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UN CERO ALLA MADONNUZZA
Questo racconto di Alice è stato
selezionato nella
I^ sezione del concorso
"Confronto 2005" ed è stato pubblicato

Petruccio u’ stortu aveva avuto, in
dono dal buon Dio, una vita perennemente in salita, da quando sua madre
lo concepì per disattenzione in un pomeriggio d’estate, durante la
raccolta dei pomodori, dopo che si era appartata dietro un albero per
soddisfare un improvviso bisogno fisiologico e non si era accorta che
Rocco Grifo, il fattore la stava guardando.
Sua madre a dire il vero non era poi
questa gran bella donna, e all’epoca, aveva da un pezzo superato l’età
per queste cose, ma come ho detto quel giorno faceva un gran caldo. Uno
scirocco di quelli che o ti levano le forze o te le restituiscono
raddoppiate e Rocco Grifo aveva la moglie pregna all’ultimo mese e, se
non si sfogava, strologhiva.
E così vedere Agatina accoccolata in mezzo all’erba alta, gli mise
addosso una tale fregola, che se la prese senza se e senza ma.
Agatina si prese un tale scanto quel giorno che dopo nove mesi, il
figlio le nacque stortignaccolo, con una testa bitorzoluta, talmente
impervia che il cervello in essa contenuto, dovette adattarsi a tali
contorcimenti che ne risultò compromesso per sempre.
Ora che albergassero pensieri degni di questo nome in quella testa, non
era cosa facile da verificarsi, ma Petruccio era un bravo caruso, brutto
come la fame, un tantino cagionevole di salute, e inadatto perciò a
travagli pesanti, così quella brava donna di sua madre, si consumò le
ossa per mettere da parte il necessario a comprargli un carretto e un
vecchio mulo, con il quale Petruccio svolgeva piccole faccende per i
compaesani.
In tempi di miseria quali erano quelli, ciò che guadagnava, gli serviva
a malapena ad unire il pranzo con la cena. Andava in giro vestito di
cenci, ed un’aria di eterna afflizione stampata nei solchi che sole e
vento, pioggia e neve, avevano scavato nel suo viso.
Ma il destino aveva in serbo per lui, qualcosa che nessuno avrebbe mai
immaginato.
Cominciò d’estate la cosa. Un’estate torrida come quella in cui egli era
stato concepito.
Non pioveva da mesi, i campi aridi si spaccavano di crepe profonde. La
carestia colpiva anche i benestanti e falcidiava i poveri. Agatina ormai
era talmente vecchia che passava le giornate stesa nel suo giaciglio,
gli occhi spenti fissi al soffitto a contare le mosche che ronzavano
incessanti sopra la sua testa.
Petruccio giracchiava per il paese col suo decrepito carretto, cercando
invano qualcosa da fare per buscarsi il pane. Ma non c’era nulla, e lui
si era ridotto a mangiarsi la cicoria selvatica che talvolta riusciva a
trovare. Alcuni, malelingue certo, dicevano che si mangiasse magari la
terra, tanto era diventato “nivuro” e incartapecorito.
Cominciò che sparirono i carusi dalla piazza del paese, ad uno ad uno si
ammalavano di febbri che non si capivano.
Nessuno ci dette peso, perché a quei tempi i carusi morivano come le
mosche, e nelle famiglie tutti avevano avuto il loro morticino, subito
sostituito da un altro fratello o un’altra sorella.
Ma poi cominciarono ad ammalarsi anche i giovani, quelli sani e
vigorosi. Prima una tosse stizzosa, poi la febbre sempre più alta e i
polmoni si riempivano di schiuma rosa che scivolava fuori dalle narici
frementi, dalle bocche spalancate in cerca d’aria, finchè soffocavano
piano piano nelle loro stesse bave.
I più fortunati morivano di botto, schiantandosi a terra come alberi
abbattuti, senza soffrire, senza fare un fiato.
La cosa più strana era che quello stranissimo morbo si accaniva solo sul
fiore della giovinezza, lasciando dietro di se vecchie e vecchi affranti
e disperati.
E dicevano che il mondo era tutto un camposanto e in ogni casa si
contavano i cadaveri.
Moriva il padre e il figlio più grande, si salvava la zia nubile, o la
nonna novantenne.
E non conosceva censo quella strana malattia, perché colpiva
indistintamente le case dei ricchi come quelle dei poveri, e quando
pareva che il demone si fosse acquietato, ecco che ricominciava la
moria, più violenta di prima.
Un giorno si arrivò al punto che nel cimitero non c’era più posto per i
nuovi clienti. Si approntarono fosse comuni segnate solo da paletti ai
quali era stata inchiodata una tavola di legno recante i nomi dei
defunti.
Il becchino del paese si era ammalato, suo figlio era morto, e lui
stesso non si sapeva se si sarebbe salvato e fu così che Petruccio u’
sturto, conobbe il suo momento di maggiore fortuna.
Se ne andava in giro per il paese apparentemente immune dalla malattia,
anzi era rifiorito.
Vestiva meglio, con le vesti dei defunti sempre più numerosi, che gli
regalavano. E quando il becchino non fu più disponibile, cominciò lui
col suo carretto sgangherato, a portarli alla loro ultima e scomoda
dimora. Il lavoro era molto, e a tutte le ore del giorno e della notte,
lo si poteva vedere andare su e giù per il paese, sempre più grasso e
florido, portando il suo triste carico. C’è chi dice che tal volta
canticchiava per farsi compagnia nelle notti senza luna…
All’inizio portava una cassa per volta, ma con l’andare del tempo le
casse crescevano e lui le ammonticchiava le une sulle altre, ed era un
miracolo che il mulo non si schiantava sotto tutto quel peso.
Una notte di gennaio, che Dio la mandava come se avesse girati tutti i
santi del paradiso, la morte bussò alla porta del barone Cupaci, un
omone che sembrava il diavolo in persona con la sua gran barba nera e
gli occhi fiammeggianti. Sembrava non dovesse ammalarsi mai, tanto che
la sera prima l’aveva passata a giocare a poker con l’arci prete per
finire la serata nel retrobottega del farmacista dove si diceva ci fosse
una femmina….insomma una di quelle…che lui si era fatto venire da
Milano… Ma com’è come non è, arrivato a casa, dopo aver malmenato per un
po’ la consorte, tanto per non perdere l’abitudine, si era infilato a
letto e lì stinnicchiò senza fari vuci!
Ora a quell’ora della notte, la moglie si vitti perduta. Chiamò le
figlie che figli maschi non ne aveva, l’arciprete di cui prima, che
pensò bene di non presentarsi affatto, temendo di rincontrare il decuius
all’inferno, il medico e non so chi altri ma non si vide nuddu.
A questo punto la signora, pensò bene che l’unica speranza era chiamare
di gran prescia Petruccio e vedere di liberarsi in men che non si dica
dello scomodo cadavere prima che si portasse tutti loro all’inferno
insieme a lui.
Fu mandato Angelino, il figlio della cuoca a cercare Petruccio, che in
quel disgraziato momento stava sistemando l’ultima cascia della serata
per il suo triste viaggio.
“ Minchia!” Esclamò siddiato “ “e che due viaggi aiu a fari?” la notte
era nera, pioveva a dirotto e c’era un forte vento di maestrale che
spazzava le strade deserte.
Comunque si convinse, pensando che la baronessa avrebbe ben pagato il
fastidio.
“ A metto di supra all’altre!” pensò “tanto nun se n’ adduna nullo…” E
per fare presto, schiodò due casse, in una mise due morti, e l’altra
vuota la sistemò per il barone.
In men che non si dica era a casa dei Cupaci. Le donne avevano sistemato
il morto alla meno peggio, non fidandosi nemmeno di toccarlo troppo.
Petruccio aiutato da Angelino che sembrava schiattare sotto il peso, lo
sistemò nella cassa, lo coprì con il coperchio che inchiodò alla meno
peggio, servendosi di una pietra. Si caricò sul carretto anche Angelino
per una mano d’aiuto e se ne andò di corsa al cimitero.
La pioggia era sempre più fitta, e il torrente sotto il ponticello
dell’Annunziata, si era ingrossato al massimo. Le acque nere scorrevano
appena sotto il ponte che fremeva, al punto che sembrava dovesse
schiantarsi da un momento all’altro. Il vento sollevava turbini di
foglie grondanti d’acqua che sbattevano sulla faccia di Petruccio
impedendogli di vedere neanche l’ombra del sentiero. Accellerò
l’andatura, il povero mulo aveva la bava alla bocca e Angelino quasi
piangeva aggrappandosi al suo fianco.
Finalmente giunsero al camposanto che era già l’alba. Un’alba cupa e
livida da paura. Iniziarono a scaricare le casse accanto alla fossa
comune.
Una due, tre…e la quarta? “ Unne finìu la cascia d’u baruni?”
Non c’era la cascia e neanche il barone.
Petruccio lasciò tutto com’era, caricò Angelino sul carro e si precipitò
verso il paese.
Il torrente aveva rotto l’argine, ma il ponte dell’Annunziata ancora
resisteva. Petruccio lo imboccò a velocità sostenuta, per quello che
poteva il povero mulo estenuato. Attraversò il paese deserto e si
inchiodò davanti al portone di palazzo Cupaci.
Tuppuliò e gli venne aperto dalla cuoca spaventatissima, lui la spinse
di lato e si precipitò dentro. Nel salotto c’era tutta la famiglia
riunita, che, ora che il defunto era lontano, non aveva più remore a
piangerlo.
C’era magari l’arciprete, il farmacista don Peppino, c’era la zia
Prudenzia e anche Ninetta la cognata schetta (nubile)…
“ S'arricampò?” Domandò Petruccio quasi urlando.
“ Cu?” risposero in coro i presenti.
“ U’ baruni!” rispose Petruccio a quelli che lo guardarono
ammammaluccuti.
Del barone Cupaci non si trovò traccia che nessuno si spiegava dove
fosse finito. Il diavolo se l’era preso di sicuro che il diavolo li
conosce i so compari.
In realtà la cassa, mal sistemata, era scivolata via dal carro, nelle
acque del torrente che per la piena era diventato un fiume impetuoso. I
chiodi erano saltati e il corpo del barone era stato trascinato via
verso il vecchio macello, dove nei giorni successivi era diventato pasto
per cani randagi.
E figuriamoci se con tutto quello che succedeva in paese, qualcuno
poteva badare ad un cadavere male in arnese….
Ma Petruccio ci perse di reputazione, che non sta bene di perdersi un
cadavere strata strata….
Nessuno però gliene volle male, perché lui era un bravo picciotto,
mentre u’ baruni era un grannissimo fetuso e se il diavolo se l’era
portato, avivano a mettiri nu cero a ‘madunnuzza!
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