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TROPPO LONTANO E’ IL
CIELO
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TROPPO LONTANO E’ IL CIELO
“Il mio presente è una malattia
contratta nell'infanzia. Perciò ho deciso di capire come.. Non
c'è teoria, ma groviglio di piccole catastrofi, giocate dentro
gli spazi interstellari della mente. Forze feroci si contendono
il mio essere.
Non so chi sono. Né chi sono stata.
Un dolore diverso da qualsiasi dolore patito finora si
preannuncia.
È questa la paura che tiene uniti gli sfilacciati brandelli del
mio essere? C'è il dolore alle fondamenta di tutto? Ho una sete
ch'è simile all'arsura della terra bruciata.
È difficile immaginare una esistenza più
monotona, più squallida, più impoverita d'ogni gioia della mia.
Ripensandoci, dopo tanti e tanti anni, risento ancora e sempre
l'immensa noia di quella calma morta che durava, e dura
inalterabile, nel tempo sospeso, su cui galleggiano esausti, i
rapporti all’interno della nostra famiglia…”
La
donna camminava con lunghi passi nervosi eppure falsamente
sicuri. Lo sguardo diritto davanti a se, senza vedere i rari
passanti che incrociava, quasi fossero ombre, piccoli incidenti
di percorso, nel flusso caotico dei suoi pensieri.
Era graziosa eppure inconsapevole. Il
suo sguardo era diretto e chiaro eppure opaco come vedesse il
mondo attraverso delle lenti spesse.
Si dava o almeno cercava, il contegno di
chi sa dove va e perché ci va. Come se non ci fosse nulla da
aggiungere o da esitare. Ma era solo una finta. Il cuore in
subbuglio galoppava nel suo petto e lei continuava a chiedersi:
“ Che faccio perdio? Posso ancora voltare le spalle…Non devo
fare altro che tornare sui miei passi finché sono in tempo…”Ma
invece svoltò in una strada stretta. Il portone era solo
accostato. Lo spinse con la mano esitante e quello si aprì senza
sforzo.
Le scale erano ripide e buie. Uno strano
odore di umido e di polvere che non avrebbe mai più dimenticato,
aggredì le sue narici.
Anche la porta era solo accostata. Si
aprì con un leggero cigolio che la fece sussultare. Entrò e la
chiuse facendo scattare la serratura.
Si guardò intorno. Era un bilocale non
troppo grande. L’ambiente poteva essere quello della sua casa.
Borghese e anonimo.
Quadri alle pareti, il solito divano
sistemato davanti alla tv, un tavolo con quattro sedie, una
credenza. Niente libri…la cosa la colpì subito. Una casa senza
libri.
Una casa dove non albergano i pensieri,
ma solo le azioni repentine, solo l’impulso del momento.
In casa sua invece di libri ce n’erano
molti. Libri pieni di pensieri, pieni di tutte le parole che non
venivano mai pronunciate. Libri pieni di rabbia o di amore, di
guerre, di dolori, di felicità altrui.
Libri sui quali la polvere si impastava
coi silenzi, fino a farla sentire soffocata.
La donna continuava a guardarsi intorno,
incerta. Per fortuna lui
non era ancora arrivato.
Aprì una porta, era il bagno. Un tipico
bagno maschile, asciutto, disordinato, pulito con distrazione,
quasi fosse un luogo di passaggio.
Aprì un’altra porta e fu in camera da
letto. Il cuore le si strinse. Fu presa dall’impulso di voltare
le spalle e andare via il più lontano possibile da quella luce
fioca che entrava dagli scuri accostati di quel mattino
dolorosamente impreciso in cui lei aveva deciso…Ma entrò…
Alla porta d’entrata una chiave girò
nella toppa…
"Mia moglie è morta ieri pomeriggio. Ora
forse non se ne rende ancora conto, ma presto lo scoprirà
e io potrei interpretare la parte del vedovo affranto con
entusiasmo e con successo. Vivere con lei mi ha insegnato a
ingannare me stesso, e l'ho trovato un eccellente modo per
imparare a ingannare gli altri. Naturalmente io so che lei non
farebbe niente del genere. Mia moglie è troppo equilibrata,
troppo ancorata al presente per pensare di farsi del male, pur
facendosene spesso, inconsapevolmente è ovvio. È mia opinione
che non si sia preoccupata di quello che aveva fatto. E’
incapace di provare rimorso.
E sono stato io a ucciderla.
E’ stata una cosa lenta e forse quasi
indolore, se non negli ultimi tempi, quando chissà come è
diventata consapevole.
Questo realmente è stato un problema.
Fino a quel momento recitavamo la parte della coppia unita,
invidiata dagli amici.
Non eravamo felici. Ma in fondo finché
uno non lo sa, non è importante.
Il guaio è stato che lei l’ha capito".
Me ne sono
accorto subito, scovando la rabbia nei suoi silenzi ostili che
tenacemente io ignoravo.
Ha perfino
cercato di parlarne. La cosa più stupida del mondo come se le
parole potessero avere il potere di farmi diventare quello che
non sono mai stato, l’uomo che lei si era illusa di creare, come
tutte le donne che ti sposano finendo per farti da madre.
E a farmi da
madre ci riusciva bene e io la accontentavo con le mie piccole
bugie, inganni innocui che le davano l’illusione di controllarmi
attraverso le mie insicurezze, il mio essere maldestro che mi
liberava dell’obbligo di occuparmi di lei, lasciando che fosse
lei a farlo per entrambi.
La cosa poteva pure funzionare dico io,
se solo lei non avesse avuto quell’assurdo vizio di pensare. Di
annegarsi di pensieri, di analisi, di costruzioni mentali, con
le quali sostituiva la vita che io le negavo.Ci ho messo anni a
spegnere la luce nei suoi occhi, la luce che avevano quando la
conobbi, piena di vita e di segreti e di quegli impercettibili
dolori che la spinsero verso di me come verso una calamita.
Ora lei pensa
che io non mi sia accorto di niente. Con l’immensa ingenuità
delle donne, pensa che io ignori ciò che con fatica, devo dire,
sto fingendo di ignorare da mesi: e cioè che era come un frutto
che aspettava di essere colto, prima di cadere a terra maturo
fino al disfacimento e pronto per essere calpestato.
Credo che questo
la attiri più di ogni cosa al mondo. Ci è stata abituata al
punto di ricavarne un oscuro e malsano piacere del quale neanche
mi sono accorto di approfittare.
In effetti
volevo solo che mi lasciasse in pace, con le sue esigenze, i
suoi dolori le sue angustie.
Volevo solo che
mi vivesse accanto senza chiedere niente di ciò che non ero
disposto a darle. Comunque non ne sarei stato capace.
Ho questa abulia
dei sentimenti io, come una porta chiusa che non può aprirsi.
L’illusione l’ha
uccisa. L’illusione di vedere oltre quella porta ciò che non
c’era né poteva esserci.
Ci sono voluti
anni per ucciderla. Non mi ci sono neanche applicato più di
tanto. Bastavano i silenzi, il non sfiorarla mai anche solo per
errore, la mancanza totale di ogni tenerezza.
Mi è bastato
guardarla senza vederla come se fosse stata trasparente e in
effetti lo era per me. Mi è bastato sentire i sui discorsi senza
ascoltarla facendo ben attenzione che ne fosse sempre e comunque
consapevole…
Ora lei crede
che io non mi sia accorto che è all’ultima spiaggia.
E glielo concedo
pure dopo tutto. Non resta più tempo oramai né per me né per
lei. Certo non per noi.
Non so nemmeno
se mi importa. Vedo il suo sorriso falsamente sicuro e potrebbe
essere il ghigno di un cadavere.
Che si illuda
una volta ancora. Questo glielo posso anche concedere, prima che
il buio denso che ci incatena l’uno all’altro come l’ultima
vendetta della vita, si chiuda definitivamente.
Solo uno
sopravvivrà e sarò io…"