"Cercare il senso delle
cose fra me e te, fra te e me.
Un senso inesistente. Che non c’è mai stato. Il senso
dell’errore che ho fatto scegliendo te per compagno.
Quando ero troppo vulnerabile per capire che non lo saresti
mai stato se non forse per un tratto di strada troppo breve.
Il cuore lo hai lasciato lontano. Lo hai lasciato negli gli
anni o furono mesi in cui io per te ero una stella, l’unica
che avevi incontrato. E ti ho accecato al punto da non
capire che non potevo essere per te che un lampo che presto
si spegne nel buio della notte.
Ma ci siamo incatenati, noi così diversi, lontani anni luce
in una vita sbagliata.
E ora che mi escludi coi tuoi silenzi densi, perché non hai
più parole che attraversino la cenere spessa e fredda che
l’amore ha lasciato dietro di se.
E ora che io cerco una sola ragione per salvare quello che
non si può salvare.
Tu hai sulle labbra il sorriso di chi ha vinto. Di chi è
sopravvissuto alla guerra fra me e te fra te e me. Mi guardi
con quello sguardo lontano che non contiene neanche le
tracce del tuo amore per me, impassibile di fronte a me che
annaspo nel silenzio a cui tu mi condanni.
Mi guardi e dio solo conosce i tuoi pensieri dai quali mi
escludi.
E io non posso più fingere che sia tutta normale questa vita
amara."
"RICORDA A
ME LA VITA COME IL BACIO DELLA
PASSIONE MAI SPENTA"
Il sole come una ferita, insinuava nella stanza le sue schegge
di luce attraverso gli scuri socchiusi.
Come le estati lontane
della sua giovinezza. Quei pomeriggi eterni fatti di noia e
mosche, pensieri e sogni, distesa sul letto, le gambe magre di
tredicenne e il seno appuntito che scivolava fuori dalla
canottiera sottile.
E c’era quell’odore lì,
di carne giovane e sudore sulle lenzuola umide.
L’estate era allora un
lungo tunnel fra un inverno e l’altro, quando la vita era per
lei leggera.
La scuola, le amiche, i
giovani amori…l’inverno era il tempo delle promesse, delle
giornate frenetiche, ma poi a giugno tutto finiva. Le giornate
diventavano interminabili, oppresse dalla calura e dalle mosche
fino alla sera quando coi vestiti migliori si passeggiava sul
corso del paese alla ricerca di un’improbabile frescura. Si
incrociavano gli sguardi degli amanti febbrili e dolci e i
sorrisi delle ragazze nelle vesti leggere. E lei con i suoi
begli occhi miopi ad inseguire il suo primo amore che non aveva
mai visto da vicino e il cui viso dai lineamenti per lei
indistinti, spariva sotto una zazzera bionda.
E c’era ancora nell’aria
l’odore del grano appena tagliato e i primi fuochi delle stoppie
bruciate riempivano il tramonto di fuliggine leggera.
Il primo bacio dato
nella rampa di una scala, troppo per il suo corpo e la sua anima
di bambina. Il primo di una serie così lunga da scivolare negli
anni come un fiume in piena per poi trasformarsi nel rivolo
quasi asciutto dei suoi anni maturi, ed esplodere poi nella
cascata imperiosa di un amore tardivo...
A venti anni, era un
giorno d’agosto. Un paese arroccato sul fianco scosceso di una
collina che l’anno dopo il terremoto avrebbe sbriciolato. Lui
aveva gli occhi neri, fuoco e tempesta e quel sorriso che
scioglieva il gelo dell’inverno e sbriciolava certezze, quando
le stringeva la mano e posava le labbra sulle sue. Il suo corpo
snello e il profumo della sua pelle scura che le impregnava i
vestiti, nei loro abbracci affannati. Quell’ansia di
incontrarlo, uscendo di casa di soppiatto. Gli occhi bassi, i
palmi delle mani sudate e il fuoco fra le gambe…Lui l’aspettava
con quel sorriso sornione di chi ha già vinto. E in quell’agosto
lontano come un sogno camminavano vicini, lui le teneva il
braccio intorno alle spalle, regalandole pezzi di paradiso con
la sua voce roca. Il temporale scoppiò all’improvviso, fragoroso
e inarrestabile. La pioggia cominciò a cadere impetuosa e
invincibile impregnando vestiti e pensieri.
Lui
le afferrò la mano e si misero a correre sulle pietre
sconnesse, le magliette sottili appiccicate alla pelle e
alla loro giovinezza imperiosa e ruvida….
La donna entrò nella
stanza, il passo misurato e composto di chi sa quel che fa, e lo
fa senza pensarci e senza esitare. Si avvicinò agli scuri e li
accostò ancora aumentando la penombra.
Ma perché poi? ne
avrebbe avuto di tempo per riposare…
La notte era
dolce sulle case di Parma. Una notte d’estate che scivolava
afosa nelle strade deserte.
La macchina sparata a
centoquaranta, il nastro che girava invadendo il buio di note e
il cuore di emozioni. Lo guardava guidare, i muscoli del braccio
contratti sulla leva del cambio, lo sguardo bruno assorto e
lontano ed era già l’annuncio di un addio…
Ma a venti anni la vita
è ancora la promessa di giorni felici e un amore che finisce è
il preludio di quello che lo seguirà. Anche il dolore che ti
sbriciola il cuore dura lo spazio di un momento, anche se è un
momento che può durare anni.
Ma poi la vita porta
altri visi, altre parole e altre estati…
L’aveva scelto per
compagno perché aveva lo sguardo trasparente, incapace di
mentire.
Aveva amato il lui, la
quieta dolcezza che non si trasforma mai in passione. Perché lui
era il porto sicuro dopo un lungo andare e la guardava con occhi
ammirati .
Nella chiesa faceva
caldo. L’odore dei fiori dava un leggero capogiro e lei si
chiedeva dov’era l’emozione del momento nel suo cuore muto e
sordo. Lo guardava senza indovinarne i pensieri.
E avrebbe dovuto saperlo
già da allora che non li avrebbe indovinati mai dietro quel suo
sguardo trasparente che poteva diventare insolitamente duro e
lontano, dietro le sue rare parole che lasciava cadere come
fiocchi di neve dispersi sulla riva del mare.
E dov’era l’emozione
quando gli anni scivolavano negli anni, alternando le estati
agli inverni, mischiando i momenti, i giorni, le ore in una
poltiglia informe di inutili rabbie e cocenti rancori.
Neanche si era accorta
che la luce si spegneva nei suoi occhi e l’anima si incupiva di
polvere densa che la tristezza mischiava alle lacrime.
Non era neanche
importante che la vita scivolasse via, senza un sospiro senza
una carezza, perché la felicità era un ricordo e la serenità
un’illusione.
L’acqua le scivolava
con un rivolo lungo il mento, mentre tentava di berla
lentamente. Ma era fresca, leggermente frizzante e sapeva di
sale, ma poi si accorse che erano le sue lacrime…
“ Ricordami la vita,
o Dio, ricordamela ancora..”
Com’erano rossi i
suoi capelli e non quel colore sbiadito che aveva ora. E il suo
viso che il sorriso rendeva bello quando lasciava intravedere i
piccoli denti bianchi fra le labbra socchiuse.
Ma il tempo frantuma
le immagini in un caleidoscopio confuso, così come stritola i
corpi risucchiando la carne, per lasciare pelle di pergamena
sulle ossa sottili, che il dolore ha mangiato dal di dentro
rosicandole piano.
L’anima non si
riconosceva nell’immagine distorta di un corpo disfatto.
Ricordava soltanto la ragazza che era stata e i lunghi anni
della sua vita le sembrarono ad un tratto solo schegge di uno
specchio andato in frantumi. Molte cose erano sfuggite al
ricordo, perdute per sempre nelle nebbie dell’oblio, come se non
fossero mai accadute. Ma non lui e il suo sorriso, quegli occhi
verdi che promettevano dolcezza agli anni grigi della sua
maturità.
La sua voce che veniva a
portarla via dalla tristezza di giornate vuote e sempre uguali.
Qualcuno le accostò
alle labbra di nuovo il bicchiere e dita sottili le porsero una
piccola pillola rossa. Avrebbe quasi riso se avesse avuto le
energie necessarie.
A che sarebbe
servito? Un mese, una settimana, un giorno in più? E come poi?
Che senso aveva? Eppure inghiottì la pillola e le venne un
leggero colpo di tosse.
La stanza le sembrò
ad un tratto ancora più buia. Forse il sole fuori stava
tramontando.
O forse erano solo i
suoi occhi.
Non lo sentì entrare.
Aveva quel passo leggero che ricordava bene e lo stesso sorriso
di quando l’aspettava nel loro luogo segreto e lei arrivava col
passo leggero e il cuore che batteva a mille. Cuore di vecchia
ragazza che all’amore non ci pensava più.
Ma lui era li che
l’aspettava e l’avrebbe aspettata per l’eternità…
Anche adesso, qualcuno
l’aveva certo fatto entrare di nascosto, soltanto perché lei
potesse vederlo ancora una volta. O forse perché la vedesse lui.
Che cattiveria! Era
stata proprio una cattiveria questa. Almeno l’avesse ricordata
com’era al tempo felice del loro amore. E non la pallida cosa
che era adesso. Che avesse ricordato soltanto l’eco delle sue
risate e non l’ansito del respiro che si frantuma sui denti.
Si era addormentata…quel
lontano pomeriggio di giugno, nella stanza infuocata fra le
braccia di lui.
La passione aveva
disegnato sui loro corpi mantidi, sentieri inesplorati e
impensabili. Era affondata nel verde dei suoi occhi e il sonno
li aveva colti all’improvviso.
Al suo risveglio era
notte inoltrata. Non c’era scampo, non c’era bugia che avrebbe
potuto salvarla e tornando a casa i passi pesanti, sentiva nel
cuore una pena leggera come di destino compiuto al quale non ci
si può sottrarre.
Tutta la famiglia
l’aveva cercata. Il silenzio di suo marito era fragoroso come
mille discorsi fatti tutti insieme. Il suo sguardo gelido
tagliava come una lama…
E poi non ci fu bisogno
di parole ad aprire la porta della loro consapevolezza, e la
rabbia sfumò in un silenzioso rancore che si mangiò i giorni, le
settimane, i mesi, ma lui non voleva perderla e fu una guerra.
Ma la vita decise una
volta per tutte. La vita? Forse fu la morte col suo passo
silenzioso, con i suoi sospiri nel buio della notte che
stropicciano la pelle come un brivido freddo.
E non ci furono più baci
né carezze segrete. Non ci fu null’altro che l’odore penetrante
dei medicinali fra le lenzuola umide. E fu una vendetta beffarda
veder sfiorire giorno dopo giorno i colori della sua
bellezza, per entrambi gli uomini della sua vita.
Ma alla fine divenne
prigioniera di una stanza e dei silenzi ostili di quello che
l’aveva persa rimanendone padrone.
Ma l’altro chissà come
era riuscito a raggiungerla e ora era li accanto a lei e la
guardava.
Avrebbe voluto
scomparire. Scivolare per sempre nell’ombra perché lui non
potesse vederla.
Per non sentire
scivolare il suo sguardo la dove prima c’erano le morbide forme
del suo corpo che lui ricordava benissimo, mentre ora il
lenzuolo si increspava appena.
Ma lui aveva gli stessi
occhi che ricordava. Lo stesso sguardo dolce e denso e allora
capì che ancora la vedeva con lo sguardo cieco dell’amore.
“Ricordami
la vita con il bacio della passione mai spenta.”
Lei sussurrò e lui,
chinandosi, la baciò piano sulle labbra dischiuse…