I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

SPUNTI CORRENDO


 

Spunti correndo e hai quelle labbra rosse che ricordo bene, sul viso gentile e delicato. Su quella pelle liscia che profuma di cipria e fiori. Come un folletto che appare e scompare, ti affacci dagli angoli della casa, monella e incantevole. I capelli  castani spruzzati di rame, sciolti sulle spalle, gli occhi nocciola ridenti e dolci. L’amore rende bello il tuo viso grazioso. L’amore che provi per me e che ti accende la pelle di strani bagliori quando ti accarezzo e tu sospiri perduta in un piacere assoluto.

Hai vent’anni e la vita nel pugno. Mi rincorri con sguardi luminosi bevendo le parole che ti sussurro, mentre scivolo piano nel tuo corpo inesperto. Così in questo sogno dell’alba ancora tu spunti correndo e io torno per il breve spazio di un momento, il ragazzo che ero.

Credevo di amarti è vero, anch’io, quando ti inseguivo superando le tue incertezze, i tuoi dubbi le tue ritrosie. Credevo di amarti ma era soltanto un gioco. Non avevi il mistero che intriga, né la carnalità di una donna fatta. Eri così bambina, trasparente e semplice che leggevo in te come in un libro aperto. Detestavo vedere nei tuoi occhi quella fiducia assoluta che mi faceva sentire fragile e bugiardo. Perfino la tua bellezza era insipida ai miei occhi perché non ti negavi mai, ma mi amavi di un amore assoluto, privo perfino di qualunque gelosia.

Ma come dirtelo, dopo che ti avevo preso in quella stanza d’albergo anonima  e squallida, sussurrandoti le parole di quell’amore che non provavo, forzando il tuo corpo intatto, prendendomi un piacere superficiale là dove tu insieme al corpo mi avevi dato l’anima?

Come potevo dirtelo? Ma tu lo sentivi credo, e nel tempo si velarono i bagliori dei tuoi occhi, e io sentivo l’orgoglio ferreo dietro il quale tu nascondevi le lacrime di fronte alla mia indifferenza.

Sapevo che mai nella vita avrei ritrovato quella tua dedizione assoluta velata di sogni, ma ero giovane allora, e a quell’età si ha fame di vivere e non ci si ferma a pensare a quello che ti lasci alle spalle. E poi l’amore stesso per me era uno splendido gioco che lasciava intatta l’essenza profonda del mio animo. Mi sentivo invincibile e lo ero.

Ti lasciai con poche parole frettolose, senza avere il coraggio di incontrarti, per telefono. Avevo fretta di liberarmi, ricordo, di quella spiacevole incombenza. C’erano cose che aspettavano di essere fatte, corpi di donne da accarezzare, la vita che premeva, e tu diventavi sempre più un ricordo sbiadito. Non pensavo al sangue vivo della ferita che ti avevo aperto nel cuore. Preferivo credere che presto mi avresti dimenticato, sostituendomi con un’ altra passione che sinceramente ti auguravo, più fortunata.

Dopo di allora ti cercai una volta sola, in un momento di noia che mi aveva spinto a cercare di riallacciare quello che per me era stato un piacevole gioco. Mi rispondesti, ricordo, con una breve lettera, negandoti al telefono. Poche parole orgogliose e fredde, senza rancore, che mi stupirono.

Ti dimenticai. Negli anni quante storie ho avuto più o meno felici.

Negli anni ho attraversato indenne le tempeste della passione, fra amori più o meno importanti e perfino un matrimonio fallito io che mai avrei pensato di sposarmi. Ed eccomi qui sull’orlo della mezz’età, solo ma sereno in fondo e senza rimpianti.

Ti ho incontrata per caso  là dove mai pensavo di incontrarti, nel paese dal quale entrambi partimmo negli anni lontani della nostra giovinezza, per disperdere i nostri destini su sentieri sconosciuti.

Spunti, camminando piano guardando assorta le vetrine, immersa in chissà quali pensieri.

Ti ho riconosciuta subito, nonostante tu abbia cambiato il colore dei capelli che ora sono di un piacevole biondo dorato, nonostante il tuo corpo sia più dolcemente morbido di come lo ricordavo.

Ma hai la stessa deliziosa goffaggine, quell’incertezza timida nell’incedere che in passato mi irritava molto, ma che ora chissà perché trovo rassicurante.

Mi guardi di sfuggita senza riconoscermi. Tanto sono dunque cambiato? Involontariamente mi si stringe il cuore. Salgo in macchina e resto a guardarti.

Il tempo è stato benevolo con te, risparmiando alla tua pelle chiara, l’insulto delle prime rughe.

 Il tuo corpo morbido è ancora attraente e il mio sguardo scivola involontariamente sui tuoi seni pieni, sul ventre piatto e i fianchi rotondi, e mi coglie impreparato il ricordo delle mie mani che ti accarezzavano, delle mie labbra che scivolavano lente sulla tua pelle di seta, gustandone il sapore. Sei perfino più carina, oggi, quasi bella nella tua femminilità ora consapevole.

Sei sempre più vicina ormai, posso guardare i tuoi occhi belli. Occhi grandi espressivi che conservano dentro la scintilla di quel fuoco che un tempo ardeva solo per me.

Mi chiedo quanti uomini hai amato, e se mai hai pensato a me, in tutti questi anni.

Mi chiedo quale sia stata la tua vita dopo di me. Se sia stata felice o no.

Qualcuno fa il tuo nome alle tue spalle e tu ti giri. Sorridi e il tuo sorriso sembra illuminare la strada. I tuoi denti bianchi fanno capolino fra le labbra carnose, labbra che ancora promettono baci.

I baci dei quali io non riesco a ricordare il gusto.

I nostri occhi si incontrano. Distratti i tuoi, intensi i miei, ma poi aggrotti la fronte come cercando di afferrare un ricordo lontano.

Ma è solo un attimo. Restiamo entrambi in bilico sul passato. Ma cosa potrei dirti ora? Non sopporto di leggere la delusione nel tuo sguardo paragonandomi al ragazzo che amasti.

Non sopporto le parole di circostanza che ora ci diremmo, estranei ormai.

Non sopporto ora di averti perduta e con te la possibilità di una vita diversa, più bella o più brutta non importa, di quella che ho avuto.

E il senso dell’ineluttabilità del mio presente, mi prende come una morsa alla gola. Qualunque partita io abbia giocato ormai, non ho più carte ora. I bleff sono stati scoperti dal destino. Non ho più davanti la rosa infinita di possibilità dalle quali ti ho esclusa senza pensarci troppo.

Tu distogli lo sguardo da me. Non ti soffermi più di tanto, allontanando il passato con un’alzata di spalle. Vai incontro alla persona che ti ha chiamato e che io non riconosco.

Io metto in moto la macchina e mi allontano. La tua immagine va sfocandosi nello specchietto retrovisore. Nonostante la malinconia, provo nell’anima un piacere segreto. Quel senso di godimento assoluto e invincibile che per un istante annulla qualunque altra sensazione, dandoti l'impressione di fermare il tempo su un istante perfetto.

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