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SPUNTI
CORRENDO*

Spunti
co rrendo e hai quelle labbra rosse che ricordo bene, sul viso
gentile e delicato. Su quella pelle liscia che profuma di cipria e
fiori. Come un folletto che appare e scompare, ti affacci dagli
angoli della casa, monella e incantevole. I capelli castani
spruzzati di rame, sciolti sulle spalle, gli occhi nocciola ridenti
e dolci. L’amore rende bello il tuo viso grazioso. L’amore che provi
per me e che ti accende la pelle di strani bagliori quando ti
accarezzo e tu sospiri perduta in un piacere assoluto.
Hai vent’anni
e la vita nel pugno. Mi rincorri con sguardi luminosi bevendo le
parole che ti sussurro, mentre scivolo piano nel tuo corpo
inesperto. Così in questo sogno dell’alba ancora tu spunti correndo
e io torno per il breve spazio di un momento, il ragazzo che ero.
Credevo di
amarti è vero, anch’io, quando ti inseguivo superando le tue
incertezze, i tuoi dubbi le tue ritrosie. Credevo di amarti ma era
soltanto un gioco. Non avevi il mistero che intriga, né la carnalità
di una donna fatta. Eri così bambina, trasparente e semplice che
leggevo in te come in un libro aperto. Detestavo vedere nei tuoi
occhi quella fiducia assoluta che mi faceva sentire fragile e
bugiardo. Perfino la tua bellezza era insipida ai miei occhi perché
non ti negavi mai, ma mi amavi di un amore assoluto, privo perfino
di qualunque gelosia.
Ma come
dirtelo, dopo che ti avevo preso in quella stanza d’albergo anonima
e squallida, sussurrandoti le parole di quell’amore che non provavo,
forzando il tuo corpo intatto, prendendomi un piacere superficiale
là dove tu insieme al corpo mi avevi dato l’anima?
Come potevo
dirtelo? Ma tu lo sentivi credo, e nel tempo si velarono i bagliori
dei tuoi occhi, e io sentivo l’orgoglio ferreo dietro il quale tu
nascondevi le lacrime di fronte alla mia indifferenza.
Sapevo che
mai nella vita avrei ritrovato quella tua dedizione assoluta velata
di sogni, ma ero giovane allora, e a quell’età si ha fame di vivere
e non ci si ferma a pensare a quello che ti lasci alle spalle. E poi
l’amore stesso per me era uno splendido gioco che lasciava intatta
l’essenza profonda del mio animo. Mi sentivo invincibile e lo ero.
Ti lasciai
con poche parole frettolose, senza avere il coraggio di incontrarti,
per telefono. Avevo fretta di liberarmi, ricordo, di quella
spiacevole incombenza. C’erano cose che aspettavano di essere fatte,
corpi di donne da accarezzare, la vita che premeva, e tu diventavi
sempre più un ricordo sbiadito. Non pensavo al sangue vivo della
ferita che ti avevo aperto nel cuore. Preferivo credere che presto
mi avresti dimenticato, sostituendomi con un’ altra passione che
sinceramente ti auguravo, più fortunata.
Dopo di
allora ti cercai una volta sola, in un momento di noia che mi aveva
spinto a cercare di riallacciare quello che per me era stato un
piacevole gioco. Mi rispondesti, ricordo, con una breve lettera,
negandoti al telefono. Poche parole orgogliose e fredde, senza
rancore, che mi stupirono.
Ti
dimenticai. Negli anni quante storie ho avuto più o meno felici.
Negli anni ho
attraversato indenne le tempeste della passione, fra amori più o
meno importanti e perfino un matrimonio fallito io che mai avrei
pensato di sposarmi. Ed eccomi qui sull’orlo della mezz’età, solo ma
sereno in fondo e senza rimpianti.
Ti ho
incontrata per caso là dove mai pensavo di incontrarti, nel paese
dal quale entrambi partimmo negli anni lontani della nostra
giovinezza, per disperdere i nostri destini su sentieri sconosciuti.
Spunti,
camminando piano guardando assorta le vetrine, immersa in chissà
quali pensieri.
Ti ho
riconosciuta subito, nonostante tu abbia cambiato il colore dei
capelli che ora sono di un piacevole biondo dorato, nonostante il
tuo corpo sia più dolcemente morbido di come lo ricordavo.
Ma hai la
stessa deliziosa goffaggine, quell’incertezza timida nell’incedere
che in passato mi irritava molto, ma che ora chissà perché trovo
rassicurante.
Mi guardi di
sfuggita senza riconoscermi. Tanto sono dunque cambiato?
Involontariamente mi si stringe il cuore. Salgo in macchina e resto
a guardarti.
Il tempo è
stato benevolo con te, risparmiando alla tua pelle chiara, l’insulto
delle prime rughe.
Il tuo corpo
morbido è ancora attraente e il mio sguardo scivola
involontariamente sui tuoi seni pieni, sul ventre piatto e i fianchi
rotondi, e mi coglie impreparato il ricordo delle mie mani che ti
accarezzavano, delle mie labbra che scivolavano lente sulla tua
pelle di seta, gustandone il sapore. Sei perfino più carina, oggi,
quasi bella nella tua femminilità ora consapevole.
Sei sempre
più vicina ormai, posso guardare i tuoi occhi belli. Occhi grandi
espressivi che conservano dentro la scintilla di quel fuoco che un
tempo ardeva solo per me.
Mi chiedo
quanti uomini hai amato, e se mai hai pensato a me, in tutti questi
anni.
Mi chiedo
quale sia stata la tua vita dopo di me. Se sia stata felice o no.
Qualcuno fa
il tuo nome alle tue spalle e tu ti giri. Sorridi e il tuo sorriso
sembra illuminare la strada. I tuoi denti bianchi fanno capolino fra
le labbra carnose, labbra che ancora promettono baci.
I baci dei
quali io non riesco a ricordare il gusto.
I nostri
occhi si incontrano. Distratti i tuoi, intensi i miei, ma poi
aggrotti la fronte come cercando di afferrare un ricordo lontano.
Ma è solo un
attimo. Restiamo entrambi in bilico sul passato. Ma cosa potrei
dirti ora? Non sopporto di leggere la delusione nel tuo sguardo
paragonandomi al ragazzo che amasti.
Non sopporto
le parole di circostanza che ora ci diremmo, estranei ormai.
Non sopporto
ora di averti perduta e con te la possibilità di una vita diversa,
più bella o più brutta non importa, di quella che ho avuto.
E il senso
dell’ineluttabilità del mio presente, mi prende come una morsa alla
gola. Qualunque partita io abbia giocato ormai, non ho più carte
ora. I bleff sono stati scoperti dal destino. Non ho più davanti la
rosa infinita di possibilità dalle quali ti ho esclusa senza
pensarci troppo.
Tu distogli
lo sguardo da me. Non ti soffermi più di tanto, allontanando il
passato con un’alzata di spalle. Vai incontro alla persona che ti ha
chiamato e che io non riconosco.
Io metto in
moto la macchina e mi allontano. La tua immagine va sfocandosi nello
specchietto retrovisore. Nonostante la malinconia, provo nell’anima
un piacere segreto. Quel senso di godimento assoluto e invincibile
che per un istante annulla qualunque altra sensazione, dandoti
l'impressione di fermare il tempo su un istante perfetto. |