I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

TRA LE TUE LABBRA E LA MIA TENEREZZA, C’E’ UN ABISSO DI BUIO….

 

il tempo

La ragazza leggeva, la fronte corrucciata, lo sguardo pensoso: “ Tra le tue labbra e la mia tenerezza, c’è un abisso di buio…” Una poesia, molto bella, forse ingenuamente complessa, passionale e dolce.

Una poesia di un autore dal nome evocativo e misterioso, Drakul, non ancora famoso, ma che presto lo sarebbe diventato. La ragazza guardò l’orologio poggiato sulla scrivania. Non era tardi, nemmeno presto, in quel pomeriggio uggioso e a suo modo denso, di pensieri, di parole non dette, di sensazioni spiacevoli.

Un pomeriggio di tempo sospeso, in bilico sul passato, immobile sul presente. Un presente vuoto senza spiragli. La ragazza si stiracchiò sulla poltroncina del computer, passandosi le mani nei folti capelli.

A guardarla bene, non era proprio una ragazza, anzi non lo era affatto. I guasti del tempo ancora invisibili fino a quel momento, avevano intrecciato rughe di desolazione, di doloroso rimpianto, nel fondo dei suoi occhi scuri, nello sguardo come coperto di una patina di polvere.

La bella bocca dalle labbra carnose, sfumava negli angoli, in impercettibili pieghe di amarezza contenuta. Il corpo stesso, abbandonato e chiuso, denunciava in lei la sconfitta.

Si alzò dalla poltroncina, dirigendosi in cucina. Afferrò una pesca da un contenitore sistemato sul tavolo e l’addentò.  Il succo del frutto cominciò a colarle lungo il mento, mentre lei con la mano cercava di ripulirsi. Si irritò con se stessa, per quella trascuratezza che l’aveva presa così d’impulso, così estranea alla sua indole, di solito precisa e quasi puntigliosa. Finì di mangiare il frutto con avidità mista a fastidio, buttando il nocciolo sul fondo del lavandino, con il progetto di gettarlo nella pattumiera in un secondo tempo. Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua sulla pelle appiccicosa delle dita e provandone un subitaneo sollievo. Si rinfrescò il viso eliminandone le ultime tracce del frutto appena mangiato.

Intanto pensava ai versi che aveva appena letto sul computer, che in quel momento luccicavano ancora sullo schermo come in attesa.

Com’erano precisi, perfetti e compiuti. Sembravano scritti apposta per lei. Come erano di una verità assoluta e nello stesso tempo universalmente personale.

In quel mentre suonò il campanello della porta. Chi poteva essere? Non aspettava nessuno. E poi era così in disordine, i capelli spettinati, il trucco leggermente disfatto per il caldo e quella vecchia vestaglietta lisa che avrebbe dovuto buttare da chissà quanto tempo. “ Non apro.” Si disse. Ma il campanello continuava a suonare imperioso, impedendo che lo si potesse ignorare.

Si avviò alla porta titubante, guardandosi involontariamente nel grande specchio dell’ingresso. Ciò che vide non le piacque e alzò le spalle infastidita.

Aprì la porta di furia e…lui era là.

Occupava quasi tutto il vano o almeno così le sembrava. Il suo viso, nella penombra del pianerottolo, aveva un’espressione imbarazzata. Cosa poteva volere?

Lei lo salutò senza sorridere, mettendosi di lato per permettergli di entrare. Lui sembrava titubante.

“ Sei sola?” Le chiese.

“ Perché hai paura che ti molesti?” Rispose la ragazza scontrosa. Lui sorrise ed entrò.

Era sempre lo stesso. La stessa noncuranza sorniona che ricordava, lo stesso sguardo obliquo, negli occhi scuri. Più magro forse, attraente nonostante la trascuratezza voluta che indossava come una seconda pelle. Entrò come un padrone, o come uno che già conoscesse la strada, guardandosi intorno compiaciuto. Ma che voleva dunque?

La ragazza lo seguì in silenzio, maledicendosi per il proprio aspetto trasandato. Non era così che avrebbe voluto che lui la vedesse, specialmente dopo tanto tempo. Con gesto istintivo, cercò di sistemarsi i capelli, ma era un compito arduo. Lui sembrava non aver notato nulla, si era seduto sul divano comodamente, allungando le braccia sui braccioli, le lunghe dita nervose tranquillamente adagiate. In realtà l’aveva osservata bene. Non era cambiata poi tanto, sempre la stessa bella pelle, liscia e setosa, sempre gli stessi morbidi capelli che le si arricciolavano sul collo in volute sbarazzine. Sempre gli stessi occhi espressivi e belli, anche col trucco disfatto e sempre pieni di ombre così come li ricordava.

L’uomo guardò distratto lo schermo del computer, sul quale ancora incredibilmente campeggiavano i versi della poesia. Li lesse:” Tra le mie labbra e la tua tenerezza c’è un abisso di buio” …Ma no, aveva letto male. Tutto il contrario “ Tra le tue labbra e la mia tenerezza, c’è un abisso di buio…Ecco, era così. Guardò la ragazza. Quasi non ricordava il motivo per cui si trovava li. A si, voleva chiederle in prestito un libro. Che scusa stupida, una qualunque, una soltanto per avere il pretesto per vederla, senza compromettersi.

Perché lei gli mancava, almeno un po’, specie in quei giorni d’estate un po’ noiosi, in cui il tempo scorreva sospeso su abissi di insoddisfazione. Che lei gli mancasse, non si capacitava, tanto era il tempo che non la vedeva, che non ci parlava neanche per caso, ma il pensiero di lei, gli era venuto quella mattina stessa, quasi a tradimento. Ora la guardava in viso pensieroso, con quel suo strano sorriso sulle labbra, sforzandosi di trovare le antiche battute scherzose che si scambiavano in passato. Un passato un po’ troppo remoto. Le sbirciava i seni in brevi sguardi veloci. Avrebbe voluto toccarli, ma con la curiosità di un bambino, senza sensualità, tanto erano pieni e sodi, i capezzoli sporgenti attraverso la stoffa sottile. Avrebbe voluto sfiorarle le spalle, quella pelle liscia e sottile da ragazza, che il sole dell’estate aveva scurito appena un po’.

Lei gli stava seduta di fronte, impacciata, su una sedia. Le era proprio impossibile sederglisi accanto, tanto ancora la turbava la sua vicinanza. All’apparenza sembrava rilassata e serena. Le spalle alte, il mento in fuori , sicura di se. Ma nascondeva le gambe sotto la sedia e tirava il vestito sulle ginocchia con un’ incertezza timida che inteneriva.

Gli raccontò le ultime novità della sua vita, con la certezza fastidiosa che a lui non interessassero affatto. Cercava di trattenerlo con le parole, temendo che un improvviso silenzio, lo spingesse ad alzarsi e ad andare via. Intanto lo guardava, avida di trattenere nei ricordi, le linee irregolari del suo viso, il suo sguardo scuro, la voce di lui così torbida e densa.

“ Tra le tue labbra e la mia tenerezza c’è un abisso di buio…” E un abisso c’era fra il suo amore e l’anima di lui così distante e persa, che sfiorarlo, sarebbe stato impossibile. Anche solo avvicinarsi e baciarlo sulla guancia ispida come due vecchi amici che si ritrovano dopo un tempo infinito.

“ Ti amo,” Pensava lei, mentre lui le diceva il motivo della sua visita. “ Ti amo” Pensava, e quel pensiero era una tale condanna senza appello, che sembrava che mai la sua vita avrebbe superato i gradini ostili di quell’amore non corrisposto. Che per tutti gli anni a venire esso le avrebbe consumato l’anima in un’attesa vana e senza sollievo. Fece un gesto rabbioso che lui interpretò male.

“ Te lo rendo presto, cosa credi. “ Disse alludendo al libro.

“ Davvero? Ma se non torni mai.” Rispose lei, ma non pensava al libro.

“ Prometto che tornerò soltanto per restituirtelo. “ Rise lui e gli brillavano gli occhi

“ Ma anche tu, però non ti fai mai viva.” Aggiunse e pensava che lei non gli era sembrata poi così orgogliosa, e quasi rimpiangeva di essersi sbagliato, perché un legame almeno seppur sottile e futile con lei avrebbe voluto mantenerlo, al posto di quei lunghi mesi di silenzio.

La speranza portata da quelle parole, fu come un alito di dolce frescura, nell’aria torrida della stanza, ma svanì presto nell’incompiuto dispiegarsi dei loro rispettivi sentimenti, che si sfioravano senza mai incontrarsi.

Lui si alzò. Era finita. Stava andando via, stringendo il libro fra le mani, il libro che lei gli aveva dato, quasi fosse un pezzo del suo stesso cuore. Neanche lo accompagnò alla porta, ma rimase a guardarlo andare via… Le spalle larghe, le lunghe gambe, le mani nervose….La porta si richiuse alle sue spalle. La ragazza andò in cucina. Prese un’altra pesca e l’addentò rabbiosa…lo schermo del computer intanto si era spento. Ma lei non se ne accorse. Masticava il suo frutto, guardando assorta la vita che scorreva altrove, lontano da lei, fuori del balcone aperto.

“Tra le tue labbra e la mia tenerezza, c’è un abisso di buio…un grappolo di perdute speranze…”

 

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