I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

ROSSO

 Rosso. Pensando a te è questo il colore che mi viene in mente. Rosso come la tua maglietta aderente sui seni pieni, rosso come il colore delle tue labbra carnose. Quanti anni hai? 23, 25? Dieci meno di me, ma gli stessi che mi sento dentro mentre ti guardo ballare al ritmo folle di una rumba. E poi ti lanci in una merengue e i tuoi fianchi roteano in movimenti sincopati e languidi. Piccole gocce di sudore sul tuo ventre scoperto, mi accendono il sangue. Tu mi guardi sorniona, il tuo sguardo promette più di ogni discorso.

Continuo a guardarti. Anche Piero, il mio amico, ti guarda nello stesso modo. Gli piaci e si vede. Lui si morde le labbra, le mani infilate nelle tasche con i pugni chiusi.

“ Ti piacerebbe, vero, farti quella lì!” Gli dico guardandolo con un mezzo sorriso.

“ Magari! A te no?” Mi risponde lui senza guardarmi, quasi urlando per sovrastare il ritmo della musica.

“ Io posso farmela quando e come voglio.” Gli rispondo. Non è del tutto vero, o almeno non ne sono sicuro, mi baso sugli sguardi che ci mandiamo ora e ogni volta che entro nel negozio dove lavori. Un negozio di camice. Ne ho comprate tante finora che mia moglie ha perso la pazienza, mi ha minacciato di strangolarmi con tutte quelle dannate camice. Ma tu hai una voce così dolce quando mi dici:” Posso fare qualcosa per te?” Qualcosa? Tutto dovresti fare con me. L’ultima volta ti ho sussurrato.

“ Verresti a prendere un caffè con me?” Tu mi hai guardato, gli occhi brillanti, e hai risposto: “Smonto stasera alle otto, fatti trovare al bar SETTE STELLE”.

Però la ragazzina che sfacciata! Un bar fuori mano, praticamente in periferia…

Ci sono andato che ero già in tiro. Non che mi aspettassi chissà che ma insomma era un inizio.

Tu eri già li, seduta ad un tavolino un po’ nascosto. Le lunghe gambe appena coperte da una minigonna di pelle nera. Hai sorriso, il viso un po’ piegato su una spalla che ti dava un espressione sbarazzina, ma il tuo sguardo non lo era. Ti sei alzata e mi sei venuta incontro e mi hai baciato. Un bacio leggero a fior di labbra che mi ha spiazzato.

“ Mi piaci” Hai detto. “ E’ una vita che mi piaci!” E ti sei messa a ridere.

Abbiamo passato una bella serata insieme. E da allora, non c’è stato più bisogno che comprassi camice. Eppure  fra noi solo baci e qualche pomiciata in macchina come ragazzini.

Un giorno tu mi hai detto: “Mi fai impazzire. Giochiamo?” Giochiamo? All’inizio non capivo cosa tu volessi dire, sono rimasto in silenzio. Giocavo con i tuoi capezzoli duri sotto la maglia sottile.

“ Ho voglia di fare qualcosa di diverso. E lo voglio fare con te…” ti ho guardata. Ho sentito un brivido fino in fondo alla schiena.

“ Con te sono certa che farei qualunque cosa, davvero, qualunque cosa…” Ti aspettavi che dicessi qualcosa ma sono rimasto zitto.

 “ Immagina un gioco…particolare…organizza, e io verrò.”

“ Qualunque cosa?” Mi sono deciso a chiedere. “Qualunque cosa.” Hai ripetuto.

E così eccoci qui questa sera, Piero ed io, a guardarti ballare. Lui non sa ancora nulla, ma io ho sistemato tutto. Il motel è a due passi da qui e tu non aspetti che un mio cenno.

Povero Piero chissà se sarà all’altezza, quando glielo dirò.

All’improvviso mi sembra un’idea così scema, perfino assurda. All’improvviso vorrei scappare, ma poi mi dico: “Sei scemo? Un’occasione come questa e quando ti capita!” Intanto ti guardo ballare, i tuoi lunghi capelli, le gambe snelle il sedere sodo, e quando l’avrò un’altra ragazza come te.

“ Ora andiamo.” Dico al mio amico.

“Dove?” Lui mi guarda perplesso e anche leggermente infastidito. Mi decido a spiegargli la situazione. Il suo viso è un caleidoscopio di emozioni. L’idea lo attira si vede. Gli brillano gli occhi.

Non ha neanche un’esitazione. Ti faccio un cenno. Tu capisci al volo. Smetti di ballare e mi vieni incontro col tuo incedere languido ed elegante. Mi seguirai senza fare domande. Mi da un senso di onnipotenza sapere come ti affidi totalmente a me. Un’altra occasione come questa e quando l’avrò?

Il motel è squallido come tutti i motel, ma non fanno domande, neanche ti chiedono documenti lì.

Il posto ideale per gli amori clandestini. Soprattutto non mi conoscono, non ci sono mai andato.

Neanche ci guarda l’addetto alla reception mentre mi porge la chiave.

La stanza è piccola e male illuminata. La luce gialla e sporca disegna sulla tua pelle ombre inquietanti. Scorgo nei tuoi occhi un lampo. Di cosa? delusione forse? Ti afferro all’improvviso e ti bacio sulle labbra, forzandoti i denti con la lingua. Non devi pensare. Non voglio che tu pensi a questa stanza squallida, al copriletto fiorato e macchiato di chissà quali umori. Non voglio pensarci neanche io mentre stringo la tua carne fra le mani. La tua carne soda il cui profumo aspro già comincia a darmi alla testa.

L’ho in tasca il foular col quale ho in mente di bendarti. Dio solo sa come mi è venuto in mente. Sono state certo quelle parole ” qualunque cosa” che mi hai sussurrato. Ogni gesto che faccio aumenta la mia eccitazione, perché al di la del gesto, la fantasia corre. E corre il sangue nelle mie vene, mentre quasi ti strappo di dosso quella ridicola gonna e quell’ombra di velo che voi ragazze d’oggi vi ostinate a chiamare biancheria. Alla fine sei completamente nuda. E sei così bella vestita solo della tua giovinezza e così tenera che quasi finirei lì questo stupido gioco, invece continuo e ti stringo il foulard intorno alla testa coprendoti gli occhi. Tu mi lasci fare ma io sento che tremi.

Ti guido dolcemente verso il letto.

Piero non sbaglia i tempi, entra al momento giusto, silenzioso, come io gli avevo detto. Tu non puoi vederlo ma senti che nella stanza c’è una nuova presenza, ti irrigidisci. Sento la tua leggera paura nell’ansito del tuo respiro, che si spezza in piccoli singulti di pena. Vorrei tornare indietro a quando ti guardavo ballare. Il tuo giovane corpo proteso e vivo e non passivo così com’è adesso sotto le mie mani rapaci. Lui si avvicina e ti sfiora le cosce con la punta delle dita. Mi faccio da parte e resto lì a guardarlo. Piero non si tira indietro mai. E’ fatto così lui. Non ha pensieri né stupide esitazioni. Lui agisce e basta. E sono certo che vede in te ora solo una facile preda. Anche senza vederlo tu ti accorgi che non sono io. Come potresti sbagliarti del resto. Non c’è la mia dolcezza nella sua bocca rapace, nelle sue mani che ti rovesciano sul letto decise e dure. Non c’è la mia tenerezza nel suo corpo che ti copre costringendoti ad accogliere le sue carezze sbrigative.

“ Qualunque cosa” Quelle parole continuano a girarmi nel cervello come una nenia. E perchè no del resto? L’hai voluto tu. Non è mia la colpa se  le sue labbra ti succhiano i capezzoli facendoti gemere, mentre ti inchioda su quel letto che cigola sotto il suo corpo pesante. E non ho proprio voglia ora di continuare questo gioco, ma il mio corpo ti vuole, o almeno vuole il tuo ventre caldo e la tua pelle morbida e così mi avvicino a voi.

Sento l’odore della tua paura, della tua debolezza, ma si mischia a quello del sudore che rende la tua pelle brillante e tesa. Sono certo ora che anche tu vorresti fermare questo gioco che ti umilia e ti distrugge, ma non puoi. E così ci accogli entrambi…

 “Qualunque cosa” continuo a ripetermi, mentre mi faccio strada nel tuo corpo che però sembra respingermi, mentre tu soffochi quasi sotto i suoi baci, senza poterti liberare dalle sue mani forti che ti inchiodano le braccia a croce. La tua giovinezza ora sembra un fiore dai petali sgualciti. Il trucco sfatto ha reso una maschera il tuo viso espressivo che quasi non riconosco.

Il tempo sembra immobile in questa stanza dalle pareti di un pallido grigio che reca la patina di un immutabile squallore, e tu diventi una bambola senz’anima che noi ci passiamo l’un l’altro e io non son più io ma solo l’urgenza del mio desiderio che non vuole altro che saziarsi…

 Resti abbandonata, la benda è ancora sui tuoi occhi, ma è bagnata delle tue lacrime, mentre mi rivesto velocemente. Piero è uscito da un pezzo con un sorriso fatuo stampato sulla bocca dalla linea volgare. Resti abbandonata, mentre io non ho neanche il coraggio di porgerti i vestiti. Non fai neanche un gesto per toglierti la benda, e come potrei guardarti? Come potrei fissare i tuoi occhi mentre mi sento dentro un buco nero di angoscia perché ora capisco di aver aperto la porta dei miei fantasmi segreti con i quali dovrò convivere da oggi in poi.

Sei giovane tu, e forse dimenticherai, forse. Ma come posso dimenticare io il fiore del tuo ventre offeso da un desiderio senza emozioni, che mai avrei creduto di poter provare?

E’ lontana la tenerezza dei nostri primi momenti, la dolcezza delle tue labbra bambine. Non tornerà mai più.

Senza una parola mi chiudo la porta alle spalle, e l’ultima immagine che ho di te è quell’abbandono senza speranza.

“ Qualunque cosa” Hai detto. Rosso è il colore delle tue labbra  che ti mordi a sangue per fermare le lacrime che scivolano lente e inesorabili sul tuo viso disfatto.

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america