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SEGRETI *
Rita afferrò
la maniglia del borsone, mentre con l’altra mano apriva la porta,
maledicendosi per la sua debolezza di aver accettato di tornare.
Prima di
entrare si guardò intorno. I muri scrostati, il giardino incolto,
nella luce livida di un mattino piovoso, davano alla casa una luce
sinistra.

Eppure se
voleva venderla, doveva occuparsene di persona. Per tutti quegli
anni, la casa era rimasta a morire, vuota, desolata, senza che lei
si decidesse a fare alcunché. Dario suo fratello, non ne voleva
sapere. Aveva anzi insistito per cedere a lei la sua parte di
eredità. Ma perché la zia l’aveva lasciata a loro?
L’ingresso
era buio e umido. Un persistente odore di muffa e polvere, la prese
alla gola. Percorse il corridoio fino alla cucina dalla quale si
accedeva al resto della casa attraverso una serie di porte.
Certo che
l’ingegnere che aveva progettato la casa doveva essere in preda a
qualche sconquasso della coscienza, per disegnarla a quel modo,
senza nessun senso. Aprì il balcone per dare aria alla stanza e fu
investita da nugoli di polvere. Si affacciò. Gli alberi, alti
cipressi svettanti verso il cielo, impedivano la vista della strada.
Il silenzio era totale. Sembrava che la casa ci fosse immersa come
in un magma denso e impenetrabile. Rita si guardò intorno. Tutto era
come lo ricordava: i mobili dozzinali e in cattivo stato, il tavolo
col piano di formica e le gambe di metallo, le sedie di legno, la
vecchia cucina arrugginita. Tutto era decrepito, lo era sempre
stato. Il disamore di sua zia per quella casa, si palesava nel modo
stesso in cui lei l’aveva trascurata negli interminabili anni della
sua vita.
Rita si
rivide bambina, seduta a quel tavolo, l’aroma del caffè la mattina
prima di andare a scuola, la zia che si muoveva silenziosa, portando
i biscotti dalla dispensa, il profumo del latte caldo, gli strilli
di suo fratello. In quell’immagine, lo zio non c’era. Probabilmente
era già fuori a lavorare nei campi. Ci andava con una vecchia
utilitaria arrugginita che solo un miracolo e la sua volontà ferrea,
tenevano sulla strada, dove si estenuava in mille sbuffi rumorosi,
un motore ormai logorato.
Rita si
diresse verso la dispensa e l’aprì. Rimase stupita non trovandola
vuota, bensì piena di provviste. Chi poteva avercele messe? Ma
certo! La vicina di casa che aveva la chiave. Le aveva fatto la
cortesia sapendo del suo arrivo. Chi altri! Sorrise. C’era tutto il
necessario, non avrebbe dovuto uscire per fare la spesa. Chissà se
il frigorifero era in funzione? Lo aprì. Funzionava ed era pieno.
Cettina ( si chiamava così la vicina? Non se lo ricordava) aveva
pensato proprio a tutto. Ma Rita non aveva fame. Sentiva in fondo
all’anima un brivido di gelo assoluto, un senso di scoramento totale
e invincibile come se entrando in quella casa, avesse lasciato fuori
la sua vita.
Dalla cucina,
passò nel soggiorno. Alle pareti le stampe che lo zio aveva comprato
chissà dove, e poi gli stessi mobili dozzinali e anonimi che
ricordava. Qua e la sui mobili, in cornici di argento reso scuro dal
tempo e dall’incuria, vecchie foto di momenti che non ricordava. Nei
volti sfocati nei quali fece fatica a riconoscere se stessa, suo
fratello, gli zii in vari momenti del passato, il tempo restava
sospeso, come inchiodato a quegli istanti dimenticati, in una
dimensione perduta perfino nei ricordi.
Rita prese in
mano una cornice. Si trattava di una foto di gruppo. C’era lei a
tredici anni, Cettina giovane con suo marito, lo zio e la zia con in
braccio suo fratello Dario bambino di sei/sette anni.
Sorridevano
tutti, ma sembravano sorrisi forzati, eccetto quello di Cettina,
così vivo, solare, che quasi sembrava di percepirne la risata
argentina, come un eco, nelle vecchie stanze.
Aveva, allora
una sua bellezza rustica, con quelle guance rosse, quei polpacci
carnosi sulle caviglie sottili, e lunghi capelli neri, legati in una
treccia che arrivava alla vita.
La zia la
guardava assorta, come pensierosa, aggrappata allo zio, serio e
compunto, nel suo vestito della festa, col panciotto di velluto
dalla cui tasca spuntava la cipolla, un orologio enorme legato ad
una catena spessa. L’unica cosa di valore che possedeva.
Lo zio era un
bell’uomo, alto, prestante, le guance rubizze e gli occhi chiari
tanto da sembrare trasparenti. Lastre di vetro opaco che non
facevano trapelare i pensieri. E lei, Rita, era una cosetta piccola,
dallo sguardo spaurito e il corpo da uccellino.
E quel corpo
le era rimasto nel tempo, fermandosi in un momento remoto dello
sviluppo, in cui le forme di donna si erano perdute per non
riapparire mai più. E nel presente le sue spalle strette, il torace
piatto, i fianchi sottili, la facevano sembrare una vecchia bambina.
Rita posò la
foto. Sentiva un crampo allo stomaco e non sapeva spiegarsene il
motivo. Era un’angoscia sottile che le stritolava le viscere. Uscì
dal soggiorno e percorse un lungo corridoio buio che portava nelle
camere da letto.
La camera
degli zii, aveva mobili dall’aspetto massiccio e cupo, di colore
scuro, con certi intarsi e ghirigori che davano loro un aspetto
minaccioso, come se in quelle spirali si fosse annidato il passato,
pronto a saltare fuori alla minima distrazione. Grandi specchi
opachi, sul comò, sul tavolino da toilette e sull’anta dell’armadio,
le rimandarono la sua immagine deformata e moltiplicata. E la stanza
si affollò d’un tratto di figure femminili, lei, Rita, moltiplicata
all’infinito, e poi….e chi altro? Ecco lì la zia seduta davanti allo
specchio della toilette che pettina i lunghi capelli grigi. Li
pettina, assorta e distratta, pensando ad altro, rincorrendo
pensieri disordinati, che solo lei conosce. Si morde le labbra come
per una tensione segreta…Rita chiude gli occhi. Ma perché tornare in
quella casa? Non avrebbe dovuto farlo. Si è lasciata convincere come
una stupida. Poteva affidarla ad un agenzia laggiù in paese, perché
tornare in queste sabbie mobili di ricordi.
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