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L’UOMO DI VETRO
racconto di Mariagrazia Di Stasi
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L’UOMO DI VETRO
Perchè oggi nel mio
petto c'è una pietra
che affonda piano nel mare dell'assenza.
L’uomo tornava a casa. Sull’asfalto bagnato le sue scarpe
producevano uno scalpiccio
disordinato, quasi faticoso.
In effetti era stanco. Aveva sulle spalle la fatica di una vita. La sua.
Una vita a perdere. Il tempo era fuggito via scomposto, senza scopo. Un
giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro. Non era
vecchio ma neppure giovane oramai e guardandosi indietro non scorgeva che
vuoto.
Non aveva una famiglia, una donna che lo aspettasse a casa. Aveva solo un
appartamento ammobiliato alla periferia di Roma e un vecchio padre lontano
annegato nella malinconia, che vedeva alle feste.
Gli telefonava ogni sera. Piccole brevi telefonate per riannodare un filo
che si stava perdendo.
La voce di suo padre era fragile come è la voce dei vecchi che sembrano
uccellini pallidi pronti a spiccare un volo per il quale non c’è ritorno.
Gli parlava delle sue giornate ma il vecchio non lo ascoltava, lo
interrompeva spesso per dirgli dei suoi mali, dei dolori alle ossa, delle
notti insonni, della malinconia.
Perché ai vecchi non interessa la vita degli altri quando stanno per
lasciare la loro.
Ai vecchi non interessa più la vita, ma solo gli acciacchi che li
tormentano. Hanno una strana cattiveria i vecchi, sono invidiosi del tempo
degli altri perché loro di tempo non ne hanno più. Così pensava l’uomo
mentre tornava a casa con l’anima nelle suole delle scarpe. Si guardò
riflesso in una vetrina: le spalle curve, i pochi capelli quasi bianchi,
sembrava già suo padre!
Eppure aveva sempre pensato di avere una vita davanti. Irrisoluto e pavido
aveva sempre aspettato la prossima occasione nascosta dietro l’angolo. Ne
aveva girati di angoli e perse di occasioni, così pensava tornando a casa.
Poco più di una stanza con angolo cottura, una libreria zeppa di libri e un
divano letto da aprirsi la sera. Un tavolino basso con una vecchia tv e un
impianto stereo che aveva visto tempi migliori.
Anche lui aveva visto tempi migliori per quanto adesso non gli veniva facile
di ricordarli.
Ma certo non era stato sempre così senza capelli, la pelle del viso
grigiastra come per gli stravizi, che però non aveva mai praticato, nemmeno
quelli. Si sentiva un uomo di vetro, pronto a sbriciolarsi per le troppe
crepe.
Affogava le giornate in un lavoro banale che lo annoiava a morte, che non
gli avrebbe neanche dato una pensione decente. Ma era sempre meglio di
nulla. Anche quella stanza ammobiliata era meglio di nulla, meglio che
tornare dal padre e dirgli Papà ho fallito, non sono il figlio che volevi…
Ma suo padre questo lo sapeva già e lo sapeva da un pezzo. Aveva sepolto la
delusione sotto la lamentosa litania dei suoi acciacchi con i quali lo
intratteneva durante le loro brevi quotidiane telefonate.
Se almeno avesse avuto una donna o un figlio di cui parlargli! Ma di donne
non ne aveva avute.
Solo fantasie di donne. Quelle si. Le donne dei libri che aveva letto e che
lo facevano sognare, non certo le donne in carne ed ossa che gli avevano
sempre messo una paura tremenda.
Anche il suo corpo gli metteva una paura tremenda. Quei desideri strani che
lo prendevano, sempre più raramente ormai. Quei desideri strani pieni di
umori e odori che lo facevano sentire sudicio e impuro, aveva fatto di tutto
per cancellarli perfino dalla memoria e quasi ci era riuscito, quasi. Certe
volte lo prendevano ancora, come quella sera che tornava a casa e c’era
quella pioggia leggera che penetra le ossa attraverso il giaccone,
nonostante l’ombrello. E le luci dei lampioni sembravano cotone sporco di
pus.
Pensava alla sua casa vuota, alla telefonata al padre e si sentiva il cuore
in fondo a un pozzo. Ma aveva carne viva in mezzo alle gambe da affondare
nel ventre di una donna se solo ne avesse avuta una invece di sognarne
tante. E non riusciva nemmeno a pensarci. Affrettava il passo come se
fuggisse.
Lei non era neanche bella. Stava appoggiata al muro in una rientranza nei
pressi del suo portone, per ripararsi dalla pioggia. Aveva uno sguardo vuoto
e lineamenti forti ma stropicciati sotto capelli di un rosso improbabile. Se
lui avesse avuto occhi esperti si sarebbe accorto che era fatta all’ultimo
stadio, ma invece gli sembrò solo spaesata e forse infreddolita. Le chiese
se aveva bisogno di aiuto o di qualunque altra cosa e gli occhi di lei
ebbero un guizzo che si spense subito. Lui lasciò che lo seguisse nel suo
appartamento come un vecchio cane sbilenco.
Si stupiva di se stesso.
Non era cosa che faceva di solito. Solo ogni tanto e poi se lo scordava.
La precedette nell’appartamento buio per accendere la luce, poi si volse a
guardarla. Se ne stava imbambolata sulla soglia, appoggiata allo stipite.
Non era giovanissima, neanche giovane. Sul viso pallido un reticolo di
rughe, circondava gli occhi di un marrone slavato e gli angoli della bocca
dalla piega amara.
Aveva combattuto molte battaglie perdendole tutte e si vedeva. Così pensò
l’uomo,
pentendosi di averla portata a casa sua.
Era fin troppo magra per i suoi gusti; gambe nodose che sembravano bucare le
calze di nailon scure in cui si intravedeva una smagliatura all’altezza
della caviglia destra. Fianchi stretti, ventre leggermente prominente, seno
piccolo e un po’ cascante. Perché diavolo l’aveva fatta salire! Si chiese
leggermente stizzito, l’occhio incollato alla smagliatura della calza che
gli dava la sensazione di uno squallore senza fine. Ma le disse di togliersi
la giacca e mettersi comoda. Lei ubbidì, con espressione impassibile come se
fosse altrove, persa chissà dove. Fece alcuni passi verso il divano,
sbandando leggermente. Ci si lasciò cadere insieme alla giacca. Aveva spalle
magre e ossute come il resto. Dio quant’è vecchia Pensò l’uomo. “ Vuoi bere
qualcosa?” Le chiese. La donna non rispose, se ne stava seduta come
imbambolata, lo sguardo perso e vuoto.
L’uomo cominciò ad irritarsi. Ma che importava in fondo che lei parlasse o
meno? Non era certo per questo che l’aveva fatta salire. Le si sedette
accanto, respirando avidamente il suo profumo dozzinale. Un profumo da
grandi magazzini, un profumo di quelli dall’etichetta confusa che imita
qualche grande firma. Non cercò di baciarla. Non le baciava le donne lui,
non ne aveva mai baciata nessuna se non nelle sue fantasie. Il bacio è una
cosa intima che spinge l’anima sulle labbra e non lo si può dare a
chicchessia, men che mai ad una caricatura di donna raccattata all’angolo
della via. In quel momento non aveva tempo, o meglio non ne aveva il suo
desiderio.
Le si accostò di più e cominciò a toccarla. Lei lo lasciava fare come se se
l’aspettasse. Il suo silenzio lo innervosiva rendendo i suoi gesti sempre
più nervosi quasi esasperati. Si conosceva. In certi momenti non restava
nulla dell’uomo compassato che era. E forse non era neanche più lui ma
un’altra cosa che non avrebbe confessato neanche a se stesso. Cercò il suo
corpo sotto i vestiti, il ventre caldo dove affondare il suo desiderio,
stropicciò la sua carne passiva affondandoci le unghie e i denti. La
frenesia che lo spingeva, gli impedì di sentire quanto era fredda quella
carne e i suoi ansiti gli nascosero il silenzio di lei. Una parte di se
stesso, osservava la scena come dal di fuori vergognandosene. In poco tempo
tutto fu concluso. La tensione feroce del suo ventre si sciolse sui vestiti
scomposti, imbrattandoli. Si alzò senza guardarla, e si diresse verso il
bagno. Lasciò scorrere l’acqua e si lavò la faccia. La doccia l’avrebbe
fatta dopo, ora doveva solo liberarsi della donna. Le avrebbe dato qualcosa,
non troppo però, era vecchia.
Tornò nel soggiorno, sbirciando la testa di lei che si intravedeva oltre la
spalliera del divano. Era immobile così come lui l’aveva lasciata.
Avvicinandosi di più, vide le gambe ancora aperte, le calze arrotolate alle
caviglie. Non aveva tirato nemmeno giù la gonna sotto la quale si
intravedeva l’ombra inquietante del sesso attraverso le mutandine lacerate.
Aveva gli occhi spalancati e vuoti e la bocca socchiusa da cui un rivolo di
saliva scendeva ad imbrattarle il mento.
L’uomo rabbrividì. Non si decideva a toccarla. Un brivido di gelido terrore
gli corse giù per la schiena. La lucidità della ragione, gli fece finalmente
capire che era morta. Che aveva goduto in un cadavere e l’unica cosa che gli
riuscì di pensare fu che non le aveva neanche chiesto quale fosse il suo
nome…
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