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OMBRE NEL VENTO
racconto di Mariagrazia Di Stasi
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Una vecchia Ford di colore blu. Dentro tre vecchi, due donne
e un uomo.
All’inizio non l’avevo notata. Mi sembrava una delle tante macchine
parcheggiate sulla strada che
ogni sera percorrevo per tornare a casa.
Una volta però per caso ci avevo guardato dentro e mi era preso un colpo
nell’incontrare due occhi che mi guardavano con espressione vuota.
Gli occhi di un vecchio seduto accanto al posto di guida che era vuoto. Nel
sedile di dietro le due donne, vecchie anche loro.
Niente di strano se non fosse stato che la sera dopo alla stessa ora erano
ancora li. Parcheggiati nello stesso posto.
Se ne stavano muti, lo sguardo acquoso perso nel vuoto. Ma cosa diavolo
aspettavano, ammesso che aspettassero qualcosa?
E il guidatore o la guidatrice dov’era?
Non so perché ma mi disturba quando non so spiegarmi qualcosa.
Ho questa mania del controllo io.
Tutto deve stare al suo posto come in un puzzle. Non che io sia un tipo
ordinato questo no, anzi vivo nel caos, lo adoro, mi piace. Sono un
accumulatore di oggetti, persone, cose, ricordi, ma qua si trattava di una
cosa diversa. Una crepa nel “dovrebbe essere”.
Tre vecchi in una vecchia ford blu, fermi in un posto e in un orario nel
quale avrebbero dovuto essere davanti alla tv con le gambe coperte da un
plaid, magari con i nipoti intorno o le infermiere di una casa di riposo.
Invece no erano li d’inverno, col freddo che tagliava la faccia, avvolti nei
loro vecchi pastrani come mummie.
Il vecchio era sempre seduto davanti. La divisione dei sessi anche in quelle
circostanze. Ma forse le vecchie dietro si dicevano i segreti. Forse….
Belinda si è messa la gonna rossa. La mamma non vuole ma lei se la mette lo
stesso. La mamma dice che solo le puttane si vestono di rosso, ma Belinda
non l’ascolta, si liscia la gonna sui fianchi ed esce.
Si mette pure le scarpe col tacco che quando cammina sembra sbilenca come un
fenicottero.
Un fenicottero bello. Quei capelli così biondi che sembrano bianchi e quelle
gambe snelle.
Passò tutto il mese di febbraio ed erano sempre li, poveri vecchi!
In quel gelo che tagliava le strade con un vento di tramontana, seduti nel
loro loculo di latta, sembravano fatti di nebbia.
IL volto premuto quasi sui vetri a guardare fuori i rari passanti.
La mia curiosità aumentava a dismisura, ma a chi chiedere?
Sicuramente c’era sotto qualcosa di losco, non poteva essere diversamente.
Belinda non è più bella. Se fosse vecchia avrebbe le spalle cadenti e gli
occhi cisposi come la Bice. Perché da vecchi si è sempre brutti, sempre. Lo
diceva mia madre stringendosi lo scialle intorno alle spalle e mi guardava.
Si sarebbe detto che anche in me vedesse la vecchia che sarei diventata
anche se brutta lo sono stata sempre.
Per questo non mi sono sposata, il che non è un gran male come dice la Bice
che non si è sposata neanche lei e quindi come fa a saperlo? A me quasi
quasi sarebbe piaciuto avere un uomo dentro il letto che mi tenesse calda la
notte. Ma sono cose di giovani. Pensa se fosse stato questo qui,
Giovanni mi pare che si chiami.
Non sia mai. Non dice una parola. Se ne sta seduto, muto come un pesce con
quell’aria torva che sembra che gli
è morta la moglie il giorno prima. In effetti gli è morta ma sono dieci anni
e dico io!
Uno dovrebbe sforzarsi di fare un minimo di conversazione, tanto per fare
passare il tempo! Così la sera non passa mai!
Ma quando torna Belinda? Sta sera sta ritardando più del solito.
Ne ho parlato al mio amico Tommaso, di questi vecchi. Lui fa il vigile.
Gira per le strade, magari viene a darci un’occhiata.
Mi ha guardato come fossi matto. Ci è voluto tempo per convincerlo. Mi ha
detto che leggo troppi gialli e guardo troppa tv. Sarà! Dico io.
Comunque quando si dice la sfiga. I vecchi non c’erano quando Tommaso è
passato e così ho fatto pure la figura dello scemo.
Con le giornate più lunghe, riapparvero ma solo più tardi.
Avevano sempre lo stesso sguardo vuoto da vecchi ruderi, e guardavano come
sempre fuori dai finestrini.
Che poi il Giovanni con quell’aria cupa! Mi hanno detto che alla moglie non
ci teneva poi tanto, anzi la picchiava. Ma pensa! Incredibile a guardarlo
ora. Un rudere di uomo, una carta stropicciata, quattro ossa messe in croce.
Ora dovrebbe vederlo quella poveretta. Ora che si appoggia al bastone e
strascica i piedi. Non c’è giustizia a questo mondo. Lo diceva sempre mia
madre quando andava a raccattarsi mio padre dentro i bar.
E giustizia non c’era perché mio padre visse oltre dieci anni più di lei che
mangia terra sulla collina. E fui io poi ad andarlo a cercare, che le gambe
lo portavano sempre benedetto uomo.
E mi toccava di stare li a pregarlo che tornasse, mentre lui mi guardava
senza vedermi tanto alcol aveva al posto del sangue.
E poi si schiantava sul letto vestito e dormiva che sembrava morto. Ma aveva
il risveglio cattivo. Si metteva a urlare e a bestemmiare i santi del
Paradiso. Io avevo quindici anni e mi turavo le orecchie per non sentirlo.
Quando è morto ho pensato, ecco sono libera e quasi avevo paura che si
alzasse dalla bara e si mettesse a urlare come faceva sempre perché gli
portassi una bottiglia di vino. Aveva un’aria tranquilla, disteso nella bara
con quel mezzo sorriso sulle labbra che sembrava dicesse: ecco, vi ho
fottuti tutti…E a me per prima che libera ora lo ero ma non sapevo cosa
farmene di questa libertà, se non avere quel buco di casa vuota la sera, di
non dovermi più alzare il mattino con l’incubo dei suoi urli di quell’andare
a cercarlo dentro i bar…ma poi?
Ma poi è stato tutto un discendere, un scivolare veloce verso questa
vecchiaia. A cinquant’anni sembravo ancora una ragazza, mi tingevo i capelli
e nascondevo il corpo dentro maglioni enormi e gonne lunghe. Non avevo
amiche, non avevo un uomo, non avevo nulla, se non uno schifo di lavoro che
mi permetteva appena di mangiare, e già dovevo ringraziare Dio di non dovere
andare a lavare le scale o le case alla gente. Gli anni sono passati, uno
dietro l’altro che sembravano un rosario infinito.
Questa è stata la mia vita e quando si è soli la vecchiaia è come un vestito
sporco che ti tieni addosso ma puzza.
La Bice l’ho conosciuta per caso. Aveva le gambe così storte che facevano un
cerchio. Era un miracolo che riuscisse a camminare.
Quando l’hanno sfrattata da casa sua, le ho detto di venire a stare da me
per un po’.
Non so neanche perché l’ho fatto, forse per il silenzio.
I vecchi non si vedono da un pezzo. Strano. Ora che quasi è arrivata
l’estate. Dove diavolo sono finiti. Che siano morti? Ma non certo tutti e
tre insieme!
Tommaso dice che si vede che non ho di meglio da fare che pensare a certe
scemenze. Sarà! Ma che ci si può aspettare da uno che legge solo il corriere
dello sport!
Era il silenzio che mi uccideva, più della vecchiaia. Mentre la Bice parla e
se parla! Certo non si capisce bene oramai quello che dice, non ci sta più
con la testa. Anche io del resto. Che ridere, due vecchie sceme e un vecchio
muto! Da morire dal ridere. E Belinda che è sempre fuori, e pensare che
l’abbiamo presa per compagnia.
Dice: “ Andiamo a fare un giro…” E ci lascia parcheggiati per ore, ma poi
tanto che altro di meglio avremmo da fare!
Questa vita è passata nel tempo di uno sputo. Mi sembra ieri che ero una
ragazzina con certe gambe magre che sembravo un grillo.
Mia sorella mi prendeva in giro. Diceva guarda là, la cavalletta!
Lei si che era bella sulle sue gambe da fenicottero o almeno così mi
sembrava Belinda con il suo vestito rosso o si chiamava Rosa?
Non era poi così bella mia sorella a pensarci. E’ che ora mi si confondono i
ricordi e non so più se era Belinda ad essere bella o Rosa. E comunque anche
Rosa mangia terra sulla collina, credo.
Ma no che dico ci ha detto solo: “ Torno presto.” E’ scesa dalla macchina
con le sue gambe da fenicottero e il suo vestito rosso, camminando sbilenca
sui tacchi alti, sulla terra battuta.
Che poi queste badanti polacche, ucraine, romene non sono affidabili, dico
io. Come si fa a trascinarsi dietro tre poveri vecchi e lasciarli per ore in
macchina con qualunque tempo? Perché è sicuro che un parente non farebbe mai
una cosa del genere e certo non quasi tutti i giorni.
Ma nessuno sembra preoccuparsi. E chi dovrebbe poi? Tre vecchi sconosciuti
venuti da chissà dove. Forse non hanno neanche parenti. In questa città
frenetica che si mangia il tempo, lo spazio e perfino le persone a chi vuoi
che importi di tre ombre sul finire della vita?
Bice ha detto:
“Ci prendiamo una ragazza in due così risparmiamo. ” E Belinda non costava
tanto, ma aveva già un vecchio lei, il Giovanni. Secondo me se l’è pure
sposato per la cittadinanza. Ma Bice mi dice che sono una vecchia pettegola.
Comunque o così o niente e l’abbiamo presa. Non è cattiva Belinda. Anzi è
gentile, premurosa, eccetto quando si mette il vestito rosso e dice:
“Usciamo a fare un giro.” Più che una domanda, è un ordine. Diventa
insofferente e frettolosa, ci carica sulla sua vecchia auto blu che quando
cammina fa un rumore infernale e parte. Poi si ferma nei posti più
impensati. La città l’abbiamo girata tutta e anche la campagna a dire il
vero. Ultimamente è fissata con questo vecchio casolare perduto nei campi.
Si infila la dentro e ci sta le ore. Quando torna non parla. Ha la faccia
vuota come una maschera. Gli occhi sembrano biglie di vetro.
Sembra una bambola rotta e ci viene quasi paura a me e alla Bice che non
sappia più ritrovare la strada di casa.
A Giovanni niente. Lui non si impressiona. Guarda fuori e sta zitto. E’
attaccato alla vita da un filo sottile che si sta logorando a vista d’occhio
e non gli importa di niente.
E anche a me in fondo, ma mi viene paura quando Belinda si mette a correre
come se avesse il diavolo alle calcagna.
Ma bene o male torniamo ed è un sollievo.
Questa sera però, non torna Belinda col suo vestito rosso. E fa così freddo.
Ho fame e pure sete. Bice, non parla da un pezzo, forse dorme. Lui il
Giovanni è muto come sempre. Ma che ore saranno? Sembra l’alba, ma forse è
il tramonto. Noi vecchi abbiamo la fissa del tempo, ci angoscia non sapere
l’ora come se dovessimo fare chissà cosa. Il fatto è che di tempo ne abbiamo
poco e scivola via come sabbia in una clessidra. Ho cercato l’orologio nella
borsa, ma così nel buio non lo vedo. Il quadrante è una macchia biancastra.
L’ho accostato all’orecchio, ma non fa rumore. Questi cosi moderni che vanno
a pile ti lasciano quando meno te lo aspetti. Bice sta zitta, ma fa uno
strano odore povera vecchia.
Deve avere il pannolone fradicio o forse sono io. Accidenti che brutta cosa,
la vecchiaia è la vendetta di Dio per i nostri peccati. Eravamo persone,
uomini e donne e ora siamo solo un ammasso di ossa annegate nei nostri
escrementi.
Accidenti a te Belinda che non torni mai. Ma ora il freddo quasi non lo
sento più, anzi ho uno strano calore dentro la carne come quel pomeriggio di
settembre che guardavo Antonio ballare.
Era bello lui. I capelli neri spessi e lucidi e gli occhi scuri che
sembravano gocce di cioccolato. E del cioccolato aveva il profumo, mentre
ballava, il corpo snello e i muscoli che guizzavano sotto la pelle e mi
guardava come se mi amasse, ma non era vero anche se mi piaceva crederlo. Di
me neanche si accorgeva. Ma lui ha abitato i miei sogni per così tanto tempo
che quasi quasi nel ricordo è uno di famiglia…
Non so perché ma continuo a pensare a quei vecchi. Non che abbia molto da
fare ultimamente da quando la Giulia mi ha lasciato.
Non era un grande amore la Giulia, anzi non era neanche un amore, ma aveva
due tette da sogno.
Non parlava e una donna che non parla è una rarità.
Di solito hanno tutte quella fregola di raccontarti ogni spillo della loro
anima come se a noi uomini importasse. Ma la Giulia era diversa.
Lei mi aspettava. Lasciava socchiusa la porta di casa sua e quando arrivavo
si lasciava baciare svogliata. Poi facevamo l’amore nel suo letto di ragazza
e non parlava neanche in quei momenti.
Mi ha lasciato senza una ragione. Almeno non mi ha detto nulla. Ho solo
trovato la porta chiusa e lei non ha risposto più al cellulare. Meglio,
detesto le spiegazioni quanto gli addii.
Ora ho un sacco di tempo libero, anche perché Tommaso fa gli straordinari.
Certe volte mi incontro con gli amici al bar.
Amici! Conoscenti! Ci prendiamo un caffè seduti ad un tavolino e guardiamo
le donne passare. Ne abbiamo per tutte.
Certe volte ho il sospetto che è una vita di schifo questa.
A casa non ci torniamo questa volta! Belinda non torna.
Ma com’è verde la campagna, si sente nell’aria il profumo delle zagare o
sono gelsomini? Non mi ricordo più. Mi sembra che il vento mi trascini via…
Ne parlano tutti i giornali, anche quelli nazionali della rumena morta
ammazzata in un casolare, o forse è stata un’overdose. Ancora non si sa. Il
nome non l’hanno detto. Forse non lo sanno, era senza documenti. Di sicuro
faceva la vita. Nel casolare hanno trovato di tutto anche coca. Il
proprietario vive all’estero e ha detto di non sapere nulla di quello che
avveniva nella sua proprietà. Sarà! Ora è indagato.
Dalle foto sui giornali sembrava una bella ragazza per come può essere bello
un cadavere che ha avuto tutto il tempo di decomporsi.
Un cadavere vestito di rosso.
L’avevo detto io! Non mi credeva Tommaso e invece lo vedi che c’era qualcosa
di strano?
I vecchi sono riapparsi. Sono riapparsi morti. Anzi li hanno trovati. Come
sempre parcheggiati nella ford blu, ma stecchiti.
Ed erano nascosti fra gli alberi poco lontano dal casolare dove hanno
trovato la donna.
Ma non c’è più professionalità a questo mondo. Mica li hanno trovati subito
al primo sopralluogo.
Hanno detto che erano ben nascosti fra gli alberi! Sono morti di fame o
forse di sete o di paura qualche giorno dopo che era morta la ragazza. Chi
li aveva portati là? Forse la ragazza stessa.
Forse nel casolare facevano festini e nessuno si è accorto di loro. Non
potranno raccontare come sono andate le cose. Forse neanche l’avrebbero
saputo poveracci. Una delle vecchie è stata trovata con un orologio in
mano…Aspettava…
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