I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

SAIMA

 

 

Saima ha le braccia stanche.
Trascina silenziosa, pesantissime borse della spesa, sotto un sole impietoso e indifferente.
Sulla strada deserta, poche macchine e ancor meno passanti; il sudore ha incollato alla fronte il velo nero che avvolge la sua testa e che ha portato dal suo paese lontano così come quello sguardo liquido e nero, spento e pieno di un fatalismo a cui non ci si ribella.
“Inchallà!” Come vuole Allah. Le gambe pesanti, arrancano sotto il peso.
Saima ha trent’anni ma ne mostra venti di più col suo viso stanco dalla pelle opaca, che non reca traccia neanche di una pur remota bellezza. Un viso senza espressione, assolutamente impassibile, la pelle sciupata e spenta.
Saima non parla, ma se parlasse la sua voce avrebbe un timbro aspro e rauco mentre pronuncia stentatamente le poche parole italiane che conosce.
Sta tornando a casa, la casa dove lavora e vive, anzi una delle due, fra le tante in cui ha lavorato e che si assomigliano tutte. Piccole o grandi case borghesi, ricche o appena dignitose, con i mobili lustri e le tende tirate, i quadri alle pareti e nell’aria quell’odore melmoso di rispettabile onorabilità che sa di chiuso e di stantio, di aria mai cambiata.
Saima fa la badante.
Accudisce dietro compenso due signore di una certa età e molti malanni che i figli e i parenti non hanno il tempo e la voglia di accudire.
La prima è una donna ancora giovane che la malattia ha trasformato in un enorme neonato.
La si deve imboccare, lavare, cambiare, ma per fortuna l’obnubilamento della sua mente la rende poco esigente, anzi quasi per nulla, quasi fosse un’enorme bambola di carne.
L’altra invece ha un’invalidità più leggera, e una mente vigile e incattivita dalla malattia che la confina in casa, escludendola dal mondo.
Delle due, questa è la peggiore.
Tratta Saima come una serva, tormentandola a volte con assurde pretese e con quella arroganza da padrona che si sente in diritto di tutto pretendere. Certe volte, e questo è anche peggio, la tratta da confidente, riversandole addosso l’enorme peso delle sue recriminazioni contro i figli egoisti e le nuore indifferenti.
Le chiede favori che lei non può farle come quello di comprarle un litro di vinello dolce con il quale appena ha potuto, si è consolata di un’esistenza infernale.
Le fa strofinare fino alla nausea, i pavimenti lucidi, sui quali è scivolata più di una volta, quasi a volersi rendere ancora più invalida di quello che già è. Le fa spolverare decine di soprammobili di tutte le dimensioni che coprono i mobili come formiche e fra i quali la polvere si addensa quasi indurendosi.
Saima non pensa mai alla sua casa lontana, neanche quando la sera si corica con le ossa rotte, nella stanzuccia che le hanno riservato e che le fa da casa. Le sue poche cose in un vecchio armadio, e su una cassapanca le foto dei figli lontani. Il letto è una branda sfondata che cigola ad ogni movimento.
Non pensa alle distese immense di spiaggia bianca e impalpabile, alle pareti bianche delle case che trattengono fuori il calore del sole regalando una frescura ristoratrice.
Non pensa alle cupole dorate delle moschee da cui la preghiera dei muezzin come una musica invade le strade.
Non pensa ai suoi figli che non vede da anni e che sicuramente sono cresciuti in tutto questo tempo in un modo che non riesce neanche a immaginare.
Solo qualche rara telefonata per sentirne le voci, perché non la dimentichino come invece ha fatto suo marito, immigrato in Germania senza permesso di soggiorno. Forse è perfino morto, o forse chissà dov’è, magari con un'altra moglie e altri figli.
Inch'allah, come vuole Allah! E meno male che ha solo figli maschi, che vorrebbero raggiungerla, ma lei non vuole. Cosa farebbero in questo paese ostile? Che stiano dove sono, con la sua vecchia madre che li accudisce. Solo così ha senso la fatica immane di giornate sempre uguali in mezzo a gente estranea e certe volte cattiva.
Saima non pensa a tutto questo perché se ci pensasse, il suo cuore si schianterebbe in un dolore insopportabile e la nostalgia le taglierebbe l’anima in brandelli sottili.
Perché la vita certe volte la devi vivere come un animale che si concede solo di respirare, mangiare dormire, senza pensieri, senza coscienza, perché altrimenti la vita ti uccide.
Invece bisogna ingannarla la vita, fingere di non avere un’anima, né desideri, né rimpianti.
Quando Saima accudisce la bambola di carne, lascia che le sue mani agiscano meccanicamente, senza che la mente le insegua, e così non sente l’odore acre dell’urina, o il fetore delle piaghe da decubito. Non sente il tanfo della malattia, della decomposizione della carne, che ricorda a chiunque quello che siamo e la fine che faremo, nelle nostre piccole, grandi case borghesi, piene di oggetti, di quadri, ipocrisia, menzogne e solitudine.
Nella terra di Saima i vecchi non sono mai soli, non sono cose lasciate in un canto a morire in silenzio. Anche lei si augura di invecchiare così in mezzo ai suoi figli e ai figli dei suoi figli.
Ma certe volte non ci crede, perché in fondo al cuore ha come una voce che le sussurra che nella sua terra non ci tornerà mai più.
Ma Saima, quella voce non vuole ascoltarla, come non vuole ascoltare il suo cuore ballerino che certe volte le impazzisce nel petto, in battiti brevi e frenetici che la estenuano.
Non lo ha detto a nessuno. E del resto a chi dovrebbe dirlo? Perderebbe il lavoro. E che ne sarebbe dei suoi figli allora laggiù in Marocco?
E così non ci pensa, e ignora con determinazione la stanchezza invincibile che talvolta l’assale, come in quel momento, con quelle borse pesantissime, sotto quella calura implacabile.
La signora Pina le fa comprare un numero inverosimile di cibarie che mangia di gusto, lasciando a Saima solo gli avanzi. Le cose migliori sono sempre per lei, e guai a prendere anche un solo biscotto senza il suo permesso! Diventa una furia la signora Pina e neanche si accorge che non può camminare, ma anzi agita il bastone come un’arma e sembrerebbe che voglia picchiarla.
Ma Saima ha imparato ad ignorare i suoi scoppi d’ira, come finge di non accorgersi dei gesti di insofferenza che le rivolge, quando pensa che lei non la veda.
In fondo che importa? La signora Pina è solo il mezzo per mandare denari ai figli lontani, di lei non le importa nulla. E’ un niente che non vale neanche la pena di odiare. Invece l’altra, “la bambola di carne” le fa veramente pena. Un corpo che respira che l’anima ha abbandonato da un pezzo. Mangia come un uccellino e Saima la imbocca come un neonato chiedendosi per quanto ancora quel corpo voglia aggrapparsi ad una vita che non è più tale. Il figlio non viene mai a trovarla se non per dare a Saima il suo compenso. E glielo da con rabbia a stento repressa, quasi che gli togliessero un pezzo di carne.
Certo sta li ad aspettare che la madre gli faccia il piacere di liberarlo, per Dio, da quell’obbligo odioso, di quei soldi di cui si deve privare mentre vorrebbe usarli per i suoi pochi piaceri. Ma la bambola resiste. E certe volte sembra che rida, sotto le ciglia abbassate sugli occhi vuoti, le labbra atteggiate ad un vago, vacuo sorriso.
E forse ride anche di lei, quando si sporca una, cinque, dieci volte, con incontinenza dispettosa, costringendo Saima a pulirla e cambiarla ogni volta. Una, cinque, dieci volte e quell’odore disgustoso e dolciastro di escrementi sembra impregnare ogni cosa; gli oggetti, i mobili i muri, e tutta l’aria intorno e a Saima sembra che le impregnino anche l’anima e che non ci sarà sapone che potrà ripulirla.
Non è giusto finire così la propria vita.
Bisognerebbe andarsene in un giorno qualunque, all’improvviso, magari anche senza salutare, con un colpo di frusta in mezzo al cuore, ma con la dignità ancora intera e l’orgoglio di essere vivi.
Ma com’è lunga la strada, e silenziosa. I rumori arrivano attutiti, come filtrati da una barriera di ovatta. Mai le era sembrato così lungo il tragitto verso il ritorno, ma quel sole implacabile sembra un incendio che abbia divorato ogni nuvola e perfino le case si slabbrano in una foschia subdola che annulla i confini delle cose.
Le borse sempre più pesanti, sembrano strusciare per terra, trascinandola con loro.
Ancora un passo e poi un altro. Basta pensare a questo: un passo dietro l’altro, senza chiedersi quando si arriverà, con l’anima fra i denti dietro le labbra screpolate…

“ Si è schiantata come un animale, a pochi metri da casa. Ci credi? Senza una parola, senza un grido. Le borse della signora Pina rovesciate dappertutto. E’ stata sua la colpa, quella stronza. La faceva sgobbare come un mulo. Voglio vedere adesso chi troverà da tormentare.” Stava dicendo Gennaro Minissale, passandosi le mani fra i capelli radi.
“Ma pensa a te, pensa!” Esclamò con rabbia sua moglie.
“ Adesso a tua madre chi ci bada? Già questa per trovarla, ce n’è voluto!”
“ A me lo dici! Come se non lo sapessi! Certo non posso tenerla a vita in ospedale.” Rispose il marito non senza la segreta soddisfazione di tenercela gratis, senza essere obbligato a sborsare neanche un centesimo. Non ci teneva affatto a trovare un’altra badante.
E sua moglie che lo conosceva bene: “ E che vorresti? Forse che ci badassi io? Tu sogni caro mio.” Aggiunse seccamente.
“ Ma chi ti ha chiesto nulla!” Esclamò lui con tono irritato che a stento celava una vaga delusione.
“ Ma quella stupida, come si chiama, non riesco proprio a ricordarli questi nomi assurdi, proprio ora doveva morire? L’ha scelto bene il momento! Bastava aspettare qualche anno ancora…quanto poteva durare! Invece ora…” Aggiunse pensieroso e gli sembra davvero un dispetto, un’ingiustizia immeritata, un torto inqualificabile che fosse morta, nonostante tutti i soldi che le dava…

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