brutto come la fame, un tantino cagionevole di salute, e inadatto perciò a travagli pesanti, così quella brava donna di sua madre, si consumò le ossa per mettere da parte il necessario a comprargli un carretto e un vecchio mulo, con il quale Petruccio svolgeva piccole faccende per i compaesani.
In tempi di miseria quali erano quelli, ciò che guadagnava, gli serviva a malapena ad unire il pranzo con la cena. Andava in giro vestito di cenci, ed un’aria di eterna afflizione stampata nei solchi che sole e vento, pioggia e neve, avevano scavato nel suo viso.
Ma il destino aveva in serbo per lui, qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato.
Cominciò d’estate la cosa. Un’estate torrida come quella in cui egli era stato concepito.
Non pioveva da mesi, i campi aridi si spaccavano di crepe profonde. La carestia colpiva anche i benestanti e falcidiava i poveri. Agatina ormai era talmente vecchia che passava le giornate stesa nel suo giaciglio, gli occhi spenti fissi al soffitto a contare le mosche che ronzavano incessanti sopra la sua testa.
Petruccio giracchiava per il paese col suo decrepito carretto, cercando invano qualcosa da fare per buscarsi il pane. Ma non c’era nulla, e lui si era ridotto a mangiarsi la cicoria selvatica che talvolta riusciva a trovare. Alcuni, malelingue certo, dicevano che si mangiasse magari la terra, tanto era diventato “nivuro” e incartapecorito.
Cominciò che sparirono i carusi dalla piazza del paese, ad uno ad uno si ammalavano di febbri che non si capivano.
Nessuno ci dette peso, perché a quei tempi i carusi morivano come le mosche, e nelle famiglie tutti avevano avuto il loro morticino, subito sostituito da un altro fratello o un’altra sorella.
Ma poi cominciarono ad ammalarsi anche i giovani, quelli sani e vigorosi. Prima una tosse stizzosa, poi la febbre sempre più alta e i polmoni si riempivano di schiuma rosa che scivolava fuori dalle narici frementi, dalle bocche spalancate in cerca d’aria, finchè soffocavano piano piano nelle loro stesse bave.
I più fortunati morivano di botto, schiantandosi a terra come alberi abbattuti, senza soffrire, senza fare un fiato.
La cosa più strana era che quello stranissimo morbo si accaniva solo sul fiore della giovinezza, lasciando dietro di se vecchie e vecchi affranti e disperati.
E dicevano che il mondo era tutto un camposanto e in ogni casa si contavano i cadaveri.
Moriva il padre e il figlio più grande, si salvava la zia nubile, o la nonna novantenne.
E non conosceva censo quella strana malattia, perché colpiva indistintamente le case dei ricchi come quelle dei poveri, e quando pareva che il demone si fosse acquietato, ecco che ricominciava la moria, più violenta di prima.
Un giorno si arrivò al punto che nel cimitero non c’era più posto per i nuovi clienti. Si approntarono fosse comuni segnate solo da paletti ai quali era stata inchiodata una tavola di legno recante i nomi dei defunti.
Il becchino del paese si era ammalato, suo figlio era morto, e lui stesso non si sapeva se si sarebbe salvato e fu così che Petruccio u’ sturto, conobbe il suo momento di maggiore fortuna.
Se ne andava in giro per il paese apparentemente immune dalla malattia, anzi era rifiorito.
Vestiva meglio, con le vesti dei defunti sempre più numerosi, che gli regalavano. E quando il becchino non fu più disponibile, cominciò lui col suo carretto sgangherato, a portarli alla loro ultima e scomoda dimora. Il lavoro era molto, e a tutte le ore del giorno e della notte, lo si poteva vedere andare su e giù per il paese, sempre più grasso e florido, portando il suo triste carico. C’è chi dice che tal volta canticchiava per farsi compagnia nelle notti senza luna…
All’inizio portava una cassa per volta, ma con l’andare del tempo le casse crescevano e lui le ammonticchiava le une sulle altre, ed era un miracolo che il mulo non si schiantava sotto tutto quel peso.
Una notte di gennaio, che Dio la mandava come se avesse girati tutti i santi del paradiso, la morte bussò alla porta del barone Cupaci, un omone che sembrava il diavolo in persona con la sua gran barba nera e gli occhi fiammeggianti. Sembrava non dovesse ammalarsi mai, tanto che la sera prima l’aveva passata a giocare a poker con l’arci prete per finire la serata nel retrobottega del farmacista dove si diceva ci fosse una femmina….insomma una di quelle…che lui si era fatto venire da Milano… Ma com’è come non è, arrivato a casa, dopo aver malmenato per un po’ la consorte, tanto per non perdere l’abitudine, si era infilato a letto e lì stinnicchiò senza fari vuci!
Ora a quell’ora della notte, la moglie si vitti perduta. Chiamò le figlie che figli maschi non ne aveva, l’arciprete di cui prima, che pensò bene di non presentarsi affatto, temendo di rincontrare il decuius all’inferno, il medico e non so chi altri ma non si vide nuddu.
A questo punto la signora, pensò bene che l’unica speranza era chiamare di gran prescia Petruccio e vedere di liberarsi in men che non si dica dello scomodo cadavere prima che si portasse tutti loro all’inferno insieme a lui.
Fu mandato Angelino, il figlio della cuoca a cercare Petruccio, che in quel disgraziato momento stava sistemando l’ultima cascia della serata per il suo triste viaggio.
“ Minchia!” Esclamò siddiato “ “e che due viaggi aiu a fari?” la notte era nera, pioveva a dirotto e c’era un forte vento di maestrale che spazzava le strade deserte.
Comunque si convinse, pensando che la baronessa avrebbe ben pagato il fastidio.
“ A metto di supra all’altre!” pensò “tanto nun se n’ adduna nullo…” E per fare presto, schiodò due casse, in una mise due morti, e l’altra vuota la sistemò per il barone.
In men che non si dica era a casa dei Cupaci. Le donne avevano sistemato il morto alla meno peggio, non fidandosi nemmeno di toccarlo troppo. Petruccio aiutato da Angelino che sembrava schiattare sotto il peso, lo sistemò nella cassa, lo coprì con il coperchio che inchiodò alla meno peggio, servendosi di una pietra. Si caricò sul carretto anche Angelino per una mano d’aiuto e se ne andò di corsa al cimitero.
La pioggia era sempre più fitta, e il torrente sotto il ponticello dell’Annunziata, si era ingrossato al massimo. Le acque nere scorrevano appena sotto il ponte che fremeva, al punto che sembrava dovesse schiantarsi da un momento all’altro. Il vento sollevava turbini di foglie grondanti d’acqua che sbattevano sulla faccia di Petruccio impedendogli di vedere neanche l’ombra del sentiero. Accellerò l’andatura, il povero mulo aveva la bava alla bocca e Angelino quasi piangeva aggrappandosi al suo fianco.
Finalmente giunsero al camposanto che era già l’alba. Un’alba cupa e livida da paura. Iniziarono a scaricare le casse accanto alla fossa comune.
Una due, tre…e la quarta? “ Unne finìu la cascia d’u baruni?”
Non c’era la cascia e neanche il barone.
Petruccio lasciò tutto com’era, caricò Angelino sul carro e si precipitò verso il paese.
Il torrente aveva rotto l’argine, ma il ponte dell’Annunziata ancora resisteva. Petruccio lo imboccò a velocità sostenuta, per quello che poteva il povero mulo estenuato. Attraversò il paese deserto e si inchiodò davanti al portone di palazzo Cupaci.
Tuppuliò e gli venne aperto dalla cuoca spaventatissima, lui la spinse di lato e si precipitò dentro. Nel salotto c’era tutta la famiglia riunita, che, ora che il defunto era lontano, non aveva più remore a piangerlo.
C’era magari l’arciprete, il farmacista don Peppino, c’era la zia Prudenzia e anche Ninetta la cognata schetta (nubile)…
“ S'arricampò?” Domandò Petruccio quasi urlando.
“ Cu?” risposero in coro i presenti.
“ U’ baruni!” rispose Petruccio a quelli che lo guardarono ammammaluccuti.
Del barone Cupaci non si trovò traccia che nessuno si spiegava dove fosse finito. Il diavolo se l’era preso di sicuro che il diavolo li conosce i so compari.
In realtà la cassa, mal sistemata, era scivolata via dal carro, nelle acque del torrente che per la piena era diventato un fiume impetuoso. I chiodi erano saltati e il corpo del barone era stato trascinato via verso il vecchio macello, dove nei giorni successivi era diventato pasto per cani randagi.
E figuriamoci se con tutto quello che succedeva in paese, qualcuno poteva badare ad un cadavere male in arnese….
Ma Petruccio ci perse di reputazione, che non sta bene di perdersi un cadavere strata strata….
Nessuno però gliene volle male, perché lui era un bravo picciotto, mentre u’ baruni era un grannissimo fetuso e se il diavolo se l’era portato, avivano a mettiri nu cero a ‘madunnuzza!
 

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