I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

TI RICORDI

 

“Sarebbe molto bello”, disse lei con voce dolente, “oh, tanto bello percorrere con te il mondo intero!” Lui la guardava assorto attraverso le lenti spesse che coprivano i suoi occhi miopi.

Intanto spingeva svogliato la carrozzina.

Lei continuava a parlare, la voce leggermente querula e fioca.

Aveva quel modo di dire le cose, come se recitasse, tirando su le parole, lungo invisibili linee sinuose che disegnavano emozioni, sospendendole nell’aria come farfalle.

Ma questo la rendeva ridicola. Perché era una cosa da ragazza con gli occhi sognanti, e lei non lo era più da tanto tempo.

L’uomo si passò le mani sul cranio calvo leggermente punteggiato di efelidi. I suoi passi erano brevi e nervosi e ansimava appena sotto il peso della carrozzina.

“ Ti ricordi? “ Disse lei, ma non continuò e così non seppero mai cosa l’uomo doveva ricordare. E anche il ricordo di lei si perse nelle nebbie sempre più spesse della sua mente.

Era come affondare, lentamente, ineluttabilmente, in un buio sempre più spesso dove qua e là galleggiavano scene della sua vita.

Una bambina dai capelli nerissimi e ricciuti che rincorreva un gatto in una povera casa di pescatori.

O forse era un cane. Si chiamava Pippo, e questo è un nome di cane. Ma forse non era neanche lei quella bambina. Lei aveva i capelli chiari, o almeno così ricordava, e non quell’assurdo colore che le facevano adesso. Un castano rossiccio così volgare!

Lei si guardava intorno, i piccoli occhi da furetto curiosi e pieni di stupore vacuo, su quel pezzo di strada che pure avrebbe dovuto conoscere benissimo, perché lo percorreva ogni giorno.

Dal suo sguardo, però si sarebbe detto che fosse sempre la prima volta, il braccio abbandonato lungo il fianco e l’altra mano ad arrotolare una ciocca di capelli sulla punta del dito.

L’uomo faceva piccoli cenni di saluto ai conoscenti che incontrava, sempre gli stessi ogni giorno e pensava.

“ Ma perché non piove dannazione? Perché c’è questo sole implacabile che mi brucia il cervello?”

Avrebbe voluto che piovesse e così lei sarebbe rimasta a casa, seduta dietro la finestra a guardare la strada e fargli inutili domande sciocche, mentre lui avrebbe letto il giornale ignorandola.

Ma c’era il sole! C’era il sole come il giorno che lei aveva detto :” Che bella giornata è oggi!” e poi era scivolata sul pavimento, le pupille  arrovesciate nel bianco della sclera, e niente era stato più lo stesso.

Se almeno ci fossero stati dei figli ad animare quella casa vuota! Se almeno ci fossero stati dei nipoti a portare rumore nelle lunghe giornate silenziose.

Invece nulla, e chi l’avrebbe detto a guardarla nei suoi anni migliori; i fianchi larghi sulle gambe forti, i seni pesanti, il ventre teso…e vuoto. Mese dopo mese, anno dopo anno…”Così vuole Dio”, diceva. E Dio deve volere cose strane se manda i figli a chi non li vuole negandoli a chi li cerca disperatamente.

Ma ora era una bambina lei stessa. “ Vi ci vuole un aiuto Don Gennarino!” Gli dicevano.

Un aiuto? Mettersi un’estranea in casa che ti sparla alle spalle e conta quante volte pisci e quante volte mangi? Mai!

Piuttosto ci crepava lui dietro quella carrozzella, e a cambiarla come fosse una neonata, con quel peso morto che era oramai il suo corpo, che bisognava spostarlo di peso, dal letto alla carrozzella, dalla carrozzella al letto.

E poi la portava fuori sul marciapiede e la spingeva per la sua passeggiata. Sempre gli stessi metri, sempre quelli. Contava i passi. Non erano molti, meno di cento, forse cinquanta e poi girava e tornava al punto di partenza, lì davanti al portone di casa. E gli sembrava così di percorrere sempre lo stesso girone dell’inferno, una volta, due, tre, cento volte. E lei con quel braccio morto lungo il fianco, che oramai quasi più non capiva, a parte i rari momenti di lucidità in cui con la sua voce querula diceva: “ Ti ricordi?” E poi si dimenticava cosa, lui dovesse ricordare…lei stava abbandonata sulla carrozzella a guardarsi intorno quasi fosse sempre la prima volta.

E aveva quello sguardo del giorno in cui andò sposa. Con quella curiosità vagamente vuota negli occhi da furetto, verso un destino sconosciuto e inquietante. 

L’uomo fece un gesto di stizza, ma non verso di lei. Forse verso se stesso, o il mondo, o il destino.

Se almeno non si fosse ripresa quel dannato giorno che era scivolata sul pavimento con quelle parole “ Che bella giornata che è oggi..”che le scivolavano via dalla bocca storta. Invece non sembrò allora tanto grave, anzi lui ringraziò il cielo che gliel’aveva conservata quasi com’era, invece poi era tutta una finta, con quel braccio morto a cui era seguita anche la gamba e poi piano piano anche i pensieri e nulla era stato più lo stesso, se non quella sua voce querula che diceva: “ Ti ricordi?” Mentre lei non ricordava più niente, nemmeno il suo nome, e prendeva in prestito i ricordi degli altri, non ritrovando i suoi.

Faceva caldo quel giorno. C’era sempre quel sole implacabile che annunciava l’estate.

La rabbia. Non restava che quella dell’antica tenerezza che pure aveva provato per lei. La rabbia rotolava sotto le ruote consumate della carrozzella facendo un suono secco e frusciante come di terriccio sotto le suole delle scarpe. Non un gran suono poi, ma quasi sommesso, come a non farsi sentire. Ma c’era, e mordeva nel fianco, la rabbia. Perché già è brutta la vecchiaia, anche senza una vecchia bambina a cui cambiare i pannolini.

Certe volte sembrava che capisse. Sembrava che ancora ci fossero scampoli di pensieri ad animare la sua mente spenta e allora iniziava strani discorsi illogici, arrotolati su se stessi come volute di fumo dirette verso il nulla. Lui si sforzava di ascoltarla, prima di accorgersi che prendeva solo in prestito parole che aveva sentito chissà dove o da chissà chi, ma che per lei non avevano nessun significato.

Forse le piaceva il loro suono, così adatto alla teatralità innata, unico residuo di quello che era stata e che la malattia le aveva risparmiato.

Forse ci giocava, come una bambina con le sue bambole, inventandosi storie incomprensibili a chiunque e forse anche a se stessa.

O forse si era creata una vita non sua, per sostituire quella che la sua mente aveva perso insieme ai ricordi. Nessuno poteva dirlo.

I medici dicevano che non c’era speranza di arrestare quel lento declino. Dicevano che presto il suo cervello si sarebbe trasformato in un piccolo buco nero che avrebbe inghiottito ogni cosa, lasciando soltanto un corpo disfatto da nutrire, da lavare, da mettere a letto, da cambiare.

“ Quanto potrà durare?” Aveva chiesto Don Gennarino. “ E chi può dirlo!” Gli avevano risposto.

“ Un anno, dieci anni, un mese, come vuole Dio!” Già, come vuole Dio.

Ma ora lui si trovava a spingere quella carrozzella su quel pezzo di marciapiede, un passo dopo l’altro, cinquanta passi e poi tornare…se solo…!

Se solo avesse finto di avere un malore! La carrozzella che gli sfugge dalle mani e finisce sulla strada proprio quando…

Sarebbe bastato un attimo, niente di più facile. Un uomo alla sua età, la testa calva senza cappello sotto il sole implacabile, un mancamento del tutto normale. Uno svenimento! Gli sembrava quasi di sentire un urto di nausea, salirgli dal fondo delle viscere al pensiero.

Che poi non aveva più il cuore di una volta, forte come quello di un bue e fare tutti quegli sforzi alla sua età! Chi poteva biasimarlo? Chi poteva biasimare un povero vecchio che trascinava stanco una carrozzella su un marciapiede sconnesso, se gli viene un accidente lì sotto il sole e la carrozzella gli sfugge dalle mani e finisce sulla strada mentre una macchina arriva veloce?

Così pensava Don Gennarino, con uno strano peso sopra il petto, che era come un masso piantato sullo sterno, mentre spingeva la carrozzella, ascoltando distrattamente la voce fioca di sua moglie che tornava a ripetergli per l’ennesima volta” Ti ricordi?”

Ma poi non pensò più, perché il sole divenne una lama affilata che gli entrò dentro al cuore facendone scempio, e lui cadde per terra come un ciocco, senza più un barlume di coscienza negli occhi sbarrati, le labbra serrate in quello che poteva sembrare un sorriso sulla bocca sottile, mentre la carrozzella come per incanto si fermò sul bordo del marciapiede, di sghimbescio.

A lei dovette sembrare un nuovo gioco, perché scoppiò a ridere, come una bambina vecchia, la piccola bocca senza denti, spalancata, con un filo di bava che scivolava lungo il mento…

 

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