SCHEGGE DI VETRO
La strada è stretta, lastricata di pietre
laviche, irregolari e ruvide.
Si inerpica nervosa fra vecchi palazzi del
primo novecento.
Non conosco questo posto. Una città sconosciuta
nel luogo del mai.
Mi muovo come in un posto familiare. Devo
tornare a casa.
Ma all’improvviso mi ci trovo dentro.
Ma che casa è questa? Un palazzo antico,
grande, pieno di stanze che si avvitano su se stesse, senza
corridoi. Da ogni stanza si accede direttamente alle altre, senza
soluzione di continuità.
Una donna sta spazzando il pavimento,
concentrata e severa. Mi sembra così normale che si trovi li, come
se faccia parte della casa. Ma non la conosco, non l’ho mai vista.
Lei mi dice che la casa è mia. Mia? Ma come! E’
così diversa dal mio gusto, da me? Non dico che non sia bella ma è
comunque estranea alla casa che vorrei per viverci.
Questi stanzoni enormi pieni di mobili pesanti
e classici, con quelle enormi librerie che coprono i muri, dove i
libri sono così in alto da essere irraggiungibili, tutti questi
soprammobili di dubbio gusto che coprono ogni superficie, cosa
c’entra tutto questo con me?
Eppure se lei dice che la casa è mia, c’è da
crederci.
Continuo a girare per le stanze. Non sono male
dopo tutto, anche se mi accorgo che non ci sono finestre ed è solo
il colore vivace delle pareti che illumina gli ambienti. Un colore
diverso per ogni stanza e una strana luce artificiale giallognola
come da lampadine di pochi watt.
A parte la donna, ci sono solo io in questa
casa così grande, in mezzo a questi oggetti strani ed estranei. Il
tempo stesso è immobile e non ci sono specchi che mi rimandino la
mia immagine, al punto che neanche riesco ad immaginare il mio
aspetto.
Sono e basta.
Stranamente non riesco neanche a vedere il mio
corpo, che pure ci deve essere se mi permette di spostarmi da un
ambiente all’altro. Tutto ha un aspetto polveroso come di cose
accantonate nel tempo, senza ordine né metodo, e senza una
particolare attenzione. Cose dimenticate in un canto attraverso i
giorni e gli anni, che pure devono aver significato qualcosa, ma ora
quel significato si è perso, lasciandole orfane di emozioni e
sensazioni.
Sono sempre sola in queste case vuote, enormi,
deserte, e se c’è gente, sono persone che non conosco, né ho mai
visto e con le quali non parlo.
Sono sempre sola in questi sogni ricorrenti,
immersa quasi in questa solitudine assoluta, ma non dolorosa, quasi
rassicurante.
A lungo mi sono chiesta cosa significassero
questi sogni che mi seguono nel corso della mia vita come compagni
di viaggio silenziosi e affezionati. Perché è evidente che un
significato devono averlo, se continuano a tornare e tornare, sempre
con gli stessi modi, sempre con la stessa atmosfera.
Certe volte le case non hanno finestre,
appunto, sono claustrofobiche e buie. Altre volte possiedono grandi
vetrate dalle quali è possibile vedere fuori, ma allora sembrano più
scuole o ospedali, comunque edifici pubblici, ma io ne sono comunque
prigioniera.
Percorro corridoi infiniti, pieni di persone
sconosciute. Corridoi che non mi portano in nessun luogo. Mi sveglio
sempre prima di aver trovato la strada per l’uscita.
Mi viene in mente adesso che queste case che
vedo nei miei sogni rappresentano la mia vita così piena di cose
inutili, di emozioni polverose, di ruoli che non sento e sono
costretta a vivere per viltà, per la mancanza di coraggio che sempre
mi ha accompagnato, di essere me stessa, realmente fino in fondo. E
così io vivo in me stessa, come prigioniera, mentre la vita scorre
fuori di me e io non riesco a raggiungerla.
Certe volte nemmeno riesco a vederla , perché
non ci sono finestre che mi permettano di uscire dal caleidoscopio
colorato di tutte le sfumature di grigio della mia anima.
E i giorni si accumulano come grani opachi di
una collana di poco prezzo, ruotando su se stessi, inetti e inutili.
Da queste case oniriche, da questi luoghi
dell’anima, io non uscirò mai, prigioniera per sempre come, nella
realtà, lo è mia madre nella sua grande casa vuota, nel gelo delle
stanze deserte e silenziose, confine invalicabile di un mondo sempre
più piccolo e soffocante. Solo la morte la libererà, restituendole
le sue gambe di ragazza che non la portarono lontano, ma la
lasciarono prigioniera di una vita infelice come ora lo è la mia.
Oppure sogno città sconosciute, immerse nel
buio. Le strade deserte e silenziose, dove io mi muovo impaurita e
incerta perché vorrei tornare.
Ma tornare dove? A casa? E dov’è la mia casa
fra queste strade strette e sconosciute, che il buio rende ambigue e
inquietanti. Dov’è la casa della mia infanzia, la bruna e scontrosa
bellezza di mio padre? Dove sono i miei giochi infantili che ancora
non conoscevano quel dolore dell’anima che rende insipida la vita.
Si sono persi gli echi delle mie risate di bambina, la voce
argentina con la quale inventavo storie sfogliando le riviste di mio
padre, dando a quei segni per me ancora sconosciuti, che mi
scorrevano davanti agli occhi, il significato festoso delle mie
fantasie.
Che cosa ha spento nel tempo, l’allegria di
quella bambina dalla testa piena di riccioli castani e i lineamenti
irregolari e vivi? Furono forse i silenzi di mia madre? La sua
infelicità rancorosa e testarda, quel suo incomprensibile accanirsi
pervicace e inflessibile, a smantellare la sua bionda e dolce
bellezza?
O forse fu la durezza di mio padre, il gelo dei
suoi sentimenti racchiusi dietro il muro invalicabile di un vago e
indefinibile dispetto, come se io avessi la grave colpa di non
riuscire a raggiungerlo laddove lui custodiva quel suo ideale di
“figlia” che io non potevo essere e che infatti mai fui?
Cos’è quest’assurda malattia che mi impedisce
di vivere vivendo, e non vegetando da un giorno all’altro,
rincorrendo inutili nostalgie?
Non voglio invecchiare, non voglio assistere
allo sfacelo del mio corpo e della mia anima come ho assistito a
quello di mio padre prima e quello di mia madre ora. Perché bisogna
odiarsi molto per perseguire con quella tenacia la propria auto
distruzione.
Bisogna odiarsi molto per chiudere l’anima alla
gioia, all’allegria, alla sana curiosità della vita.
Non voglio.
E baratterei la vita con la morte pur di
sfuggire all’odiata vecchiaia, che pure silenziosa mi alita sul
collo, nascondendosi nelle pieghe del mio ventre ormai sterile, fra
i circuiti impazziti dei miei ormoni sconvolti che mi condannano a
pianti disperati e a rabbie improvvise e irragionevoli.
E spio sul mio viso, i primi segni dell’opera
implacabile del tempo. E sul mio corpo i primi segni di un cedimento
inevitabile. Un brivido di gelo mi prende alla gola, come un dolore
pungente, come una stilettata nel cuore.
I ricordi sono come schegge di vetro infisse
nel cuore, perché non c’è sollievo all’amore negato, non c’è
risarcimento per una bambina che non fu amata, e che non amandosi
non ama, condannando il proprio figlio allo stesso amaro doloroso
destino.
E questi oggetti di cui mi circondo, ognuno
simbolo di un passato doloroso, non fermeranno il tempo che mi porta
via anche la speranza di vivere ancora, quello che non vissi allora
e nessuno potrà mai restituirmi.
Con le parole ricamo l’ordito di quello che è
stato il mio destino. Una storia in mezzo ad altre storie.
Io, un personaggio, fra tanti, quelli che
immagino ogni giorno, inventandomi vite sconosciute, battendo sui
tasti del mio computer.
Ma la mia storia è fatta di carne e sangue, la
mia storia, non è un romanzo che si possa mettere in un canto dopo
averne letto le prime pagine perché non ci piace. La mia storia mi
accompagna implacabile e tenace come una condanna ingiusta, come una
malattia inguaribile.
E nella vita navigo a vista, annaspando fra le
onde delle mie inquietudini, perché non c’è porto che io possa
raggiungere se non quello della “Grande Tessitrice” che ci aspetta
tutti prima o poi infischiandosene di torti e di ragioni. E sia
dunque. Se è questa la vita, allora sia.