I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

SIAMO NUVOLE PRIGIONIERE DEL VENTO

Una giovane donna sedeva davanti ad una tazza di the fumante, nella cucina silenziosa di una casa deserta.

Tutto era in perfetto ordine, ma vi era un che di polveroso, di abbandonato. Una casa senza abitanti, non ha vita. Il silenzio l’avvolge come un sudario.

La giovane aveva il viso lucido di sudore e stanchezza. Profonde occhiaie brune, contornavano gli occhi espressivi. Tutto il giorno a sistemare, ad imballare. Bisognava portare via tutto perché la casa doveva essere venduta.

La ragazza si guardò intorno: tutto era così uguale eppure così diverso….

Ma il passato è muto. Non risuonano più le voci dell’infanzia, la risata dello zio Pietro, il papà che torna con nuovo giocattolo, il gatto Cipolla che dorme davanti alla stufa.

La casa vuota non ospita ormai neppure fantasmi. I ricordi sono forse sogni? E che realtà è quella che noi ricordiamo? Cosa è veramente avvenuto?

Questo tempo che non si può fermare, lascia dietro di se solo immagini sbiadite. Le voci sono le prime a svanire. Il timbro denso della voce di sua madre, la sua carnalità dolce e profonda, la ricordava appena.

La ragazza si passò una mano sul viso.

In altri momenti sarebbe stata bella, i lunghi capelli chiari, inanellati in morbide onde, gli occhi nocciola grandi dallo sguardo intelligente e vivace, la bocca carnosa dalla linea elegante…ora però una ruga profonda le solcava la fronte. Guardava assorta uno scatolone aperto ai suoi piedi, pieno di vecchie agende dalle copertine cartonate di vari colori.

La mano esitante si sporse a sfiorarle, ritraendosene subito, come se scottassero. C’era tutta la vita di sua madre in quelle pagine. Leggerle, non leggerle? Penetrare in una vita ormai finita in polvere?

Di sua madre aveva un ricordo sfumato, come sfocato…gli occhi vivaci sempre inquieti, il viso dolce allegramente malinconico, il corpo accogliente e profumato. In qualche lampo di memoria la rivedeva a tratti, molto più giovane, quasi una ragazza, nonostante i figli, la casa, la vita.

Che bambina, che adolescente, che donna era stata? Cosa aveva desiderato, quale vita segreta era nascosta in quelle pagine dai bordi ingialliti, che attraverso gli anni avevano l’accompagnata, silenziose e fedeli, nella fatica di vivere?

La ragazza sentiva un certo pudore a violare quel segreto. Di sua madre ricordava certe inquietudini dolorose che la spingevano talvolta ad essere dura e aggressiva e che lei bambina non si spiegava, ritenendosene, a torto, responsabile. Gli occhi di lei si facevano torbidi come per un dolore segreto e inconfessabile, i modi sbrigativi e insofferenti. E tutto questo durava per giorni, inconcepibile e incomprensibile…Ma ora i suoi segreti potevano essere svelati. Bastava un solo gesto. La curiosità si fece forte e impellente e vinse il pudore. La ragazza afferrò uno dei volumi a caso, uno degli ultimi, e cominciò a sfogliarlo. Aveva la copertina rossa del colore del sangue. Il segnalibro dorato lo fece aprire in una pagina precisa e la ragazza scivolò indietro nel tempo, nei gorghi imperfetti di un’anima perduta e fu così che la vide tornare…Ma non il suo ricordo, ma lei stessa com’era allora, attraverso quelle vecchie pagine che le erano sopravvissute.

Via via che leggeva, la ragazza la vide come in un film, una donna e la sua storia, ma dov’era la madre che lei ricordava, che pure era esistita, o forse no?

 “Non è mica facile, lo sai, non pensarti. “ Scriveva

 “Scacciare dal ricordo quel tuo sguardo, quell’aria allegra eppure densa di malinconie sospese. Quelle tue frasi ironiche e sfuggenti con cui negavi a me e agli altri la tua anima.

E’ più difficile non sentire la tua voce, roca, profonda, evocativa e dolce con cui mi raccontavi la tua vita lontana, così per caso in un giorno qualunque, quando io presa di te senza speranza, ti cercavo con pretesti banali, pur di sentirti appunto, pur di avere con te un legame flebile, anche un sospiro, un soffio di vento.

E’ stato tutto inutile, questo mio amore per te, sterile e vano come le foglie secche che il vento trascina via, fra le cose morte.

E’ stato un sogno portato via dalle luci livide dell’alba. Un sogno appunto, un’illusione muta, chiusa dentro di me, che più non volo, ora che poi per orgoglio o per dispetto, ho deciso di non cercarti più.

Ma non è mica facile, lo sai, spegnere all’improvviso quella luce che tu portavi nella mia vita, quell’entusiasmo vivo con cui accoglievo il giorno.

Ora i miei giorni sono sereni e grigi.

Non più dolore o delusione, non più l’insofferenza senza ristoro che ci portavi tu, ma che deserto mi sento dentro, ora che l’estate lascia il posto all’autunno, ora che i pensieri che non mi ispiri più, girano a vuoto in lunghi gorghi inutili.

Il tuo ricordo è come una vecchia melodia che sfuma nel silenzio piano piano. Un’ombra fievole come  tutte le cose che vanno a morire.

Ma tu ti sei portato via l’estate della vita.”

 La ragazza chiuse gli occhi per un istante. Le sembrava incredibile averle vissuto accanto per tanto tempo senza conoscerla affatto. Aveva di lei un immagine fallace, dunque, di una brava donna, vivace, certe volte allegra, certe altre malinconica, ma che non sembrava avere una vita interiore propria, indipendente da quella di tutti loro. Come se lei non fosse una persona ma un loro prolungamento.

Li aveva ingannati tutti. Aveva dentro il segreto di un amore che certo non era suo padre, che anzi non gli somigliava affatto. E chissà se era stato il solo, chissà quanti altri ce n’erano stati.

Continuò a leggere. Certe pagine erano normali, parlavano della loro vita quotidiana, suo padre era nominato spesso, ma anche lui a suo modo sconosciuto. Il padre spariva, lasciando il posto all’uomo. La ragazza si sentiva in qualche modo tradita ed ebbe quasi paura, come di scivolare in una realtà parallela che nemmeno sospettava.

La donna che era stata sua madre era un’estranea, dov’era la loro vita insieme così come lei la ricordava? In quel diario veniva raccontata un’altra vita, a lei totalmente sconosciuta.

In questa vita, sua madre aveva amato e con che intensità un altro uomo.

E questi era in quelle pagine vivo, intensamente reale e alla ragazza sembrava quasi di vederselo davanti…Con ansia febbrile afferrò un’altra agenda l’aprì a caso e riprese a leggere…

“Alto, magro, un viso simpatico senza essere bello, sguardo vivace e accattivante, spiritoso quanto basta… Dolcemente spiritoso, vagamente distratto, volutamente maldestro Che magnifico esemplare di giovane uomo…”

 Ecco l’aveva appena conosciuto. Che anno era? La ragazza guardò la copertina dell’agenda, era passato così tanto tempo, lei stessa aveva allora forse dieci anni. E sua madre allora era ancora giovane, ma sull’orlo dell’odiato precipizio della maturità.

La ragazza immaginava le sue paure, l’ansia sottile e disperata del tempo che passa, la crudeltà di vedersi lentamente sfiorire, impercettibilmente ogni giorno, prima ancora che se ne accorgano gli altri. Le sembrava di sentire il gelo che prende alla gola al pensiero di un futuro in cui ci si deve lasciare alle spalle ogni desiderio, ogni emozione legata all’amore. E sua madre forse, prima di rassegnarsi all’inevitabile, aveva incontrato quest’uomo che aveva acceso per lei quella scintilla che ancora le diede la speranza dell’amore.

Marco, ecco come si chiamava. Le giornate vuote della sua presenza, lei le riempiva con interminabili sogni ad occhi aperti in cui pensava mille volte alle cose che gli avrebbe detto quando si fossero visti, al modo in cui gliele avrebbe dette e quello che lui avrebbe potuto rispondere. Con lui sua madre era tornata la ragazza che era stata nei giorni della sua giovinezza.

Nelle pagine successive, la ragazza vide quell’amore crescere a dispetto di tutto attraverso i giorni e i mesi e non era un amore felice. Lui forse la abbagliava, sottraendosi poi in gorghi di parole, tenendola attaccata ad un filo di inutili illusioni. La lasciava a rincorrerlo nei gorghi della sua indifferenza. E lei scriveva:

“Non voglio dire che io abbia smesso di amarti. Perché non ci riesco nonostante voglia.

Mi capita soltanto di pensarti, in giornate come questa, col cielo grigio e questa pioggia sottile che copre ogni cosa di umida malinconia.

Mi capita soltanto di desiderarti ed è un dolore che non lascia spazio né alla speranza né alla fantasia.

Ma è colpa mia che non dovevo amarti. Tu lo dicevi, ricordi? Non innamorarti. Invece io che sciocca, ti ho lasciato entrare nel mio cuore, e adesso, adesso che vorrei che te ne andassi così semplicemente senza chiasso, sto lì a soffrire e continuo a pensarti.

Magari sono diventato così noiosa a dirti sempre ciò che tu già sai. A dirlo anzi alla tua immagine, perché tu sei così lontano e perso per me, che neanche immagini la scia di sofferenza che hai lasciato dietro di te.

Ho solo questo orgoglio che mi stampa sul viso il solito sorriso come se io vivessi come sempre.

Questa finta allegria dietro la quale nascondo la ferita. Né mi consola sapere che non sei questo gran uomo in fondo, ma un bambino sciocco forse, o soltanto impaurito, perché non sono solo io che tu non vuoi, ma sempre ti chiudi all’amore e lo rifiuti anche se fingi di cercarlo sempre senza trovarlo mai.

Io sono un incidente di percorso nella tua vita vuota, un granellino di sabbia nel lucido inutile ingranaggio della tua vita perfetta. Se non ti avessi amato, mi avresti forse concesso un’amicizia tiepida e insicura, ma il sentimento mio ti ha spaventato e sei scappato via.

E cosa dire adesso? Queste parole inutili, uno sfogo del cuore che mi faccia sentire più leggero, e dirle a te che non ascolti o al vento. Parole perse che non dicono niente. “

 Ma dov’era suo padre in tutto questo? Si chiedeva la ragazza. Possibile che non avesse capito nulla? Possibile che non avesse mai colto uno sguardo di troppo, una impercettibile durezza, l’insofferenza del desiderio insoddisfatto? E se incredibilmente avesse invece saputo tutto, se avesse subìto, attendendo pazientemente che tutto passasse? E se invece ancora fosse stato supremamente, crudelmente, semplicemente indifferente?

La ragazza lo rivide nel ricordo, gli occhi chiari privi di ogni malizia, trasparenti e dolci, ma che sapevano anche raggelarsi in durezze improvvise e feroci. Ricordava la sua apparente remissività che nascondeva invece un carattere ferreo e tenace col quale aveva affrontato la vita, nascondendo ogni timore ogni stanchezza, dietro uno schermo di impassibilità. La sua anima era piena di ideali nei quali credeva con una fede invincibile e che avevano segnato tutta la sua vita. Per lui la famiglia era tutto, vi avrebbe sacrificato qualunque cosa…Ecco si, qualunque cosa, anche la sua dignità di uomo forse…

La ragazza era sconvolta. Chi era sua madre, una donna insoddisfatta, forse delusa, sicuramente annoiata che aveva cercato altrove ciò che le mancava nella cerchia familiare, oppure un essere immaturo che giocava con i propri e gli altrui sentimenti, vuota di interessi e di passioni? Cosa erano stai i suoi genitori l’uno per l’altra? Amici, amanti,  compagni di viaggio, che si erano perduti l’un l’altro senza mai più ritrovarsi?

 “E’ il caldo?

O è questa rabbia implacabile che mi si spalma addosso come il sudore che mi appiccica i vestiti?

Non so.

Ti ho visto per caso. Eri tornato e io non lo sapevo. “Sono tornato oggi” Hai detto frettoloso, salutandomi di sfuggita, tanto eri preso dai tuoi amici e amiche.

La stessa aria scanzonata di sempre, soltanto un po’ stropicciata come un vestito smesso, come un vecchio giornale.

La stessa voluta trascuratezza, così studiata, così vanitosa. La barba lunga, la maglietta anonima, i sandali ai piedi, eri cosi blasé!

Ti avrei ucciso mentre ti sorridevo, con la finta indifferenza che l’orgoglio mi dettava.

Ti avrei ucciso, ma ho tirato avanti senza voltarmi indietro, mentre tu per un istante, così sfuggente, che appena l’ ho percepito, hai fatto il gesto di venirmi incontro come avrei voluto e forse anche tu.

Ma ti è mancato il coraggio, e forse, all’improvviso, anche la voglia. E ti sei fermato.

E non ti ho più rivisto.

E’ già un tormento sapere che ci sei, da qualche parte, e presto partirai. E’ già un tormento sentire dentro il suono scuro e morbido della tua voce. Quel tuo parlare distratto e sfuggente che si fa rincorrere sui sentieri imprecisi dei tuoi ragionamenti.

Quella voce dolce e amara, pregna e torbida che mi confonde il cuore e mi annoda le viscere.

E tu lo sai, si che lo sai, non negarlo.

Queste giornate interminabili annegate nell’afa e nell’attesa di qualcosa che non avverrà.

Ma perché esisti? Perché esiste il tuo corpo irraggiungibile e proibito. Perché esiste la tua anima pavida e vigliacca che non sa darti né il coraggio di desiderarmi, né quello di dirmi chiaro il tuo rifiuto.

Così mi tieni in questo limbo fatto di nulla, senza speranze e senza dolore.

Ma la rabbia resta, implacabile resta come il caldo di queste giornate di mezz’agosto.

E non da tregua, e non lo so se è per te che non mi cerchi, o per me che continuo a dispetto di tutto ad amarti, inutilmente, come un ventre sterile che non da frutto.

Potessi cancellarti dai miei giorni. Potessi estirpare ogni traccia di te dalla mia memoria.

Ma perché non piove? Perché non arriva l’acqua a trascinarti via, come la polvere nei rigagnoli agli angoli delle strade.”

 Invece il tempo aveva trascinato via lei, sua madre all’improvviso, quando forse neanche lei se lo aspettava, salvandola da una vecchiaia odiata e temuta. Lasciando così le tracce della sua bellezza nelle immagini immutabili della memoria.

Il tempo le aveva risparmiato lo scempio del suo corpo morbido, delle sue labbra rosse, della sua pelle liscia, trascinandola via di colpo senza soffrire, in un nulla rassicurante. La ragazza era sicura che lei se avesse saputo del suo destino, ne sarebbe stata felice. Perché capiva che non era donna da accettare di sopravvivere ai suoi sogni e ai suoi desideri e i suoi diari erano li a testimoniarlo. Era stata sempre una donna più che una madre, un’amante più che una donna. E un’amante è giovane sempre. Le rughe le chiude nell’anima.

Prese un’altra agenda e l’aprì. Altri giorni nei giorni, altri nomi, altre voci nella vita di sua madre. Storie più o meno reali e altri amori. Sembrava che fosse questa l’unica cosa che davvero contasse per lei, pur nell’affetto costante per il suo compagno di sempre, suo padre, che ora la ragazza lo capiva, era stata la bussola di una vita dispersa. L’unico punto fermo nel caos di sentimenti impazziti. E forse lui lo sapeva, e amandola, lo accettava.

La ragazza provava una strana angoscia. Si guardava intorno nella cucina deserta, ma il silenzio non dava risposte.

In quelle parole vergate frettolosamente su pagine e pagine però, la madre fu perduta per sempre. L’intero passato, svanito. Fu come sprofondare in un buco nero.

“ Mamma dove sei?” Si ritrovò a sussurrare alle prime ombre della sera, nella stanza deserta, ormai fiocamente illuminata da un tramonto indifferente. Come se lei potesse sentirla. Come se sua madre potesse rassicurarla con un gesto, con un moto impercettibile dei suoi occhi scuri.

Si sentiva come quando bambina, aveva paura del buio e correva nel “letto grande”. Bastava un bacio, una carezza, il corpo caldo di sua madre e i fantasmi scappavano via.

Ma il letto grande era stato smontato e imballato come le altre cose. Non ci sarebbe stato nessun bacio e nessuna carezza solo quel silenzio denso.

La ragazza sentiva dentro di se l’angoscia, la fatuità della muta apparenza delle cose, che non sono mai quelle che sembrano. E la vita è un castello di carte che ognuno costruisce come sa e come può. Ma un soffio di vento basta a portare via tutto, sbriciolando le immagini che compongono una vita, scompigliandone il disegno in inutili frammenti dispersi.

Siamo nuvole, in fondo, prigioniere del vento.

 

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

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