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NON SPARATE SU BIANCANEVE

A vent’anni la bellezza è come un
vestito che si indossa più facilmente.
E’ una carta da regalo bellissima che
può coprire anche un oggetto mediocre.
A vent’anni la bellezza è un dettaglio,
un’idea…
Ma quando il tempo macina corpi e anime
e gli anni sono pietre consumate di una lunga collana, la
bellezza diventa una professione di fede, l’esercizio di un
ottimismo e di una volontà ferrea.
Gilda ci stava pensando mentre si
guardava pensierosa allo specchio, cosa che faceva raramente e
senza un piacere particolare. Non che fosse brutta anzi, tutt’altro.
Aveva semplicemente quell’abitudine ad ignorarsi che si portava
dietro fin dall’infanzia e così non conosceva le espressioni del
suo viso, i suoi gesti più consueti e guardandosi nello specchio
non riusciva a vincere l’imbarazzante impressione di essere di
fronte ad un’estranea.
Ma ora si rendeva necessario cambiare
atteggiamento.
Avvicinò il viso alla superficie che la
rifletteva, alla ricerca delle tracce di invisibili rughe. Non
si vedevano ma ci dovevano essere. La pelle liscia mostrava ad
uno sguardo accurato, un certo assottigliamento, una tensione
madreperlacea appena sotto gli occhi. La piega delle labbra
tendeva leggermente verso il basso, come per un broncio leggero.
Ma la bocca aveva ancora le labbra piene e il collo era liscio e
teso come quello di una ragazza.
Il vestito tirava un po’ sui fianchi. Lo
stirò con le mani. Qualche chilo in più alla sua età era normale
dopo tutto.
Sentì un movimento ovattato alle sue
spalle. Martina aveva quel modo silenzioso di arrivare con la
sua andatura sbilenca e faticosa. Gilda si rese conto in quel
momento che era solo per lei che restava in quella casa. Perché
Martina era troppo vecchia. E una vecchia gatta di oscuri natali
ha il diritto di finire i suoi giorni nella sua casa, e
affondare il muso spelacchiato nella sua ciotola sbrecciata
vicino al balcone, stiracchiandosi al calore dei raggi del sole.
Chi si sarebbe occupato di lei? Non
certo sua figlia Valentina che a 15 anni sembrava ancora una
bambina e della bambina aveva la cocciutaggine capricciosa e
arrogante, l’egoismo stupido e cieco.
Non certo Guido che non si occupava mai
di nulla, col cervello invaso dalla musica sparata al massimo
nelle orecchie dall’ipod, quasi fosse un ragazzino anche lui e
non l’uomo che avrebbe dovuto essere. Si avvolgeva di musica,
creando un muro invalicabile che invadeva il silenzio che
esisteva fra loro. Un silenzio ostile, duro, rancoroso. Un
silenzio pieno di cose non dette, affilato come una spada.
Certe volte Gilda si chiedeva come
sarebbe stata quella casa senza di lei. Senza le camice stirate
nei cassetti, senza il pranzo pronto all’ora stabilita, senza le
borse della spesa trascinate faticosamente su per le scale.
Mamma voglio questo, mamma hai comprato quello, mamma,
mamma…sembrava una nenia che non finiva. Valentina con i suoi
scoppi di rabbia nei quali la voce le diventava stridula.
Valentina nella sua bellezza scontrosa e goffa di cui non era
consapevole, che anzi negava come il brutto anatroccolo che non
vede il cigno in cui sta trasformandosi.
Ma poi tornava bambina bisognosa di
coccole. Le si sedeva sulle ginocchia e l’abbracciava stretta
dandole piccoli baci sulle guance. Aveva ancora bisogno della
madre, forse non di lei Gilda, ma di una madre qualunque che
continuasse ad accudirla, che la consolasse quando era triste o
arginasse i suoi malumori. Una madre qualunque materna e
accogliente come Gilda non era stata mai né avrebbe potuto mai
essere. Forse era questo. Era questo che la teneva ancorata alla
sua infanzia come una coperta di Linus, una ragazza con il cuore
e l’anima di una bambina. Una ragazza che si rifiutava di
crescere. Ma Gilda non avrebbe potuto difenderla in eterno dalle
insidie della vita. E ora neanche lo voleva. Voleva vivere.
Lontana da quella figlia petulante, da quell’uomo che parlava a
voce forte per non sentire il bambino dentro di se.
Gilda si guardò intorno. Nella stanza
miriadi di pezzetti di vita. La sua, la loro, quella dei
rispettivi genitori…frantumi di vita, dispersi in ogni dove.
Ricordi, sensazioni, odori, sapori e polvere…soprattutto quella.
Polvere sugli oggetti, polvere sull’anima.
Suo padre la guardava severo. Aveva
quello sguardo che scavava solchi. La faceva sentire sempre
inadeguata. Il vestito non era giusto, le parole non erano
giuste, lei non era giusta. Non lo era mai stata, anche quando
faceva la brava bambina, tutto come diceva papà, ma non serviva
mai.
Lui aveva sempre quello sguardo severo
che scavava solchi e lei non si guardava allo specchio per non
vedersi. Per non vedere riflessa quella ragazza sbagliata che si
ostinava ad essere giusta senza riuscirci mai.
Biancaneve, pelle bianca come la neve e
labbra rosse come il fuoco, la matrigna cattiva vuole ucciderti.
Ma la matrigna sei tu, Biancaneve, anche se non lo sai. Anche se
lo nascondi così bene e guardati come sei carina così precisa e
responsabile. Sempre dolce, non ti arrabbi mai Biancaneve.
E tuo padre ti guarda sempre con quello
sguardo che scava solchi. E tu vorresti scomparire Biancaneve,
perché lui non veda che sei la matrigna cattiva.
Perché la rabbia, quella, era come un
cancro, una macchia sull’anima. Una macchia maligna che
avvelenava ogni cosa.
Chissà, magari Martina, l’avrebbe
dimenticata dopo un giorno. Forse qualcuno le avrebbe riempito
la tazza di latte grattandole la testa dietro le orecchie come
le piaceva tanto.
Lei si sarebbe acciambellata sulla sua
poltrona preferita, il muso stropicciato nascosto sotto la
zampa, impassibile come solo lei sapeva essere.
Guido sarebbe andato al lavoro come al
solito, la ventiquattrore piena di fogli e libri, l’andatura
frettolosa e indispettita…ma forse con una rabbia nel cuore. Con
la smania di una vendetta inutile per un abbandono
inconcepibile. Era come un bambino lui e del bambino aveva i
piccoli dispetti, l’egoismo inconsapevole, l’arroganza
presuntuosa.
Si sarebbe atteggiato a vittima. Le
avrebbe attribuito ogni colpa, ignorando il rimpianto e forse
anche l’affetto perduto.
E Valentina?
Gilda alzò le spalle e quel gesto era
una resa. Valentina non la poteva abbandonare, non ancora
almeno. Diede uno sguardo distratto all’orologio. Avrebbe potuto
anche farne a meno. Le sue giornate erano talmente uguali le une
alle altre, che faceva le stesse cose sempre alla stessa ora,
seguendo un orologio interno che non sbagliava mai.
Guardò la foto di suo padre nella
cornice d’argento sul comò. Aveva ancora quello sguardo che
scavava solchi, fissato dallo scatto del fotografo per
l’eternità, eppure le sembrò di cogliervi nel fondo come un
accenno di dolcezza.
Chissà se nel posto in cui era, aveva
imparato finalmente a”VEDERLA”! A guardarla davvero quella sua
vecchia bambina che gli somigliava più di quanto avrebbe mai
voluto ammettere.
A guardarlo ora, imprigionato nella sua
cornice d’argento sembrava quasi che sorridesse.
E non si capiva se lo faceva per
tenerezza tardiva o perché le sue previsioni erano state così
precisamente rispettate e lei Gilda come Biancaneve aveva
mangiato la mela avvelenata del disamore, addormentandosi per
tutti quegli anni. E non era arrivato nessun principe a
svegliarla.
Perché Guido con tutta la fantasia
possibile non era stato “principe” neanche nei momenti migliori.
Aveva quella durezza del cuore che
neanche l’amore presto sfumato era riuscito a sciogliere.
Gilda prese la borsa e si chiuse la
porta alle spalle, senza volere ammettere di riconoscere il
sollievo che provava ad uscire dalla sua casa prigione.
Nelle scale il passo le si fece leggero
e si accorse di correre quasi.
Nella strada sempre le stesse persone.
Anziani occupati ad attraversare le ore accidiose, per essere
traghettati al momento del pranzo e poi scivolare in pomeriggi
altrettanto oziosi. Anziani accigliati per i piaceri perduti e
ancora rimpianti, gelosi della giovinezza altrui verso la quale
esprimevano giudizi irosi.
Le donne erano le peggiori. Le vecchie
donne dal corpo come un tronco, e altrettanto secco, dal quale
spuntavano gambe sottili e nodose. Le facce secche e
spiegazzate, le bocche dalla linea dura e accigliata che
sputavano discorsi come pietre.
“ Non voglio diventare così!” pensò
Gilda mentre ne salutava una con il suo sorriso migliore.
E poi c’erano le donne come lei. Madri
di famiglia e basta. Donne più o meno giovani ma con la
sconfitta negli occhi, e l’ombra del fallimento nei gesti. Donne
che fingevano un felicità improbabile, mentre si stringevano al
seno marmocchi frignanti che le avrebbero derubate dei migliori
anni della loro giovinezza.
Esseri che avrebbero finto di ignorare
di aver tradito i loro desideri per trasformarsi in macchine da
famiglia.
Gilda sorrise. Non riusciva a credere
che ci potessero essere donne che amassero un simile destino.
Lei non l’aveva mai amato, anzi, ci si
era trovata quasi senza volerlo, avviluppandosi in un errore
dopo l’altro.
Le responsabilità e il senso del dovere
si erano mangiati gli anni più belli della sua vita.
Percorreva la strada a passi lenti
nonostante le mille cose che aveva da fare. Ma nell’aria c’era
il profumo dolciastro dell’estate che muore e lei si sentiva
leggera come non le capitava da secoli.
Lungo il viale gli oleandri erano in
fiore, anche se i petali cominciavano a cadere.
E le sembrò che anche la sua vita stesse
oramai per perdere tutti i petali trasformando lei in un tronco
secco e nodoso senza più linfa.
Senza quasi accorgersene, arrivò alla
stazione. Sulle banchine la folla frettolosa di sempre che
trascinava bagagli guardando distratta o ansiosa l’orologio o in
lontananza sui binari il sopraggiungere di qualche treno.
Gilda aveva sempre odiato i treni, le
stazioni affollate, quell’odore di metallo polveroso e
surriscaldato, i sedili insudiciati da chissà quanti corpi, i
vetri opachi, il rumore assordante.
Fin da bambina quando, dando la mano a
sua madre, seguiva arrancando quasi, il passo veloce di suo
padre che le precedeva portando pesanti valige.
Allora aveva sempre avuto il terrore che
lui si perdesse fra la folla e loro rimanessero da sole,
sperdute in quel magma indistinto, vulnerabili e inutili.
Ecco era questo. Quel senso di
vulnerabilità invincibile che l’aveva spinta nelle fredde
braccia di Giudo e adesso? Adesso che la giovinezza era
scivolata veloce in una maturità non voluta, nelle mani non si
ritrovava che polvere.
Un ragazzo con un borsone, nella fretta
di avviarsi al suo binario, la urtò sbadatamente senza scusarsi,
ma guardandola per pochi secondi. Il suo sguardo era
indifferente e distratto e sembrò attraversarla quasi fosse
trasparente. Questo chissà perché le fece sentire come una spina
nel cuore.
Rimaneva ferma sulla banchina a guardare
il via vai dei treni, senza quasi sapere cosa fare.
Eppure il suo cuore lo sapeva, ma lei
non voleva sentirlo.
Chissà poteva salire su un treno
qualsiasi senza biglietto e scendere alla prossima stazione e
poi prenderne un altro e un altro ancora e finire chissà dove…Se
solo non avesse avuto quell’assurda paura che la paralizzava.
Aprì la borsa e guardò nel portafoglio. Soldi ne aveva a
sufficienza e comunque aveva il bancomat. Ma che pazzia! E poi
che avrebbe fatto?Il pensiero di sparire nel nulla la attirava
molto. Niente più silenzi di Guido niente più piagnistei di
Valentina, niente ritorni frustranti in quella casa senza
allegria. E Martina? Può un gatto fermare la vita? Anche un
vecchio gatto spelacchiato dai natali sconosciuti?
Non restava molto tempo. Il capostazione
aveva già fischiato e le porte cominciavano a chiudersi.
Gilda tirò su il vestito stretto sulle
gambe tornite, per liberare le ginocchia, e salì sul predellino
del penultimo vagone, la borsa a tracolla per non perderla e un
sorriso sulle labbra piene.
Il treno partì qualche secondo dopo e le
sembrò che fischiasse allegro alla sua nuova vita. Le venne da
ridere a pensare alla faccia di Giudo e di sua figlia quando
l’avrebbero cercata senza trovarla.
Le venne da ridere e sentì che non
sarebbe tornata.
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