TI RICORDI ?

“Sarebbe molto bello”, disse lei con voce
dolente, “oh, tanto bello percorrere con te il mondo intero!”
Lui la guardava assorto attraverso le lenti spesse che coprivano
i suoi occhi miopi.
Intanto spingeva svogliato la carrozzina.
Lei continuava a parlare, la voce
leggermente querula e fioca.
Aveva quel modo di dire le cose, come se
recitasse, tirando su le parole, lungo invisibili linee sinuose
che disegnavano emozioni, sospendendole nell’aria come farfalle.
Ma questo la rendeva ridicola. Perché era
una cosa da ragazza con gli occhi sognanti, e lei non lo era più
da tanto tempo.
L’uomo si passò le mani sul cranio calvo
leggermente punteggiato di efelidi. I suoi passi erano brevi e
nervosi e ansimava appena sotto il peso della carrozzina.
“ Ti ricordi? “ Disse lei, ma non continuò
e così non seppero mai cosa l’uomo doveva ricordare. E anche il
ricordo di lei si perse nelle nebbie sempre più spesse della sua
mente.
Era come affondare, lentamente,
ineluttabilmente, in un buio sempre più spesso dove qua e là
galleggiavano scene della sua vita.
Una bambina dai capelli nerissimi e
ricciuti che rincorreva un gatto in una povera casa di
pescatori.
O forse era un cane. Si chiamava Pippo, e
questo è un nome di cane. Ma forse non era neanche lei quella
bambina. Lei aveva i capelli chiari, o almeno così ricordava, e
non quell’assurdo colore che le facevano adesso. Un castano
rossiccio così volgare!
Lei si guardava intorno, i piccoli occhi da
furetto curiosi e pieni di stupore vacuo, su quel pezzo di
strada che pure avrebbe dovuto conoscere benissimo, perché lo
percorreva ogni giorno.
Dal suo sguardo, però si sarebbe detto che
fosse sempre la prima volta, il braccio abbandonato lungo il
fianco e l’altra mano ad arrotolare una ciocca di capelli sulla
punta del dito.
L’uomo faceva piccoli cenni di saluto ai
conoscenti che incontrava, sempre gli stessi ogni giorno e
pensava.
“ Ma perché non piove dannazione? Perché
c’è questo sole implacabile che mi brucia il cervello?”
Avrebbe voluto che piovesse e così lei
sarebbe rimasta a casa, seduta dietro la finestra a guardare la
strada e fargli inutili domande sciocche, mentre lui avrebbe
letto il giornale ignorandola.
Ma c’era il sole! C’era il sole come il
giorno che lei aveva detto :” Che bella giornata è oggi!” e poi
era scivolata sul pavimento, le pupille arrovesciate nel bianco
della sclera, e niente era stato più lo stesso.
Se almeno ci fossero stati dei figli ad
animare quella casa vuota! Se almeno ci fossero stati dei nipoti
a portare rumore nelle lunghe giornate silenziose.
Invece nulla, e chi l’avrebbe detto a
guardarla nei suoi anni migliori; i fianchi larghi sulle gambe
forti, i seni pesanti, il ventre teso…e vuoto. Mese dopo mese,
anno dopo anno…”Così vuole Dio”, diceva. E Dio deve volere cose
strane se manda i figli a chi non li vuole negandoli a chi li
cerca disperatamente.
Ma ora era una bambina lei stessa. “ Vi ci
vuole un aiuto Don Gennarino!” Gli dicevano.
Un aiuto? Mettersi un’estranea in casa che
ti sparla alle spalle e conta quante volte pisci e quante volte
mangi? Mai!
Piuttosto ci crepava lui dietro quella
carrozzella, e a cambiarla come fosse una neonata, con quel peso
morto che era oramai il suo corpo, che bisognava spostarlo di
peso, dal letto alla carrozzella, dalla carrozzella al letto.
E poi la portava fuori sul marciapiede e la
spingeva per la sua passeggiata. Sempre gli stessi metri, sempre
quelli. Contava i passi. Non erano molti, meno di cento, forse
cinquanta e poi girava e tornava al punto di partenza, lì
davanti al portone di casa. E gli sembrava così di percorrere
sempre lo stesso girone dell’inferno, una volta, due, tre, cento
volte. E lei con quel braccio morto lungo il fianco, che oramai
quasi più non capiva, a parte i rari momenti di lucidità in cui
con la sua voce querula diceva: “ Ti ricordi?” E poi si
dimenticava cosa, lui dovesse ricordare…lei stava abbandonata
sulla carrozzella a guardarsi intorno quasi fosse sempre la
prima volta.
E aveva quello sguardo del giorno in cui
andò sposa. Con quella curiosità vagamente vuota negli occhi da
furetto, verso un destino sconosciuto e inquietante.
L’uomo fece un gesto di stizza, ma non
verso di lei. Forse verso se stesso, o il mondo, o il destino.
Se almeno non si fosse ripresa quel dannato
giorno che era scivolata sul pavimento con quelle parole “ Che
bella giornata che è oggi..”che le scivolavano via dalla bocca
storta. Invece non sembrò allora tanto grave, anzi lui ringraziò
il cielo che gliel’aveva conservata quasi com’era, invece poi
era tutta una finta, con quel braccio morto a cui era seguita
anche la gamba e poi piano piano anche i pensieri e nulla era
stato più lo stesso, se non quella sua voce querula che diceva:
“ Ti ricordi?” Mentre lei non ricordava più niente, nemmeno il
suo nome, e prendeva in prestito i ricordi degli altri, non
ritrovando i suoi.
Faceva caldo quel giorno. C’era sempre quel
sole implacabile che annunciava l’estate.
La rabbia. Non restava che quella
dell’antica tenerezza che pure aveva provato per lei. La rabbia
rotolava sotto le ruote consumate della carrozzella facendo un
suono secco e frusciante come di terriccio sotto le suole delle
scarpe. Non un gran suono poi, ma quasi sommesso, come a non
farsi sentire. Ma c’era, e mordeva nel fianco, la rabbia. Perché
già è brutta la vecchiaia, anche senza una vecchia bambina a cui
cambiare i pannolini.
Certe volte sembrava che capisse. Sembrava
che ancora ci fossero scampoli di pensieri ad animare la sua
mente spenta e allora iniziava strani discorsi illogici,
arrotolati su se stessi come volute di fumo dirette verso il
nulla. Lui si sforzava di ascoltarla, prima di accorgersi che
prendeva solo in prestito parole che aveva sentito chissà dove o
da chissà chi, ma che per lei non avevano nessun significato.
Forse le piaceva il loro suono, così adatto
alla teatralità innata, unico residuo di quello che era stata e
che la malattia le aveva risparmiato.
Forse ci giocava, come una bambina con le
sue bambole, inventandosi storie incomprensibili a chiunque e
forse anche a se stessa.
O forse si era creata una vita non sua, per
sostituire quella che la sua mente aveva perso insieme ai
ricordi. Nessuno poteva dirlo.
I medici dicevano che non c’era speranza di
arrestare quel lento declino. Dicevano che presto il suo
cervello si sarebbe trasformato in un piccolo buco nero che
avrebbe inghiottito ogni cosa, lasciando soltanto un corpo
disfatto da nutrire, da lavare, da mettere a letto, da cambiare.
“ Quanto potrà durare?” Aveva chiesto Don
Gennarino. “ E chi può dirlo!” Gli avevano risposto.
“ Un anno, dieci anni, un mese, come vuole
Dio!” Già, come vuole Dio.
Ma ora lui si trovava a spingere quella
carrozzella su quel pezzo di marciapiede, un passo dopo l’altro,
cinquanta passi e poi tornare…se solo…!
Se solo avesse finto di avere un malore! La
carrozzella che gli sfugge dalle mani e finisce sulla strada
proprio quando…
Sarebbe bastato un attimo, niente di più
facile. Un uomo alla sua età, la testa calva senza cappello
sotto il sole implacabile, un mancamento del tutto normale. Uno
svenimento! Gli sembrava quasi di sentire un urto di nausea,
salirgli dal fondo delle viscere al pensiero.
Che poi non aveva più il cuore di una
volta, forte come quello di un bue e fare tutti quegli sforzi
alla sua età! Chi poteva biasimarlo? Chi poteva biasimare un
povero vecchio che trascinava stanco una carrozzella su un
marciapiede sconnesso, se gli viene un accidente lì sotto il
sole e la carrozzella gli sfugge dalle mani e finisce sulla
strada mentre una macchina arriva veloce?
Così pensava Don Gennarino, con uno strano
peso sopra il petto, che era come un masso piantato sullo
sterno, mentre spingeva la carrozzella, ascoltando
distrattamente la voce fioca di sua moglie che tornava a
ripetergli per l’ennesima volta” Ti ricordi?”
Ma poi non pensò più, perché il sole
divenne una lama affilata che gli entrò dentro al cuore
facendone scempio, e lui cadde per terra come un ciocco, senza
più un barlume di coscienza negli occhi sbarrati, le labbra
serrate in quello che poteva sembrare un sorriso sulla bocca
sottile, mentre la carrozzella come per incanto si fermò sul
bordo del marciapiede, di sghimbescio.
A lei dovette sembrare un nuovo gioco,
perché scoppiò a ridere, come una bambina vecchia, la piccola
bocca senza denti, spalancata, con un filo di bava che scivolava
lungo il mento…