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SAIMA Saima ha le braccia stanche.
Trascina silenziosa, pesantissime borse della spesa, sotto un sole
impietoso e indifferente.
Sulla strada deserta, poche macchine e ancor meno passanti; il
sudore ha incollato alla fronte il velo nero che avvolge la sua
testa e che ha portato dal suo paese lontano così come quello
sguardo liquido e nero, spento e pieno di un fatalismo a cui non ci
si ribella.
“Inchallà!” Come vuole Allah. Le gambe pesanti, arrancano sotto il
peso.
Saima ha trent’anni ma ne mostra venti di più col suo viso stanco
dalla pelle opaca, che non reca traccia neanche di una pur remota
bellezza. Un viso senza espressione, assolutamente impassibile, la
pelle sciupata e spenta.
Saima non parla, ma se parlasse la sua voce avrebbe un timbro aspro
e rauco mentre pronuncia stentatamente le poche parole italiane che
conosce.
Sta tornando a casa, la casa dove lavora e vive, anzi una delle due,
fra le tante in cui ha lavorato e che si assomigliano tutte. Piccole
o grandi case borghesi, ricche o appena dignitose, con i mobili
lustri e le tende tirate, i quadri alle pareti e nell’aria
quell’odore melmoso di rispettabile onorabilità che sa di chiuso e
di stantio, di aria mai cambiata.
Saima fa la badante.
Accudisce dietro compenso due signore di una certa età e molti
malanni che i figli e i parenti non hanno il tempo e la voglia di
accudire.
La prima è una donna ancora giovane che la malattia ha trasformato
in un enorme neonato.
La si deve imboccare, lavare, cambiare, ma per fortuna
l’obnubilamento della sua mente la rende poco esigente, anzi quasi
per nulla, quasi fosse un’enorme bambola di carne.
L’altra invece ha un’invalidità più leggera, e una mente vigile e
incattivita dalla malattia che la confina in casa, escludendola dal
mondo.
Delle due, questa è la peggiore.
Tratta Saima come una serva, tormentandola a volte con assurde
pretese e con quella arroganza da padrona che si sente in diritto di
tutto pretendere. Certe volte, e questo è anche peggio, la tratta da
confidente, riversandole addosso l’enorme peso delle sue
recriminazioni contro i figli egoisti e le nuore indifferenti.
Le chiede favori che lei non può farle come quello di comprarle un
litro di vinello dolce con il quale appena ha potuto, si è consolata
di un’esistenza infernale.
Le fa strofinare fino alla nausea, i pavimenti lucidi, sui quali è
scivolata più di una volta, quasi a volersi rendere ancora più
invalida di quello che già è. Le fa spolverare decine di
soprammobili di tutte le dimensioni che coprono i mobili come
formiche e fra i quali la polvere si addensa quasi indurendosi.
Saima non pensa mai alla sua casa lontana, neanche quando la sera si
corica con le ossa rotte, nella stanzuccia che le hanno riservato e
che le fa da casa. Le sue poche cose in un vecchio armadio, e su una
cassapanca le foto dei figli lontani. Il letto è una branda sfondata
che cigola ad ogni movimento.
Non pensa alle distese immense di spiaggia bianca e impalpabile,
alle pareti bianche delle case che trattengono fuori il calore del
sole regalando una frescura ristoratrice.
Non pensa alle cupole dorate delle moschee da cui la preghiera dei
muezzin come una musica invade le strade.
Non pensa ai suoi figli che non vede da anni e che sicuramente sono
cresciuti in tutto questo tempo in un modo che non riesce neanche a
immaginare.
Solo qualche rara telefonata per sentirne le voci, perché non la
dimentichino come invece ha fatto suo marito, immigrato in Germania
senza permesso di soggiorno. Forse è perfino morto, o forse chissà
dov’è, magari con un'altra moglie e altri figli.
Inch'allah, come vuole Allah! E meno male che ha solo figli maschi,
che vorrebbero raggiungerla, ma lei non vuole. Cosa farebbero in
questo paese ostile? Che stiano dove sono, con la sua vecchia madre
che li accudisce. Solo così ha senso la fatica immane di giornate
sempre uguali in mezzo a gente estranea e certe volte cattiva.
Saima non pensa a tutto questo perché se ci pensasse, il suo cuore
si schianterebbe in un dolore insopportabile e la nostalgia le
taglierebbe l’anima in brandelli sottili.
Perché la vita certe volte la devi vivere come un animale che si
concede solo di respirare, mangiare dormire, senza pensieri, senza
coscienza, perché altrimenti la vita ti uccide.
Invece bisogna ingannarla la vita, fingere di non avere un’anima, né
desideri, né rimpianti.
Quando Saima accudisce la bambola di carne, lascia che le sue mani
agiscano meccanicamente, senza che la mente le insegua, e così non
sente l’odore acre dell’urina, o il fetore delle piaghe da decubito.
Non sente il tanfo della malattia, della decomposizione della carne,
che ricorda a chiunque quello che siamo e la fine che faremo, nelle
nostre piccole, grandi case borghesi, piene di oggetti, di quadri,
ipocrisia, menzogne e solitudine.
Nella terra di Saima i vecchi non sono mai soli, non sono cose
lasciate in un canto a morire in silenzio. Anche lei si augura di
invecchiare così in mezzo ai suoi figli e ai figli dei suoi figli.
Ma certe volte non ci crede, perché in fondo al cuore ha come una
voce che le sussurra che nella sua terra non ci tornerà mai più.
Ma Saima, quella voce non vuole ascoltarla, come non vuole ascoltare
il suo cuore ballerino che certe volte le impazzisce nel petto, in
battiti brevi e frenetici che la estenuano.
Non lo ha detto a nessuno. E del resto a chi dovrebbe dirlo?
Perderebbe il lavoro. E che ne sarebbe dei suoi figli allora laggiù
in Marocco?
E così non ci pensa, e ignora con determinazione la stanchezza
invincibile che talvolta l’assale, come in quel momento, con quelle
borse pesantissime, sotto quella calura implacabile.
La signora Pina le fa comprare un numero inverosimile di cibarie che
mangia di gusto, lasciando a Saima solo gli avanzi. Le cose migliori
sono sempre per lei, e guai a prendere anche un solo biscotto senza
il suo permesso! Diventa una furia la signora Pina e neanche si
accorge che non può camminare, ma anzi agita il bastone come un’arma
e sembrerebbe che voglia picchiarla.
Ma Saima ha imparato ad ignorare i suoi scoppi d’ira, come finge di
non accorgersi dei gesti di insofferenza che le rivolge, quando
pensa che lei non la veda.
In fondo che importa? La signora Pina è solo il mezzo per mandare
denari ai figli lontani, di lei non le importa nulla. E’ un niente
che non vale neanche la pena di odiare. Invece l’altra, “la bambola
di carne” le fa veramente pena. Un corpo che respira che l’anima ha
abbandonato da un pezzo. Mangia come un uccellino e Saima la imbocca
come un neonato chiedendosi per quanto ancora quel corpo voglia
aggrapparsi ad una vita che non è più tale. Il figlio non viene mai
a trovarla se non per dare a Saima il suo compenso. E glielo da con
rabbia a stento repressa, quasi che gli togliessero un pezzo di
carne.
Certo sta li ad aspettare che la madre gli faccia il piacere di
liberarlo, per Dio, da quell’obbligo odioso, di quei soldi di cui si
deve privare mentre vorrebbe usarli per i suoi pochi piaceri. Ma la
bambola resiste. E certe volte sembra che rida, sotto le ciglia
abbassate sugli occhi vuoti, le labbra atteggiate ad un vago, vacuo
sorriso.
E forse ride anche di lei, quando si sporca una, cinque, dieci
volte, con incontinenza dispettosa, costringendo Saima a pulirla e
cambiarla ogni volta. Una, cinque, dieci volte e quell’odore
disgustoso e dolciastro di escrementi sembra impregnare ogni cosa;
gli oggetti, i mobili i muri, e tutta l’aria intorno e a Saima
sembra che le impregnino anche l’anima e che non ci sarà sapone che
potrà ripulirla.
Non è giusto finire così la propria vita.
Bisognerebbe andarsene in un giorno qualunque, all’improvviso,
magari anche senza salutare, con un colpo di frusta in mezzo al
cuore, ma con la dignità ancora intera e l’orgoglio di essere vivi.
Ma com’è lunga la strada, e silenziosa. I rumori arrivano attutiti,
come filtrati da una barriera di ovatta. Mai le era sembrato così
lungo il tragitto verso il ritorno, ma quel sole implacabile sembra
un incendio che abbia divorato ogni nuvola e perfino le case si
slabbrano in una foschia subdola che annulla i confini delle cose.
Le borse sempre più pesanti, sembrano strusciare per terra,
trascinandola con loro.
Ancora un passo e poi un altro. Basta pensare a questo: un passo
dietro l’altro, senza chiedersi quando si arriverà, con l’anima fra
i denti dietro le labbra screpolate…
“ Si è schiantata come un animale, a pochi metri da casa. Ci credi?
Senza una parola, senza un grido. Le borse della signora Pina
rovesciate dappertutto. E’ stata sua la colpa, quella stronza. La
faceva sgobbare come un mulo. Voglio vedere adesso chi troverà da
tormentare.” Stava dicendo Gennaro Minissale, passandosi le mani fra
i capelli radi.
“Ma pensa a te, pensa!” Esclamò con rabbia sua moglie.
“ Adesso a tua madre chi ci bada? Già questa per trovarla, ce n’è
voluto!”
“ A me lo dici! Come se non lo sapessi! Certo non posso tenerla a
vita in ospedale.” Rispose il marito non senza la segreta
soddisfazione di tenercela gratis, senza essere obbligato a sborsare
neanche un centesimo. Non ci teneva affatto a trovare un’altra
badante.
E sua moglie che lo conosceva bene: “ E che vorresti? Forse che ci
badassi io? Tu sogni caro mio.” Aggiunse seccamente.
“ Ma chi ti ha chiesto nulla!” Esclamò lui con tono irritato che a
stento celava una vaga delusione.
“ Ma quella stupida, come si chiama, non riesco proprio a ricordarli
questi nomi assurdi, proprio ora doveva morire? L’ha scelto bene il
momento! Bastava aspettare qualche anno ancora…quanto poteva durare!
Invece ora…” Aggiunse pensieroso e gli sembra davvero un dispetto,
un’ingiustizia immeritata, un torto inqualificabile che fosse morta,
nonostante tutti i soldi che le dava…
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