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U SPETTU O PASSU
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“U
spettu o passu” diceva Turi Scarpia. Se lo sussurrava ogni
giorno che apriva gli occhi al mondo e il suo cuore si
faceva scuro di una rabbia densa che il tempo non poteva
placare.
Ma gli occhi si
facevano lucidi quando pensava a Maria.
Il ricordo nel
tempo si faceva più evanescente ma non il dolore che ad esso era
associato.
“Ti spettu o
passu” ripeteva quando incrociava sulla via lo sguardo sfuggente
di Nino Rizzo che abbassava gli occhi per primo e certe volte
cambiava strada.
Dopo tanto tempo…!
Così è la vita. Ancora aspettava Turi Scarpia e nell’attesa
consumava i pensieri sempre intorno agli stessi ricordi.
L’aveva vista un
giorno che era estate, nell’aria polverosa di scirocco, leggera
come una farfalla Maria chiacchierava con le amiche.
Non gli era parsa
neanche tanto bella al primo sguardo ma si era solo incuriosito
di Rizzo che le girava intorno rumoroso come un calabrone.
Poi lei si era
voltata e i suoi occhi scuri si erano posati su di lui.
E lui ci era
affogato dentro e una malia gli era entrata nel sangue da
allora.
Ma lei aveva occhi
che ridevano, perché dentro, l’anima giocava e quando lo
guardava a lui sembrava di vedere tutti i santi del paradiso,
sbucare dalle nuvole…E non capiva più niente.
Il mondo intorno
scompariva, si sbriciolava svanendo nel battito precipitoso del
cuore, nella gola secca, nelle mani bagnate. Il mondo spariva ma
non Nino Rizzo e il suo sguardo sfuggente a cui però nulla
sfuggiva e ciò che non vedeva si inventava.
Quel che vide era
niente ma quello che inventò fu tutto.
Un giorno dopo
l’altro sussurri e piccole bugie cominciò a spargere per il
paese e sembrò che il vento trascinasse le voci gonfiandole fino
a che i sussurri divennero grida.
Non si capiva da
dove provenissero ma sfioravano labbra e orecchie come una
canzone maledetta che diceva sempre le stesse cose.
E così il sorriso
sparì dalle labbra di Maria e lei neanche lo guardava più a Turi
Scarpia quando si incontravano per strada. Gli occhi di lei un
tempo allegri e infuocati assunsero uno sguardo spento come
assorto e a tratti duro.
Turi Scarpia, lo
capiva ma ci stava male. Ma la rabbia quella era tanta e troppa
e trasudava da ogni poro di pelle e dagli sguardi feroci che
mandava a Nino Rizzo e quello si scantava. Si ritraeva ma il suo
gioco era quello e niente lo fermava.
Maria smise di
uscire di casa. Voleva essere soltanto dimenticata. Voleva che
anche le pietre si scordassero il suo viso e il suono della sua
voce.
Pensava che altre
voci sarebbero arrivate a sostituire quelle che le avvelenavano
la vita. Si illudeva.
La gelosia e
l’invidia sono erbe cattive dalle radici profonde. Si aggrappano
alle anime corrompendole e come un cancro divorano i pensieri e
così era per Nino Rizzo. Lui la voleva senza volerla davvero, ma
anche così nessun altro uomo doveva posare gli occhi su Maria.
La fantasia avvelenata dal desiderio frustrato correva. Gli
faceva immaginare scenari che la sua rabbia rendeva realtà.
E lui li
raccontava. All’inizio era un gioco, ma poi fu febbre che
alimentava il vento della calunnia che soffiava forte sui tetti
delle case, fra le strade strette, sulla bocca delle comari alla
messa, degli uomini fermi a crocchi nella piazza ed era tutto un
parlare e sussurrare, un trasiri e nesciri che suggeriva più che
dire, che insinuava alludendo.
E ognuno aveva
qualcosa da aggiungere, un particolare, un’atmosfera, un colore
e tutto andava a nutrire il grande e amaro cibo della
maldicenza, per cui tutto era possibile, senza rispetto senza
onore, senza giudizio.
E Maria non ebbe
più gli occhi che ridevano, ma uno strano sguardo febbrile e
movimenti nervosi come malati. E si faceva come trasparente
quando usciva per strada e le sembrava che ogni sasso la
scrutasse giudicandola.
E fu così che una
sera di inverno, quasi sotto Natale la trovarono come se
dormisse, abbandonata sulla spiaggia deserta e sembrava che
guardasse il mare…
“ U spettu o
passu!” Si ripeteva Turi Scarpia negli anni, ma sembrava che il
momento non sarebbe mai venuto, mentre il tempo passava e
scavava profondi solchi dolorosi sul suo viso.
Ma alla scordata
Dio si ricordò di lui.
Nino Rizzo era un
pezzo d’uomo col cervello di un bambino cattivo.
Nessun vero
pensiero sembrava agitare la sua mente se non il quotidiano
esercizio di pochi banali divertimenti.
Conosceva tutti
nel paese e tutti lo conoscevano evitandolo quando potevano.
Non si fidavano.
Sapevano quanto era lunga e velenosa la sua lingua. Quante
parole di troppo diceva. I suoi occhi da furetto spazzavano la
piazza e le strade alla ricerca di qualche immagine succosa, di
qualche scena particolare da poter riferire.
Ne trovava sempre.
E parlava prima di pensare.
Una sera tornando
a casa, gli sembrò di vedere una scenetta insinuante: una certa
donna che conosceva di vista si era fermata a parlare in un
angolo un po’ buio con una persona.
Non gli parve vero
trovare qualcosa per intrattenere le serate dei suoi conoscenti.
Strizzò gli occhi: chi era lui? Gli sembrò ma non era sicuro, ma
che importanza aveva? La cosa bastava. Ci voleva soltanto
qualche altro particolare per rendere la cosa più succosa, ma
non c’erano problemi per quello… Lui ci sapeva fare.
La maldicenza è
come una musica che nasce in sordina e va crescendo fino ad
assordare…ma la persona questa volta era sbagliata…
La lei di turno
era l’amante di Rocco Cannata. Nessuno lo sapeva e nessuno
doveva saperlo. Ma lo sapeva Turi Scarpia … e non gli parve
vero.
Cannata non era
uomo col quale si potesse scherzare e la donna era la moglie di
un suo socio in affari che non era cosa inimicarsi. Ne sarebbe
andato della salute…sua e di lei…e di chissà quanti altri…
Quando la voce
malevola cominciò a diffondersi, Turi Scarpia capì subito da chi
era partita. Era come se ci fosse la sua firma di quell’infame
che impunito tornava a colpire.
Ma questa volta
no, questa volta l’avrebbe pagata. Cannata era mittuto o passu.
Già le voci cominciavano a sfiorarlo e lui era feroce. Bastava
un nulla e sarebbe esploso. Ma questo a Scarpia non bastava. Lui
voleva per Rizzo una morte lenta e dolorosa.
Ci pensò per
giorni a come doveva fare per vendicare gli occhi belli di Maria
e se stesso e la sua vita fitusa e disgraziata senza di lei.
Fu facile fare
arrivare alle orecchie di Nino Rizzo che aveva pestato un callo
di troppo e alla persona sbagliata e dopo questo non restava che
aspettare senza neanche sporcarsi le mani facendo la spia.
Rizzo era un
vigliacco e la paura stessa l’avrebbe tradito. Se lo sarebbe
mangiato a piccoli morsi dolorosi facendolo morire ogni giorno,
ancora prima che Cannata lo ammazzasse lui.
E così successe.
Non c’erano dubbi. Come Rizzo seppe che qualcuno aveva riferito
a Cannata che da lui erano partite le chiacchiere, nemmeno si
chiese se fosse vero. Lo sentiva nel sangue che gli si gelava
nelle vene, mentre la notte non riusciva a dormire per il
terrore. Perché sapeva che la giusta vendetta sarebbe venuta, ma
non sapeva quando né come. Ogni mattina che apriva gli occhi al
mondo si chiedeva da che parte sarebbe arrivata e così cominciò
a uscire di casa sempre più di rado fino a non uscire affatto e
tutti capirono e Cannata per primo che lui era il colpevole e
che chiuso in casa come in una tana prima o poi la fine del topo
ci faceva.
E il tempo che
passava era un’agonia e la vecchiaia gli cadde di botto sulle
spalle come un colpo di mazza. E non gli restò altro che
aspettare, un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro finché
la morte non arrivò davvero a liberarlo da quella prigionia, ma
fu soltanto la mano pietosa di Dio che lo colse nel sonno
durante uno dei suoi incubi.
Turi Scarpia andò
alla veglia e seduto accanto al tabbuto lo guardava.
“ Vidisti” pensava
“ tu dissi chi t’aspittava o passu!”