I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

SARU U SCANNATURI

Qua si parla di Saro Merlino detto Motocozza, grande sciupafemmine di tutti i Nebrodi e dintorni.
Ma solo nella sua fantasia.
Un giorno d’estate Saro decise che doveva darsi una botta di vita, la vespa che gli aveva lasciato suo nonno Alfio con la quale percorreva a dieci chilometri l’ora le strade del paese nativo, non gli bastava più. Ci voleva qualcosa di più eclatante, qualcosa che attirasse lo sguardo e i sospiri delle ragazze, verso le quali si sentiva sempre attratto nonostante che non ricordasse più l’uso che se ne faceva.


Perché il Saro a parte tutte le altre sfortune che la natura gli aveva regalato, aveva anche quella di essere nato vecchio e, crescendo, era diventato decrepito.
Magro come una sarda salata, aveva a 40 anni tutti i capelli grigi e scarsi, le gengive infiammate e tutta una serie di mali veri o presunti che lo costringevano ad una vita grama fatta di sacrifici e privazioni.
Per di più aveva il terrore delle malattie e, per non ammalarsi, conduceva un’esistenza da malato a scopo preventivo.


L’unica sua fortuna era che non aveva la preoccupazione di guadagnarsi il pane giornaliero, in quanto rubava lo stipendio come impiegato al catasto. Sulla sua scrivania le pratiche si accumulavano intonse le une sulle altre ad una velocità tale che neanche la polvere riusciva a posarcisi sopra. Là compivano i loro sonni beati, nei secoli dei secoli senza che nessuno le disturbasse.
Saro si limitava ogni tanto a cambiarle di posto e se proprio era in giornata, ne sbrigava qualcuna. Ma non più di due o tre, beninteso.


Perché la salute è tutto e lui non voleva stancarsi.
Saro aveva una madre. O almeno credeva di averla come molti veramente che non si accorgono di essere stati generati da Piranas. La madre di Motocozza era una cosa piccola e rinsecchita con piccoli occhi furbi e lingua biforcuta che vegliava su di lui come un predatore sui suoi piccoli e che se avesse saputo quello che il figlio aveva in mente di fare, se lo sarebbe mangiato sgranocchiandosi anche le ossa. Oltre la madre egli aveva anche una moglie che aveva sposato in un attimo di annebbiamento della coscienza quando ancora si credeva sano e in diritto di formarsi una famiglia propria.

 

Tale illusione non era sopravvissuta a lungo in quanto prima di tutto la moglie che si era scelto aveva anche lei l’aspetto di una sarda salata e al posto dei seni due noccioline dure che sembravano foruncoli, in secondo luogo il pirana che con molta fantasia definiva madre, decise di boicottare fin dal primo momento quella secondo lei inutile unione e ci riuscì alla grande. Almeno avessero avuto figli! Invece niente. Sterili peggio del Mar Morto, la madre non capiva proprio per quale assurdo motivo non poteva riprendersi il figlio e rispedire la sarda salata al luogo da cui proveniva.


La guerra senza quartiere fra le due donne ( si fa per dire) andava avanti in sordina da tempo e chi ne faceva le spese era lui. In realtà le odiava entrambe in uguale misura, ma si sa la mamma è sempre la mamma anche se ha denti da barracuda e lascia ferite di sangue. E così gli anni erano passati per Saro a barcamenarsi fra i capricci della moglie e le perfidie della madre e i capelli gli erano diventati bianchi, i denti avevano cominciato a tremargli in bocca e quello che è peggio, la sua virilità aveva cominciato a latitare. Non che ci volesse molto anche nelle migliori condizioni, quando si trovava nel letto quel mucchio d’ossa di sua moglie, ma almeno qualche fantasia ancora l’aveva e così si era comprato la moto.
Indubbiamente era stato un colpo di pazzia del quale si era pentito quasi subito, ma che diamine! Tornare indietro non si poteva. E poi gia si immaginava a cavallo della “Bestia” come un novello cavaliere a fare sfracelli nelle contrade con le ragazze che gli sbavavano dietro. Specie una a dire il vero, con due tette come provole e il fuoco nello sguardo, dalla quale nella realtà sarebbe scappato a gambe levate, ma sulla quale faceva spesso fantasie che non servivano però purtroppo a risvegliare la sua virilità defunta.
Ma c’era un problema. Ed era pure grosso!


Non sapeva guidare una moto.
Già salirci non era stato affatto facile. Aveva dovuto posizionare “la Bestia” vicino ad un gradino abbastanza alto, ma mentre alzava la gamba per salire in sella a parte gli scricchiolii vari delle sue malmesse giunture, si era pure spostato il salvamutande che usava per fare fronte agli scherzi della sua prostata capricciosa.
Questo fatto l’aveva messo in grande imbarazzo e aveva dovuto rinunciare per quel giorno. Ma il giorno dopo, a mezzo giorno spaccato, tipo "mezzogiorno e mezzo di fuoco" o se vi piace meglio tipo "Duello all'Ok corral",
sotto un sole implacabile che cuoceva i cervelli già cotti di pochi pensionati seduti davanti al bar “ du cardiddu”, munito di mutanda elastica a prova di movimento, aveva ritentato.
Prima di mettere in moto la bestia si era messo un paio d'occhiali da sole, lasciati per dimenticanza da qualche zio americano 40 anni prima trovati chissà dove in qualche cassetto, poi memore dello sguardo da bounty killer del suo attore preferito ( CLINT EASTEWOOD), si accese pure un mezzo sigaro Toscano anche quello rimediato da qualche parte, sempre lasciato dallo zio siculo- mericano, e dopo aver controllato che la gente della piazza si fosse accorta di lui, fra sbuffi di fumo puzzolente e colpi di tosse che sembrarono mandare in pezzi il torace scheletrico, partì con l’impeto di un bradipo addormentato.
Appena percorso alcuni metri talmente piano che per poco la moto non gli cadeva a terra per inedia, fece mente locale sulla questione che la bestia aveva sei marce e che lui non aveva la più pallida idea di dove fossero e come si azionassero.
E sudava, e non solo per la paura di fare MALAFIGURA ma perchè la moto, che a quella velocità si era surriscaldata ed emanava un calore che lo scirocco dei giorni passati sembrava freddo come la tramontana di gennaio, era pesante e difficile da dirigere e in mente sua Saro santiava alla grande, rimpiangendo la sua vecchia vespa che prendeva polvere nel garage.
“ Ma se vado piano nel paese, nessuno si accorgerà che uso sempre la prima! Pensò, continuando a sudare
tanto che sembrava un cetriolino appena estratto dal suo loculo d’olio.
Ma un’occhiata di invidia pura di un suo conoscente, gli ridiede fiducia. Avrebbe imparato perdio! E che ci voleva!


Sua moglie a cui alla fine aveva dovuto confessare l’incauto acquisto, lo guardava sorniona.
Il Saro oltre a tutti i suoi guai era anche permaloso e non lo si poteva contraddire. Lei del resto neanche ci pensava a contraddirlo essendo presa a ragionare sulle loro finanze per quantificare quanto avrebbe preso come vedova, se per un inaspettato colpo di sfortuna, il coniuge fosse finito a spiaccicarsi su un muro.
Era un po’ che ci pensava la sarda salata che se anche aveva poco le fattezze di una donna, ne conservava però i desideri e francamente le pesavano non poco i problemi di prostata del coniuge. Il tempo passava e a lei non rimaneva che qualche cartuccia da sparare, o almeno lo credeva, per non dire che lo sperava.
La moglie di Motocozza amava vivere negli agi. I soldi per lei avevano il giusto valore, nel senso che dovevano essere spesi e non ammuffire nelle tasche o nelle cassette di sicurezza della banca e lei in questo senso si impegnava alla grande.


Avendo oramai persa la speranza che l’arpia sua suocera, andasse a dormire ai Cipressi in tempi brevi, essendo questa di salute ferrigna e di discreti beni, le venne l’ansia che il suo cagionevole consorte, la precedesse nell’ultimo viaggio, cosa che avrebbe creato a lei moglie non pochi problemi essendo il barracuda depositario di tutti i beni e visto che al figlio derelitto non era intestato nulla.
Per questo motivo la moglie devota vegliava tenera sulla di lui salute. Ma ora la moto! Solo questo ci mancava. C’era solo da sperare che se ne stancasse subito e la rivendesse con buona pace di tutti. Che poi se avesse avuto un incidente, la cosa peggiore sarebbe stata che se non moriva, si sarebbe frantumato in mille pezzi e a lei sarebbe toccato assisterlo per il resto della vita.
Questo terribile pensiero le aveva dato problemi di stomaco per giorni.


Il Saro però, ignaro dei travagli mentali e intestinali della sua metà, continuava le sue scorribande a passo di formica per le colline. Qualcuno gli aveva spiegato che oltre la prima, la moto aveva anche la seconda marcia e volendo anche la terza, la quarta, la quinta e udite udite anche la sesta. Avendo scoperto che con la seconda più o meno se la cavava, si fissò con quella e lo si poteva vedere arrancare sul suo bolide che sembrava un cavallo azzoppato, dal garage al bar del paese, di fronte al quale con innumerevoli manovre, posteggiava la sventurata per lasciarla agli sguardi lubrici di conoscenti e amici.

Dopo esserne sceso indignitosamente, si pavoneggiava aspettando che qualcuno si decidesse a offrirgli un caffè, perché oltre a tutti quanti gli altri suoi guai, Saro era anche un avaro della peggior specie.
“ Che me lo fai fare un giro?” C’era sempre il fesso di turno.
“ Ma non me lo chiedere nemmeno. Una moto è come una donna, non la si fa cavalcare da nessuno!” Rispondeva lui con un tono da uomo di mondo; in realtà avrebbe voluto dire: La femmina è meglio della moto, almeno se te la fottono te ne accorgi! L’altro, pensando alla sarda salata, subito faceva marcia indietro. In effetti…


In effetti uno c’era che avrebbe cavalcato volentieri non la moto ma la moglie di Saro.
Perché la fame è fame e lui ce l’aveva dal tardo Medioevo. Di conseguenza la notte tutti i gatti sono grigi. Questi aveva occhi da furetto acuti come capocchie di spillo e era il suo parrucchiere. Aveva un modo di lavarle i capelli, movendo le mani lentamente con le dita aperte eppure leggere che lei si rimescolava tutta e lo guardava con occhi diversi al punto che pure le noccioline che aveva al posto delle tette si facevano più dure. Il
corteggiamento fra i due durava da un pezzo, ma ancora non se ne erano visti i frutti. Lui fantasticava di farsela sul lavello del retrobottega, lei fantasticava di serenate amorose e intanto parlavano.
E Saro continuava i suoi giretti. Era entusiasta perché aveva imparato a mettere la terza e così osava i sessanta all’ora e gli sembrava di volare.
Si era messo un cuscino a fiori sulla sella per via delle emorroidi ma era pensieroso, forse non era adatto. Piegato tutto in avanti sul manubrio, i gioielli di famiglia schiacciati sulla sella, gli veniva da pisciare ogni secondo ma insomma! Se si deve godere, qualche sofferenza bisogna metterla in conto.
Ma non aveva messo in conto la buca.
Ci si infilò con la ruota davanti mentre percorreva la statale 113 ( lui non era superstizioso) e la moto come una puledra imbizzarrita, alzò il suo di dietro nervoso facendo volare il Motocozza, oltre il manubrio, prima di carambolare oltre il gard reil.
Il rumore dello schianto si sentì fino a Raccuja, o forse erano le ossa di Saro che si sbriciolavano come grissini.

Sei mesi dopo, finalmente Saro tornò a casa dall’ospedale dove con infinita pazienza avevano messo insieme tutti i pezzi. Con risultati deludenti bisogna pur dirlo.
Ogni volta che dava un passo, gli scricchiolii si sentivano fino in piazza.
Sembrava un cadavere ambulante anche se in effetti non si vedeva all’apparenza molta differenza con prima. Ma la differenza c’era. Saro si era finalmente accorto di essere morto. Fino a quel momento lo era senza saperlo, ma l’incidente l’aveva fatto rinsavire di botto. E in ospedale ne aveva avuto di tempo per pensare. La moglie aveva troppi impegni per andare a trovarlo e la madre si sa aveva un’età…
Appena a casa aveva venduto quel che era rimasto della moto.
Del resto non usciva più neanche a piedi. Passava le giornate a guardare la tv, mentre la sarda salata sbuffava in camera dove si preparava per uscire.
“ Gioia, sto uscendo. Vado a farmi i capelli…” Saro guardò la moglie che aveva già un piede oltre la porta. Gli sembrò una specie di spaventapasseri brutto con quello strano kaftano etnico che su di lei sembrava appeso su una gruccia.
“ Ma se ci sei andata ieri l’altro!” provò a obiettare.
“ Davvero? Non ricordo…ma poi, lo vedi? La piega non tiene. Sarò di ritorno fra un paio d’ore al massimo.” Rispose lei cinguettando e poi uscì dimenando i fianchi che i massaggi di qualcuno avevano arrotondato.
Saro la seguì con lo sguardo. In effetti ultimamente la piega non teneva. Lei era sempre spettinata, il trucco slabbrato. Scarso doveva essere sto parrucchiere!

E poi gli venne in
mente che era lunedì….

 

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