I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

ERA SOLTANTO SABATO

era soltanto di sabato

 Era soltanto sabato. Un sabato qualunque. Uno di quei giorni uggiosi senza capo ne coda, col senso nascosto dei momenti sprecati.

La donna tornava. Tornava da un posto qualunque, non importa quale, uno dei tanti che quotidianamente frequentava.

Faceva sempre la stessa strada. Quasi meccanicamente, senza pensarci, tanto l’aveva fatta mille volte, al punto di conoscerne ogni ciottolo, ogni curva, ogni piccolo buco sconnesso.

La macchina procedeva a velocità ridotta, dietro altre che la precedevano, seguita dalle molte che le erano dappresso.

Un serpentone monotono e lento che estenuava. La donna si accese una sigaretta, l’ennesima di quella mattina, e cominciò a fumare, inalando il fumo lentamente, profondamente, gustandoselo come se invece che veleno, fosse la sua ultima boccata d’ossigeno.

Era irritata. Suo marito, a quell’ora forse era già a casa, i piatti in tavola. Sentiva lo stomaco brontolare, era già tardi. Dannazione. Quel maledetto semaforo dietro la curva. Così non sarebbe mai arrivata. Guardò nello specchietto retrovisore. Una fila infinita. L’uomo alle sue spalle, un maturo, onesto signore dall’aria elegante, si scaccolava il naso con fare compunto. Era così assorto nell’operazione, che neanche si accorse di essere osservato. La donna tornò a guardare avanti. Ecco la curva finalmente e poi il semaforo. Figuriamoci se non era rosso. La noia la colse come un improvviso senso di soffocamento. Tornare a casa? All’improvviso non era poi così importante.

Quel giorno come gli altri.

Non era felice. Non lo era mai stata. La sua vita era scivolata via nei prevedibili binari di una ritualità rassicurante, nella quale aveva creduto di rifugiarsi, per sfuggire al disordine della sua anima, che sempre aveva minacciato di travolgerla. Ma ora! Tutto preciso, tutto racchiuso in categorie inossidabili, fra i muri alti di un esistenza “politicamente corretta” tutto così stupidamente sprecato…

Il semaforo, tornò verde. All’improvviso davanti a lei, la strada apparve incredibilmente libera, un nastro d’asfalto, sinuoso e fluido che si inerpicava, in morbide volute, sui fianchi sfatti della collina.

Accelerò. La macchina filava. Sembrava che niente la potesse fermare. Accese la radio e subito la musica del suo cantante preferito, invase l’abitacolo. Abbassò il finestrino. Il vento fra i capelli. Una sensazione bellissima. Tornare a casa? No, non era poi così importante. Ma solo quell’aria tersa. Quel sole alto nel cielo, di un azzurro assoluto, senza nuvole

La donna si guardò alle spalle. Per lo stupore spalancò gli occhi. Dietro di lei non c’era nessuna macchina. Dov’erano finite? Non c’erano incroci su quella strada.. Certo non dopo la curva, e lei ricordava benissimo, il serpentone che si era formato al semaforo.

Alzò le spalle. Era troppo distratta davvero. Si perdeva in fantasie inconsistenti e non si accorgeva di nulla. Suo marito, aveva mille ragioni quando si irritava con lei. Scosse la testa e il caschetto di capelli neri, ondeggiò intorno al suo viso, dai lineamenti regolari che avevano perduto ormai la loro aria sbarazzina. Eppure all’improvviso la colse l’angoscia di ritrovarsi così sola, in quella strada deserta. E se si fosse forata una gomma? Se si fosse spento il motore? “Sciocca! “Si disse. “Non hai forse il cellulare?”

Tirò fuori l’apparecchio dalla borsa poggiata sul sedile affianco. I suoi gesti erano nervosi e affrettati. Guardò il display. Dannazione non c’era campo. E figuriamoci! Quei maledetti aggeggi, mai che funzionino quando se ne ha bisogno. Tornò a guardare la strada, sempre deserta. L’aria le parve immota, diversa da prima, quasi trasparente. Anche la luce non era più la stessa. Era come se fosse il tramonto. Pennellate di rosso all’orizzonte, come una striscia di sangue vivo…

Si accese un'altra sigaretta. Stranamente il fumo non le andò negli occhi come capitava spesso. Aspirò profondamente. Che strano non sentiva alcun aroma. Era come respirare aria. Ma quando sarebbe arrivata? La strada sembrava infinita. Una curva dopo l’altra, e poi un’altra ancora…”Strano” Pensò la donna: “ Si sta facendo notte.” Gli alberi ai lati della strada, minacciose ombre inquietanti. Le foglie immobili, nel cielo di un pallore livido. Guardò l’orologio. Si era fermato. Ma come? Ma quando? Si era alzato un vento freddo. La donna chiuse il finestrino rabbrividendo.

“ Voglio tornare a casa.” Pensava e continuava a pensarlo una curva dopo l’altra, il cellulare muto, l’orologio fermo in un ora imprecisata che non riusciva a vedere nell’oscurità imminente.

“Voglio tornare a casa.” Pensava, e non le importava ora di non essere mai stata felice. Anzi forse neppure era vero. Forse era soltanto la fantasia di una ragazza viziata. Tutto sarebbe stato meglio di quella solitudine angosciante, in quella strada deserta e senza fine che scivolava verso il nulla, in quel silenzio denso, ora che perfino la radio aveva smesso di suonare, mandando prima sfrigolii indistinti, per spegnersi poi in un silenzio assoluto. Nemmeno il motore si sentiva, era come camminare sulle nuvole…

“ Mi spiace tanto signore. Davvero. Che vuole, forse un momento di distrazione, forse il sole accecante. Ma è successo così quasi all’altezza della curva…”

“ Ma Lei mi dice che andava piano…”

“ Infatti. E come poteva correre? C’era una fila che non finiva più! Forse nell’accendersi una sigaretta, si è distratta. Chi può dirlo?”

Già il fumo e che altro? C’era da aspettarselo una volta o l’altra, pensava l’uomo, cercando dentro di se almeno un leggero dolore al posto di quel vuoto muto di emozioni e sentimenti.

“ E’ andata dritta, capisce? Neanche una esitazione. Dritta, precisa verso lo strapiombo. In quel punto, lo sa quanto è basso il guardrail, una scaglia di cipolla, poi…”

“ E’ morta sul colpo?” Chiese l’uomo che in quel momento sembrava vecchissimo sebbene non lo fosse affatto.

“ Sicuro signore. Manco se ne è accorta creda a me. E’ stata portata all’obitorio, se vuole seguirmi.”

L’uomo si passò una mano fra i capelli. Non sapeva se voleva vederla, dopo tutto. Voleva ricordarla com’era, l’allegro caschetto sbarazzino di capelli neri, quella sua distrazione fastidiosa, quel parlare senza capo né coda che tanto l’indisponeva…Quanto avrebbe voluto risentire la sua voce profonda e roca di fumo. Quanto avrebbe voluto risentire il fumo nei suoi vestiti, nelle stanze della casa, sui suoi oggetti personali, motivo per il quale litigavano sempre. Ebbene adesso non avrebbe fumato più, pensò l’uomo con una punta di amara vendetta. Adesso non avrebbero litigato più, davvero. Era finita dunque, per davvero e qualcosa di simile ad un grumo di dolore gli esplose nel petto….

 

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