UN
MODO COME UN ALTRO PER MORIRE
Lo squillo
arrivò improvviso, squarciando il silenzio della notte. Come una
ferita nel tessuto del tempo, i numeri lampeggiarono sul displey del
telefono.
Nina provò un
brivido nel profondo del cuore, perché quel numero lo conosceva
benissimo.
Faceva capolino
fra le ombre della memoria di un tempo lontanissimo e perduto che la
riportava lontano laddove mai avrebbe voluto tornare.
Una casa. Una
casa grande e vuota, dai muri di un bianco sporco e polveroso, dai
corridoi immensi su cui si aprivano porte bianche da ospedale.
Mobili vecchi senza essere antichi, cose accumulate e accatastate in
ogni dove, polvere a coprire ogni cosa.
La casa di suo
padre.
Era il suo
regno, il suo mondo, dopo che la malattia l’aveva confinato in
quelle stanze impedendogli di uscire. Una malattia dell’anima più
che del corpo. Una malia del cuore che gli aveva rubato il gusto di
vivere a poco a poco, ogni giorno per settimane, mesi, anni, finché
la morte era venuta a liberarlo, restituendogli uno dei suoi
rarissimi sorrisi.
Ricordava il suo
bel volto severo, di una severità rabbiosa e scontenta quasi che
fosse in debito perenne con un destino ingrato e cattivo. Ricordava
i suoi gesti faticosi e lenti che si impigliavano in esitazioni
estenuanti. Ricordava i suoi silenzi, soprattutto quelli. Silenzi
pieni di tristezza rancorosa o perduti in inutili nostalgie.
La casa intera
sembrava intrisa di quella stessa tristezza che impregnava ogni cosa
come una nebbia umida e appiccicosa. Nina non tornava volentieri in
quella casa, e qualche anno dopo la morte del padre, l’aveva
venduta.
Non aveva voluto
vederla neanche un’ ultima volta e con tutto il suo contenuto,
l’aveva affidata ad un’agenzia perché la mettesse in vendita.
Non era stato
difficile, il prezzo era buono.
In seguito aveva
saputo che la casa era stata abbattuta e al suo posto era stato
costruito un palazzo di molti piani.
Aveva provato
appena un grumo di rimpianto subito disperso nelle pieghe
dell’anima. Un senso fastidioso di perdita di qualcosa che pure le
cagionava dolore, niente di più, niente di meno.
Era passato così
tanto tempo. La sua stessa vita si era dispiegata su binari
prevedibili e previsti, scivolando da un’allegra giovinezza in una
grigia maturità a cui non si abituava.
Neanche si era
accorta quando il tempo aveva cominciato ad avvolgersi su se stesso
in una spirale di monotonia asfissiante che ogni giorno le andava
togliendo una scintilla di fuoco, finché dentro di lei la vita si
era spenta del tutto in un groviglio di insulse abitudini che le
avevano tolto il gusto di tutto.
Proprio come suo
padre.
Già, proprio
come suo padre a cui odiava assomigliare ogni giorno di più, sempre
più prigioniera della stessa malia dell’anima che l’aveva ucciso.
E poi erano
cominciati gli squilli.
Ora la
possibilità che quel numero telefonico estinto da tempo
immemorabile, fosse stato assegnato ad un’altra persona, era
quantomeno improbabile. Così pensava Nina senza decidersi ad alzare
la cornetta. Doveva trattarsi di un’allucinazione provocata dalla
sua depressione. Non c’era altra spiegazione. Si convinse ad
ignorare la cosa. D’altra parte, il telefono smise di suonare quasi
subito, al punto che lei si chiese se non l’avesse immaginato.
Dopo due giorni
però, tornò a squillare e questa volta fu molto più insistente,
interrompendole la visione del suo programma preferito. Nina si
trovò a fissare come ipnotizzata, i numeri, sempre gli stessi che
lampeggiavano sul display. Con un gesto rabbioso staccò la spina.
“ Mamma non
azzardarti a farlo mai più…” Stava urlando Guido il suo unico
figlio, piombatole in casa nel cuore della notte. Gli occhi fuori
dalle orbite.
“ E’ tutta la
sera che provo a chiamarti, e non rispondeva nessuno…Mi hai fatto
prendere uno spavento!” Nina si provò a spiegargli la situazione.
“ Sciocchezze
mamma. Sicuramente hai letto male. E poi perché non rispondi e così
vedi chi è! Magari è solo uno che sbaglia numero.”
In effetti a
pensarci, poteva essere anche così. Nina si diede della stupida.
Stava proprio diventando vecchia! Al pensiero le si strinse il
cuore. Viveva ancora in lei la ragazza che era stata, soltanto
sepolta sotto strati di fruste abitudini, di cocenti disillusioni e
quella noia densa che come una ragnatela copriva ogni angolo della
sua vita.
Il telefono
tacque per due giorni, per tornare a squillare quando non ci pensava
più.
Alzò la cornetta
con la mano che le tremava…” Pronto!” Sussurrò. All’altro capo del
filo, silenzio.
Riattaccò con
una punta di sollievo che però si trasformò subito in ansia. Di chi
si trattava dunque?
Qualche maniaco?
O qualche buontempone in vena di scherzi?
La cosa si
ripeté per circa una settimana. Più o meno sempre alla stessa ora
con una puntualità esasperante.
“ Mamma devi
andare alla polizia e fare una denuncia.” Guido fu categorico. La
sua fiducia nelle forze dell’ordine era commuovente. Figuriamoci, le
avrebbero riso in faccia, o per lo meno l’avrebbero presa per una
vecchia rimbambita in preda alle allucinazioni.
Ma intanto le
telefonate mute continuavano implacabili.
“
Ricapitolando, signora, il telefono squilla e dall’altro capo non
risponde nessuno e questa storia va avanti da circa un mese…”
L’ispettore Amos Bertozzi, la guardava comprensivo. In effetti
quella signora di mezz’età ancora piacente gli ricordava sua madre,
o meglio la madre che avrebbe voluto avere. Nina si chiese se doveva
dirgli che il numero che appariva sul display era quello del
telefono di suo padre, ma alla fine decise di tacere.
“ Ma alla fin
fine, nessuno la minaccia o la insulta?”
“ Perché a lei
quel telefono che squilla e il silenzio che ne segue, non le paiono
minacciosi?”
Il Bertozzi
arrossì lievemente.
“ Potrebbe
trasferirsi momentaneamente da suo figlio per un po’…”
“ Ispettore mio
figlio è giovane, scapolo, occupatissimo, le sembra il caso?” Che
donna comprensiva! Sua madre non lo era mai stata, pensò il
Bertozzi.
“ Va bene,
faremo delle indagini. E’ sicura di avere segnato tutti i giorni e
gli orari in cui sono avvenute le telefonate?”
“ Sicurissima.”
“ Perfetto, la
terremo informata.” Concluse il Bertozzi alzandosi dalla sua
scrivania e porgendole la mano. La sua stretta era ferma e forte, ma
Nina ebbe la sensazione che lui non l’avesse presa sul serio.
“ Povera donna,
forse si sente sola e vuole attirare l’attenzione su di se.” Stava
infatti pensando lui.
“ Nina…”
Poco più che un sussurro, eppure chiaro e netto. Qualcuno all’altro
capo del filo, aveva pronunciato il suo nome. E quel maledetto
numero che lampeggiava, sempre uguale e sempre più minaccioso. Ma
chi poteva essere? La casa non esisteva più, quel numero non
esisteva più! Come era possibile tutto questo? Che stesse
impazzendo? Il dubbio la colse insieme alla paura.
All’improvviso
il suo piccolo appartamento vuoto si riempì di fantasmi, di voci
provenienti dal passato. La voce di suo padre, debole, spezzata,
roca. La voce della sua malattia, quando sembrava che non avesse
neanche più il fiato per continuare a vivere, per continuare a
desiderare la vita.
Con decisione
subitanea e improvvisa, Nina indossò il cappotto sulla tuta da casa
e uscì. Voleva andare nel luogo dove si trovava la casa di suo
padre. A quell’ora di sera dovette prendere un taxi .
Avrebbe dovuto
attraversare l’intera città e raggiungere la periferia più remota.
Mentre il taxi attraversava le strade deserte, si diede della
stupida. Cosa pensava di fare? Arrivò a destinazione.
Ovviamente la
casa di suo padre non c’era più, al suo posto un palazzone di sei
piani, anonimo e squallido. Dietro le finestre chiuse, qualche luce
fioca. Ma le strade erano sempre le stesse. Le strade della sua
infanzia, polverose e strette, deserte. Cumuli di immondizia
abbandonati vicino ai cassonetti stracolmi. Qualche gatto randagio a
frugare fra i rifiuti e quel senso di squallore assoluto dal quale
era fuggita tanti anni prima, portandoselo però appiccicato
nell’anima come una malattia vergognosa.
“ Mi riporti
indietro.” Intimò al tassista che la guardò stupefatto. Sicuramente
dovette ritenerla una vecchia svanita.
“ Signora, non
so come dirglielo, ma dai tabulati telefonici, agli orari e nei
giorni che dice Lei, non risulta nessuna telefonata fatta al suo
numero. “ La voce del Bertozzi era comprensiva ma vagamente
insofferente. Quella donna lo irritava e gli faceva pena nello
stesso tempo. Si portava la solitudine stampata sul viso sorridente,
come una patina sottile appena percettibile. Eppure all’apparenza,
sembrava un tipo socievole e solare. In quel momento non sembrava
affatto sorpresa dalle sue parole.
“ Lei, ispettore
crede che io sia pazza. O almeno pensa che voglia mettermi al centro
dell’attenzione. Me l’aspettavo del resto. Non volevo neanche
venire, è stato mio figlio ad insistere…” La voce era pacata, il
tono fermo.
“ Ma signora!”
Si provò ad interromperla il Bertozzi.
“ Mi lasci
finire, voglio raccontarle tutta la storia e poi sarà padrone di
credere quello che vuole, perché non tornerò più ad importunarla.” E
cominciando dal principio, prese a raccontare.
Il Bertozzi
l’ascoltò assorto. L’assurdità della storia contrastava fortemente
con il tono sereno e pacato col quale della donna la esponeva. Non
sembrava affatto un’esaltata. Ci doveva essere qualche altra
spiegazione razionale, ma non riusciva a trovarne.
All’improvviso
lo colse come uno schiaffo in pieno viso, la sensazione
dell’infelicità di lei, così tangibile che gli sembrò di poterla
toccare. Una donna chiusa nel suo bozzolo di non senso che scivola
verso la vecchiaia senza farsene una ragione.
Il Bertozzi era
abituato ai grovigli dell’animo umano. Ormai non si stupiva più di
nulla. Sapeva che anche l’esistenza più banale nasconde al suo
interno misteri insondabili e intricati che magari non supereranno
mai i confini dell’anima, pur lasciando una traccia appena
percettibile nei gesti o nelle parole della quale però la gran parte
della gente neanche si accorge, fermandosi alle apparenze di una
vita più o meno normale. E magari questo era un bene dopo tutto.
La donna
all’improvviso tacque. Lo guardava negli occhi aspettando una sua
reazione.
“ Che vuole che
le dica signora! Non so trovare una spiegazione a quanto mi ha
raccontato.”
“ Se è per
questo neanche io. “ Esclamò la signora alzandosi dalla sedia.
“ Non la
disturberò più ispettore. Questa cosa si risolverà da sola.” Disse a
mo di saluto chiudendosi la porta alle spalle.
Il Bertozzi
rimase con un senso di scoramento e di risentimento verso se stesso,
per le parole che non aveva trovato per consolarla. Ma poi non ci
pensò più.
Nina tornando a
casa, pensava che non avrebbe mai dovuto seguire il consiglio di suo
figlio. Era stata una cosa stupida. Come poteva l’ispettore
prenderla sul serio? E certo che dai tabulati telefonici non
risultava nulla. Un numero inesistente di un telefono inesistente in
una casa che non c’era più. Eppure quella voce che pronunciava
sussurrando il suo nome, era come l’alito di un fantasma del
passato. Un passato che avrebbe voluto dimenticare, ma che
l’accompagnava sempre, nei gesti, nei pensieri, nelle sue azioni,
nel suo stesso modo di essere.
Un passato che
in qualche modo occulto, aveva condizionato tutta la sua vita.
Suo padre,
l’uomo che più di tutti aveva amato nella sua vita, l’uomo che più
aveva deluso, deludendo anche se stessa nei bilanci fallimentari di
una vita sprecata…
“ Nina”
Ancora quel sussurro nel silenzio della sera. Ormai ci si era
abituata. Si sarebbe stupita a non sentirla più.
“ Papà!”
Sussurrò. Dall’altra parte il silenzio e poi il clic della linea che
veniva interrotta.
Quella voce, lo
capì all’improvviso, era la voce di suo padre. Dal luogo del nulla
in cui si trovava, si rivolgeva a lei per chiamarla, perché lei non
dimenticasse…
Guido Marchesi
sedeva di fronte all’ispettore Bertozzi. Era nervoso. Si tormentava
i capelli, spingendo all’indietro il ciuffo che continuava a
ricadergli sulla fronte.
Era un bel
giovane alto, dai capelli scuri e gli occhi chiari e penetranti di
un grigio azzurro intenso.
“ Non so cosa
pensare, Ispettore, mia madre sembra sparita da tre giorni senza
lasciare traccia. Non una telefonata, nessun segno di vita. Non è da
lei. Sono preoccupatissimo.”
Il Bertozzi lo
guardava pensieroso. Ancora quell’anziana signora.
“ Come l’è
sembrata negli ultimi giorni prima della scomparsa? Strana?
Pensierosa? Preoccupata?” Gli chiese quasi per cortesia.
“ Assolutamente.
Era sempre la stessa. Mia madre è una donna attiva, piena di
interessi, socievole, ha un mucchio di amiche…” E molto infelice!
Pensò il Bertozzi.
“Ha portato via
vestiti o altri oggetti?”
“ Nulla, a prima
vista. Neanche i documenti personali, né denaro o carte di credito.
Almeno a me è sembrato che non mancasse nulla.”
“ Ha contattato
le sue amiche per vedere se sapevano qualcosa?” “ Ovvio! E’ stata la
prima cosa che ho fatto. Nessuna l’ha vista né sentita.”
“ Mi scusi se
glielo chiedo, ma ha telefonato agli ospedali…”
“ Ovvio!
Ospedali, perfino l’obitorio.” Guido Marchesi fece un gesto di
insofferenza.
“ E le assicuro
che non era depressa e non aveva ragioni per suicidarsi…” Aggiunse.
Questo lo
pensi tu! Si disse il
Bertozzi, ricordando l’impressione di profonda infelicità che
emanava da lei.
“ Soffriva di
malattie che provocano amnesie improvvise?”
“ Mia madre è
sana come un pesce, ispettore.”
“ Va bene,
signor Marchesi, indagheremo. Se ci sono novità, le farò sapere.”
Disse il Bertozzi senza convinzione. Il giovane si alzò e gli
strinse la mano.
“ Lei pensa che
non la rivedrò, vero Ispettore?” Disse con un filo di voce.
“ Ma si figuri!
Magari aveva solo bisogno di starsene un po’ da sola. E poi tornerà
a casa. Le persone della sua età sono legate alle loro abitudini, i
loro oggetti, i loro ricordi. Non si preoccupi, vedrà che presto si
sistemerà tutto.”
Qualche mese
dopo, il Bertozzi si trovò a passare per caso dal quartiere dal
quale Nina Marchesi diceva, provenissero le famose telefonate. Della
donna non si era avuta poi alcuna notizia. Sembrava letteralmente
scomparsa nel nulla, come se non fosse mai esistita. Ogni tanto il
figlio passava dalla questura, sperando in qualche novità. Aveva
anche interessato una famosa trasmissione televisiva, ma invano. Non
si era rassegnato. L’aspettava ancora. Al Bertozzi faceva pena.
Il palazzone di
sei piani alla luce del giorno, si mostrava ancora più anonimo e
squallido. I muri scrostati e sporchi, gli infissi da rifare, e
dietro le finestre e i balconi, storie di ordinaria mediocrità.
Nella strada stretta, pochi passanti frettolosi, gli occhi bassi,
l’aria stropicciata e scontenta. Chissà che segreti nascondevano
nelle loro piccole anime banali. Da questo Nina Marchesi non era
riuscita a fuggire. Dalla sua immagine di signora di mezz’età ancora
inutilmente piacente, dalla sua infelicità limacciosa e invincibile,
dal peso di ricordi insostenibilmente dolorosi.
Era scivolata
nella vita trascinandosi dietro la pesante zavorra di se stessa,
delle sue paure, della sua vigliaccheria, dei suoi fallimenti…e
mentre lo pensava, Il Bertozzi si accorse che parlava anche di se
stesso.
In un angolo una
barbona, si trascinava dietro faticosamente un vecchio carrello
della spesa pieno di buste di plastica piene di stracci e altre
cianfrusaglie. Camminava assente, l’aria assorta al punto che non
vide il Bertozzi e lo urtò. Proseguì il suo cammino senza scusarsi.
“ Ecco” Pensò
lui, “ci sono persone che fuggono da se stesse lasciandosi alle
spalle la loro identità, il loro nome, i ricordi gli affetti, dando
un taglio netto a tutta la loro vita passata. E’ un modo come un
altro per morire…”