I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

SEGRETI

Rita afferrò la maniglia del borsone, mentre con l’altra mano apriva la porta, maledicendosi per la sua debolezza di aver accettato di tornare.
Prima di entrare si guardò intorno. I muri scrostati, il giardino incolto, nella luce livida di un mattino piovoso, davano alla casa una luce sinistra.

Eppure se voleva venderla, doveva occuparsene di persona. Per tutti quegli anni, la casa era rimasta a morire, vuota, desolata, senza che lei si decidesse a fare alcunché. Dario suo fratello, non ne voleva sapere. Aveva anzi insistito per cedere a lei la sua parte di eredità. Ma perché la zia l’aveva lasciata a loro?

L’ingresso era buio e umido. Un persistente odore di muffa e polvere, la prese alla gola. Percorse il corridoio fino alla cucina dalla quale si accedeva al resto della casa attraverso una serie di porte.

Certo che l’ingegnere che aveva progettato la casa doveva essere in preda a qualche sconquasso della coscienza, per disegnarla a quel modo, senza nessun senso. Aprì il balcone per dare aria alla stanza e fu investita da nugoli di polvere. Si affacciò. Gli alberi, alti cipressi svettanti verso il cielo, impedivano la vista della strada. Il silenzio era totale. Sembrava che la casa ci fosse immersa come in un magma denso e impenetrabile. Rita si guardò intorno. Tutto era come lo ricordava: i mobili dozzinali e in cattivo stato, il tavolo col piano di formica e le gambe di metallo, le sedie di legno, la vecchia cucina arrugginita. Tutto era decrepito, lo era sempre stato. Il disamore di sua zia per quella casa, si palesava nel modo stesso in cui lei l’aveva trascurata negli interminabili anni della sua vita.

Rita si rivide bambina, seduta a quel tavolo, l’aroma del caffè la mattina prima di andare a scuola, la zia che si muoveva silenziosa, portando i biscotti dalla dispensa, il profumo del latte caldo, gli strilli di suo fratello. In quell’immagine, lo zio non c’era. Probabilmente era già fuori a lavorare nei campi. Ci andava con una vecchia utilitaria arrugginita che solo un miracolo e la sua volontà ferrea, tenevano sulla strada, dove si estenuava in mille sbuffi rumorosi, un motore ormai logorato.

Rita si diresse verso la dispensa e l’aprì. Rimase stupita non trovandola vuota, bensì piena di provviste. Chi poteva avercele messe? Ma certo! La vicina di casa che aveva la chiave. Le aveva fatto la cortesia sapendo del suo arrivo. Chi altri! Sorrise. C’era tutto il necessario, non avrebbe dovuto uscire per fare la spesa. Chissà se il frigorifero era in funzione? Lo aprì. Funzionava ed era pieno. Cettina ( si chiamava così la vicina? Non se lo ricordava) aveva pensato proprio a tutto. Ma Rita non aveva fame. Sentiva in fondo all’anima un brivido di gelo assoluto, un senso di scoramento totale e invincibile come se entrando in quella casa, avesse lasciato fuori la sua vita.

Dalla cucina, passò nel soggiorno. Alle pareti le stampe che lo zio aveva comprato chissà dove, e poi gli stessi mobili dozzinali e anonimi che ricordava. Qua e la sui mobili, in cornici di argento reso scuro dal tempo e dall’incuria, vecchie foto di momenti che non ricordava. Nei volti sfocati nei quali fece fatica a riconoscere se stessa, suo fratello, gli zii in vari momenti del passato, il tempo restava sospeso, come inchiodato a quegli istanti dimenticati, in una dimensione perduta perfino nei ricordi.

Rita prese in mano una cornice. Si trattava di una foto di gruppo. C’era lei a tredici anni, Cettina giovane con suo marito, lo zio e la zia con in braccio suo fratello Dario bambino di sei/sette anni.

Sorridevano tutti, ma sembravano sorrisi forzati, eccetto quello di Cettina, così vivo, solare, che quasi sembrava di percepirne la risata argentina, come un eco, nelle vecchie stanze.

Aveva, allora una sua bellezza rustica, con quelle guance rosse, quei polpacci carnosi sulle caviglie sottili, e lunghi capelli neri, legati in una treccia che arrivava alla vita.

La zia la guardava assorta, come pensierosa, aggrappata allo zio, serio e compunto, nel suo vestito della festa, col panciotto di velluto dalla cui tasca spuntava la cipolla, un orologio enorme legato ad una catena spessa. L’unica cosa di valore che possedeva.

Lo zio era un bell’uomo, alto, prestante, le guance rubizze e gli occhi chiari tanto da sembrare trasparenti. Lastre di vetro opaco che non facevano trapelare i pensieri. E lei, Rita, era una cosetta piccola, dallo sguardo spaurito e il corpo da uccellino.

E quel corpo le era rimasto nel tempo, fermandosi in un momento remoto dello sviluppo, in cui le forme di donna si erano perdute per non riapparire mai più. E nel presente le sue spalle strette, il torace piatto, i fianchi sottili, la facevano sembrare una vecchia bambina.

Rita posò la foto. Sentiva un crampo allo stomaco e non sapeva spiegarsene il motivo. Era un’angoscia sottile che le stritolava le viscere. Uscì dal soggiorno e percorse un lungo corridoio buio che portava nelle camere da letto.

 La camera degli zii, aveva mobili dall’aspetto massiccio e cupo, di colore scuro, con certi intarsi e ghirigori che davano loro un aspetto minaccioso, come se in quelle spirali si fosse annidato il passato, pronto a saltare fuori alla minima distrazione. Grandi specchi opachi, sul comò, sul tavolino da toilette e sull’anta dell’armadio, le rimandarono la sua immagine deformata e moltiplicata. E la stanza si affollò d’un tratto di figure femminili, lei, Rita, moltiplicata all’infinito, e poi….e chi altro? Ecco lì la zia seduta davanti allo specchio della toilette che pettina i lunghi capelli grigi. Li pettina, assorta e distratta, pensando ad altro, rincorrendo pensieri disordinati, che solo lei conosce. Si morde le labbra come per una tensione segreta…Rita chiude gli occhi. Ma perché tornare in quella casa? Non avrebbe dovuto farlo. Si è lasciata convincere come una stupida. Poteva affidarla ad un agenzia laggiù in paese, perché tornare in queste sabbie mobili di ricordi.

 

 

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