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SIAMO NUVOLE PRIGIONIERE DEL VENTO*
Una
giovane donna sedeva davanti ad una tazza di the fumante, nella
cucina silenziosa di una casa deserta.
Tutto era in perfetto ordine, ma vi era un che di
polveroso, di abbandonato. Una casa senza abitanti, non ha vita. Il
silenzio l’avvolge come un sudario.
La giovane aveva il viso lucido di sudore e
stanchezza. Profonde occhiaie brune, contornavano gli occhi
espressivi. Tutto il giorno a sistemare, ad imballare. Bisognava
portare via tutto perché la casa doveva essere venduta.
La ragazza si guardò intorno: tutto era così uguale
eppure così diverso….
Ma il passato è muto. Non risuonano più le voci
dell’infanzia, la risata dello zio Pietro, il papà che torna con
nuovo giocattolo, il gatto Cipolla che dorme davanti alla stufa.
La casa vuota non ospita ormai neppure fantasmi. I
ricordi sono forse sogni? E che realtà è quella che noi ricordiamo?
Cosa è veramente avvenuto?
Questo tempo che non si può fermare, lascia dietro di
se solo immagini sbiadite. Le voci sono le prime a svanire. Il
timbro denso della voce di sua madre, la sua carnalità dolce e
profonda, la ricordava appena.
La ragazza si passò una mano sul viso.
In altri momenti sarebbe stata bella, i lunghi
capelli chiari, inanellati in morbide onde, gli occhi nocciola
grandi dallo sguardo intelligente e vivace, la bocca carnosa dalla
linea elegante…ora però una ruga profonda le solcava la fronte.
Guardava assorta uno scatolone aperto ai suoi piedi, pieno di
vecchie agende dalle copertine cartonate di vari colori.
La mano esitante si sporse a sfiorarle, ritraendosene
subito, come se scottassero. C’era tutta la vita di sua madre in
quelle pagine. Leggerle, non leggerle? Penetrare in una vita ormai
finita in polvere?
Di sua madre aveva un ricordo sfumato, come
sfocato…gli occhi vivaci sempre inquieti, il viso dolce allegramente
malinconico, il corpo accogliente e profumato. In qualche lampo di
memoria la rivedeva a tratti, molto più giovane, quasi una ragazza,
nonostante i figli, la casa, la vita.
Che bambina, che adolescente, che donna era stata?
Cosa aveva desiderato, quale vita segreta era nascosta in quelle
pagine dai bordi ingialliti, che attraverso gli anni avevano
l’accompagnata, silenziose e fedeli, nella fatica di vivere?
La ragazza sentiva un certo pudore a violare quel
segreto. Di sua madre ricordava certe inquietudini dolorose che la
spingevano talvolta ad essere dura e aggressiva e che lei bambina
non si spiegava, ritenendosene, a torto, responsabile. Gli occhi di
lei si facevano torbidi come per un dolore segreto e inconfessabile,
i modi sbrigativi e insofferenti. E tutto questo durava per giorni,
inconcepibile e incomprensibile…Ma ora i suoi segreti potevano
essere svelati. Bastava un solo gesto. La curiosità si fece forte e
impellente e vinse il pudore. La ragazza afferrò uno dei volumi a
caso, uno degli ultimi, e cominciò a sfogliarlo. Aveva la copertina
rossa del colore del sangue. Il segnalibro dorato lo fece aprire in
una pagina precisa e la ragazza scivolò indietro nel tempo, nei
gorghi imperfetti di un’anima perduta e fu così che la vide
tornare…Ma non il suo ricordo, ma lei stessa com’era allora,
attraverso quelle vecchie pagine che le erano sopravvissute.
Via via che leggeva, la ragazza la vide come in un
film, una donna e la sua storia, ma dov’era la madre che lei
ricordava, che pure era esistita, o forse no?
“Non
è mica facile, lo sai, non pensarti. “ Scriveva
“Scacciare dal ricordo quel tuo sguardo, quell’aria allegra eppure
densa di malinconie sospese. Quelle tue frasi ironiche e sfuggenti
con cui negavi a me e agli altri la tua anima.
E’
più difficile non sentire la tua voce, roca, profonda, evocativa e
dolce con cui mi raccontavi la tua vita lontana, così per caso in un
giorno qualunque, quando io presa di te senza speranza, ti cercavo
con pretesti banali, pur di sentirti appunto, pur di avere con te un
legame flebile, anche un sospiro, un soffio di vento.
E’
stato tutto inutile, questo mio amore per te, sterile e vano come le
foglie secche che il vento trascina via, fra le cose morte.
E’
stato un sogno portato via dalle luci livide dell’alba. Un sogno
appunto, un’illusione muta, chiusa dentro di me, che più non volo,
ora che poi per orgoglio o per dispetto, ho deciso di non cercarti
più.
Ma
non è mica facile, lo sai, spegnere all’improvviso quella luce che
tu portavi nella mia vita, quell’entusiasmo vivo con cui accoglievo
il giorno.
Ora i miei giorni sono sereni e grigi.
Non più dolore o delusione, non più l’insofferenza senza ristoro che
ci portavi tu, ma che deserto mi sento dentro, ora che l’estate
lascia il posto all’autunno, ora che i pensieri che non mi ispiri
più, girano a vuoto in lunghi gorghi inutili.
Il
tuo ricordo è come una vecchia melodia che sfuma nel silenzio piano
piano. Un’ombra fievole come tutte le cose che vanno a morire.
Ma
tu ti sei portato via l’estate della vita.”
La ragazza chiuse gli occhi per un istante. Le sembrava incredibile
averle vissuto accanto per tanto tempo senza conoscerla affatto.
Aveva di lei un immagine fallace, dunque, di una brava donna,
vivace, certe volte allegra, certe altre malinconica, ma che non
sembrava avere una vita interiore propria, indipendente da quella di
tutti loro. Come se lei non fosse una persona ma un loro
prolungamento.
Li
aveva ingannati tutti. Aveva dentro il segreto di un amore che certo
non era suo padre, che anzi non gli somigliava affatto. E chissà se
era stato il solo, chissà quanti altri ce n’erano stati.
Continuò a leggere. Certe pagine erano normali, parlavano della loro
vita quotidiana, suo padre era nominato spesso, ma anche lui a suo
modo sconosciuto. Il padre spariva, lasciando il posto all’uomo. La
ragazza si sentiva in qualche modo tradita ed ebbe quasi paura, come
di scivolare in una realtà parallela che nemmeno sospettava.
La
donna che era stata sua madre era un’estranea, dov’era la loro vita
insieme così come lei la ricordava? In quel diario veniva raccontata
un’altra vita, a lei totalmente sconosciuta.
In
questa vita, sua madre aveva amato e con che intensità un altro
uomo.
E
questi era in quelle pagine vivo, intensamente reale e alla ragazza
sembrava quasi di vederselo davanti…Con ansia febbrile afferrò
un’altra agenda l’aprì a caso e riprese a leggere…
“Alto, magro, un viso simpatico senza essere bello, sguardo vivace e
accattivante, spiritoso quanto basta… Dolcemente spiritoso,
vagamente distratto, volutamente maldestro Che magnifico esemplare
di giovane uomo…”
Ecco l’aveva appena conosciuto. Che anno era? La ragazza guardò la
copertina dell’agenda, era passato così tanto tempo, lei stessa
aveva allora forse dieci anni. E sua madre allora era ancora
giovane, ma sull’orlo dell’odiato precipizio della maturità.
La
ragazza immaginava le sue paure, l’ansia sottile e disperata del
tempo che passa, la crudeltà di vedersi lentamente sfiorire,
impercettibilmente ogni giorno, prima ancora che se ne accorgano gli
altri. Le sembrava di sentire il gelo che prende alla gola al
pensiero di un futuro in cui ci si deve lasciare alle spalle ogni
desiderio, ogni emozione legata all’amore. E sua madre forse, prima
di rassegnarsi all’inevitabile, aveva incontrato quest’uomo che
aveva acceso per lei quella scintilla che ancora le diede la
speranza dell’amore.
Marco, ecco come si chiamava. Le giornate vuote della sua presenza,
lei le riempiva con interminabili sogni ad occhi aperti in cui
pensava mille volte alle cose che gli avrebbe detto quando si
fossero visti, al modo in cui gliele avrebbe dette e quello che lui
avrebbe potuto rispondere. Con lui sua madre era tornata la ragazza
che era stata nei giorni della sua giovinezza.
Nelle pagine successive, la ragazza vide quell’amore crescere a
dispetto di tutto attraverso i giorni e i mesi e non era un amore
felice. Lui forse la abbagliava, sottraendosi poi in gorghi di
parole, tenendola attaccata ad un filo di inutili illusioni. La
lasciava a rincorrerlo nei gorghi della sua indifferenza. E lei
scriveva:
“Non voglio dire che io abbia smesso di amarti. Perché non ci riesco
nonostante voglia.
Mi
capita soltanto di pensarti, in giornate come questa, col cielo
grigio e questa pioggia sottile che copre ogni cosa di umida
malinconia.
Mi
capita soltanto di desiderarti ed è un dolore che non lascia spazio
né alla speranza né alla fantasia.
Ma
è colpa mia che non dovevo amarti. Tu lo dicevi, ricordi? Non
innamorarti. Invece io che sciocca, ti ho lasciato entrare nel mio
cuore, e adesso, adesso che vorrei che te ne andassi così
semplicemente senza chiasso, sto lì a soffrire e continuo a
pensarti.
Magari sono diventato così noiosa a dirti sempre ciò che tu già sai.
A dirlo anzi alla tua immagine, perché tu sei così lontano e perso
per me, che neanche immagini la scia di sofferenza che hai lasciato
dietro di te.
Ho
solo questo orgoglio che mi stampa sul viso il solito sorriso come
se io vivessi come sempre.
Questa finta allegria dietro la quale nascondo la ferita. Né mi
consola sapere che non sei questo gran uomo in fondo, ma un bambino
sciocco forse, o soltanto impaurito, perché non sono solo io che tu
non vuoi, ma sempre ti chiudi all’amore e lo rifiuti anche se fingi
di cercarlo sempre senza trovarlo mai.
Io
sono un incidente di percorso nella tua vita vuota, un granellino di
sabbia nel lucido inutile ingranaggio della tua vita perfetta. Se
non ti avessi amato, mi avresti forse concesso un’amicizia tiepida e
insicura, ma il sentimento mio ti ha spaventato e sei scappato via.
E
cosa dire adesso? Queste parole inutili, uno sfogo del cuore che mi
faccia sentire più leggero, e dirle a te che non ascolti o al vento.
Parole perse che non dicono niente. “
Ma dov’era suo padre in tutto questo? Si chiedeva la ragazza.
Possibile che non avesse capito nulla? Possibile che non avesse mai
colto uno sguardo di troppo, una impercettibile durezza,
l’insofferenza del desiderio insoddisfatto? E se incredibilmente
avesse invece saputo tutto, se avesse subìto, attendendo
pazientemente che tutto passasse? E se invece ancora fosse stato
supremamente, crudelmente, semplicemente indifferente?
La
ragazza lo rivide nel ricordo, gli occhi chiari privi di ogni
malizia, trasparenti e dolci, ma che sapevano anche raggelarsi in
durezze improvvise e feroci. Ricordava la sua apparente remissività
che nascondeva invece un carattere ferreo e tenace col quale aveva
affrontato la vita, nascondendo ogni timore ogni stanchezza, dietro
uno schermo di impassibilità. La sua anima era piena di ideali nei
quali credeva con una fede invincibile e che avevano segnato tutta
la sua vita. Per lui la famiglia era tutto, vi avrebbe sacrificato
qualunque cosa…Ecco si, qualunque cosa, anche la sua dignità di uomo
forse…
La
ragazza era sconvolta. Chi era sua madre, una donna insoddisfatta,
forse delusa, sicuramente annoiata che aveva cercato altrove ciò che
le mancava nella cerchia familiare, oppure un essere immaturo che
giocava con i propri e gli altrui sentimenti, vuota di interessi e
di passioni? Cosa erano stai i suoi genitori l’uno per l’altra?
Amici, amanti, compagni di viaggio, che si erano perduti l’un
l’altro senza mai più ritrovarsi?
“E’ il caldo?
O
è questa rabbia implacabile che mi si spalma addosso come il sudore
che mi appiccica i vestiti?
Non so.
Ti
ho visto per caso. Eri tornato e io non lo sapevo. “Sono tornato
oggi” Hai detto frettoloso, salutandomi di sfuggita, tanto eri
preso dai tuoi amici e amiche.
La
stessa aria scanzonata di sempre, soltanto un po’ stropicciata come
un vestito smesso, come un vecchio giornale.
La
stessa voluta trascuratezza, così studiata, così vanitosa. La barba
lunga, la maglietta anonima, i sandali ai piedi, eri cosi blasé!
Ti
avrei ucciso mentre ti sorridevo, con la finta indifferenza che
l’orgoglio mi dettava.
Ti
avrei ucciso, ma ho tirato avanti senza voltarmi indietro, mentre tu
per un istante, così sfuggente, che appena l’ ho percepito, hai
fatto il gesto di venirmi incontro come avrei voluto e forse anche
tu.
Ma
ti è mancato il coraggio, e forse, all’improvviso, anche la voglia.
E ti sei fermato.
E
non ti ho più rivisto.
E’
già un tormento sapere che ci sei, da qualche parte, e presto
partirai. E’ già un tormento sentire dentro il suono scuro e morbido
della tua voce. Quel tuo parlare distratto e sfuggente che si fa
rincorrere sui sentieri imprecisi dei tuoi ragionamenti.
Quella voce dolce e amara, pregna e torbida che mi confonde il cuore
e mi annoda le viscere.
E
tu lo sai, si che lo sai, non negarlo.
Queste giornate interminabili annegate nell’afa e nell’attesa di
qualcosa che non avverrà.
Ma
perché esisti? Perché esiste il tuo corpo irraggiungibile e
proibito. Perché esiste la tua anima pavida e vigliacca che non sa
darti né il coraggio di desiderarmi, né quello di dirmi chiaro il
tuo rifiuto.
Così mi tieni in questo limbo fatto di nulla, senza speranze e senza
dolore.
Ma
la rabbia resta, implacabile resta come il caldo di queste giornate
di mezz’agosto.
E
non da tregua, e non lo so se è per te che non mi cerchi, o per me
che continuo a dispetto di tutto ad amarti, inutilmente, come un
ventre sterile che non da frutto.
Potessi cancellarti dai miei giorni. Potessi estirpare ogni traccia
di te dalla mia memoria.
Ma
perché non piove? Perché non arriva l’acqua a trascinarti via, come
la polvere nei rigagnoli agli angoli delle strade.”
Invece il tempo aveva trascinato via lei, sua madre all’improvviso,
quando forse neanche lei se lo aspettava, salvandola da una
vecchiaia odiata e temuta. Lasciando così le tracce della sua
bellezza nelle immagini immutabili della memoria.
Il
tempo le aveva risparmiato lo scempio del suo corpo morbido, delle
sue labbra rosse, della sua pelle liscia, trascinandola via di colpo
senza soffrire, in un nulla rassicurante. La ragazza era sicura che
lei se avesse saputo del suo destino, ne sarebbe stata felice.
Perché capiva che non era donna da accettare di sopravvivere ai suoi
sogni e ai suoi desideri e i suoi diari erano li a testimoniarlo.
Era stata sempre una donna più che una madre, un’amante più che una
donna. E un’amante è giovane sempre. Le rughe le chiude nell’anima.
Prese un’altra agenda e l’aprì. Altri giorni nei giorni, altri nomi,
altre voci nella vita di sua madre. Storie più o meno reali e altri
amori. Sembrava che fosse questa l’unica cosa che davvero contasse
per lei, pur nell’affetto costante per il suo compagno di sempre,
suo padre, che ora la ragazza lo capiva, era stata la bussola di una
vita dispersa. L’unico punto fermo nel caos di sentimenti impazziti.
E forse lui lo sapeva, e amandola, lo accettava.
La
ragazza provava una strana angoscia. Si guardava intorno nella
cucina deserta, ma il silenzio non dava risposte.
In
quelle parole vergate frettolosamente su pagine e pagine però, la
madre fu perduta per sempre. L’intero passato, svanito. Fu come
sprofondare in un buco nero.
“
Mamma dove sei?” Si ritrovò a sussurrare alle prime ombre della
sera, nella stanza deserta, ormai fiocamente illuminata da un
tramonto indifferente. Come se lei potesse sentirla. Come se sua
madre potesse rassicurarla con un gesto, con un moto impercettibile
dei suoi occhi scuri.
Si
sentiva come quando bambina, aveva paura del buio e correva nel
“letto grande”. Bastava un bacio, una carezza, il corpo caldo di sua
madre e i fantasmi scappavano via.
Ma
il letto grande era stato smontato e imballato come le altre cose.
Non ci sarebbe stato nessun bacio e nessuna carezza solo quel
silenzio denso.
La
ragazza sentiva dentro di se l’angoscia, la fatuità della muta
apparenza delle cose, che non sono mai quelle che sembrano. E la
vita è un castello di carte che ognuno costruisce come sa e come
può. Ma un soffio di vento basta a portare via tutto, sbriciolando
le immagini che compongono una vita, scompigliandone il disegno in
inutili frammenti dispersi.
Siamo nuvole, in fondo, prigioniere del vento. |