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MONDEZZA
racconto di Mariagrazia Di Stasi
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Mi sono resa conto che esisteva, uscendo a buttare la spazzatura. Era
incredibile a pensarci ma non l’avevo mai vista.
Chissà da quanto tempo era lì, nel mio quartiere; percorreva le stesse
strade, entrava negli stessi negozi. Sicuramente abitava in una casa simile
alla mia. Un appartamento in condominio, in quei casermoni infiniti, con le
cucine che danno nel pozzo luce e senti sempre odore di pesce, o di
minestre, o rumori di liti, o musica o qualunque altra cosa che ti rompe i
ciglioni mentre sali le scale e pensi ai fatti tuoi e li vorresti vedere
sparire tutti nel ventre della terra, quegli inutili esseri banali e stupidi
con le loro piccole vite banali e stupide come la mia…
Sicuramente faceva la stessa cosa alla stessa ora, proprio come me che mi si
gira lo stomaco di rabbia quando mi sento le maglie della vita strette
intorno al collo e vorrei urlare
e picchiare e uccidere se il caso solo per trovare un cazzo di sollievo a
questa esistenza di merda che continuo a trascinare come la spazzatura su e
giù per le scale.
Lei mi guarda ostile.
Non è un’impressione. Mi guarda proprio male. Ci incrociamo sempre vicino al
solito cassonetto. Lei arriva ciabattando nelle sue pantofole.sconnesse, con
addosso vestiti di chissà quale secolo, capelli spettinati, sguardo da pesce
lesso. Solleva il sacchetto della mondezza con una sola mano e lo manda a
fare un arco perfetto che finisce nel buio puzzolente del cassonetto.
E mi guarda. Lei butta la spazzatura e mi guarda. Anzi sembra che voglia
alludere con quel gesto a qualcosa.
Infatti potrebbe buttare la mondezza senza guardarmi, invece lei mi guarda
mentre lo fa. Sempre.
Per questo la detesto. Non la conosco ma la detesto. Con quei capelli anni
cinquanta di un biondo finto di colore fatto in casa con sulle spalle una
vecchia asciugamano bucata, mentre la pentola brontola sul fuoco, sfilacci
di carne annegati nel brodo. Quelle magliette da mercato rionale, tirate sul
seno prosperoso, i pantaloni sformati di una tuta. Che tristezza! Una
caricatura di donna con quegli occhi spenti. Ma perché non muore! Oramai è
una cosa inutile. Vecchia, spenta, a chi può servire questo essere inutile
che incrocio tutti i giorni o quasi? Deve averci anche un uomo da qualche
parte, un vecchio rudere come lei spalmato sul divano quasi come Giorgio,
che ci passa le giornate e alla fine si confonde con la tappezzeria. Certe
volte penso che lo butterei dalle scale lui e il suo divano ma poi non ne
faccio nulla. Certe volte penso a tutti i modi in cui mi piacerebbe
ucciderlo; magari lentamente con metodo, vedergli schizzare fuori gli occhi
dalle orbite o il cervello dal cranio, sentirlo rantolare lentamente come un
cane sgozzato. Quanto mi urta quella sua indifferenza urticante con la quale
attraversa le giornate,
senza neanche accorgersi che è un morto che cammina. Il bello è che lui si
sente vivo. Ne è convinto. Si cura i suoi interessi come una chioccia i suoi
pulcini. La sua vita è un susseguirsi stabile di gesti sempre uguali, fatti
sempre nello stesso ordine e basta un granello di polvere a inceppare
l’ingranaggio e lui da via di testa.
Allora senti la sua voce stridula alzarsi di due toni e mi viene di
buttargli in faccia un secchio di acqua gelata solo per vedere la sua
espressione, solo per gelargli sulle labbra le sue parole inutili.
Comunque lei mi guarda male. Le sono antipatica è ovvio. Figurati a me.
Detesto le donne vecchie più degli uomini vecchi. Piante secche che non
hanno linfa. Ventri vuoti col tanfo della morte dentro.
A che serve una donna senza più lo sguardo degli uomini addosso? Senza il
profumo della pelle giovane, senza la luce negli occhi che solo l’amore può
dare? O il sesso.
Senza quello tanto vale schiattare. Non che ne abbia molta voglia ora
neanche io. Sarà perché col tempo ti passa. Col tempo passa tutto e ti trovi
a portare la mondezza su e giù per le scale con la puzza di cavolo nel naso
che sembra che tutta la vita puzzi di cavolo rancido e ti chiedi e dopo?
dopo questo che c’è? Forse pure Dio puzza di cavolo rancido e porta la
mondezza su e giù per le scale del paradiso o dell’inferno che poi è sempre
la stessa cosa. Perché poi ti chiedi sempre cosa c’è dopo e dopo c’è sempre
lo stesso schifo e niente altro. Come se l’anima cercasse qualcosa al di la
dei gesti, delle cose, delle abitudini, del corpo, della voce, al di la
della vita e non la trova.
L’anima è troppo sconfinata per una vita mediocre.
E le vite sono quasi sempre mediocri. Anche il cervello più sottile, la
donna più bella del mondo, l’uomo più potente della terra ha da pensare
quando è seduto sul cesso. Specie se non riesce a farla.
Che poi tutto si riduce ad un sacchetto di rifiuti. Quello che siamo, quello
che pensiamo, quello che mangiamo, gli oggetti che usiamo…tutto è cibo per i
vermi.
No, anzi, a pensarci bene, il sacchetto ci sopravvive, neanche i vermi se lo
mangiano. Ergo, siamo più fugaci di un sacchetto di plastica.
Questo stavo pensando mentre questa mattina scendevo le scale con il solito
sacchetto nelle mani.
Poi mi sono accorta che era forato e lasciavo una scia di liquido verdastro
dietro di me come Pollicino. E così mi sono messa a pensare alla raccolta
differenziata. La carta da una parte, il vetro da un’altra la plastica
altrove, i rifiuti organici, in un altro posto ancora. Svariati contenitori
da riempire, sui quali riflettere, con i quali perdere tempo. Almeno però
non troverei più lei ad attendermi vicino al cassonetto. Sono sicura che si
è studiata i miei orari per esserci sempre.
Questa mattina, ad esempio, alla vista del sacchetto rotto, mi ha guardato
peggio del solito.
Ma aveva gli occhi lucidi come se stesse per piangere. Ma i vecchi hanno
tutti gli occhi lucidi.
Hanno le lacrime sulla punta delle ciglia come i bambini.
Io non voglio diventare vecchia. Non voglio puzzare come questo sacchetto
sbrindellato che perde rifiuti strada strada, come un vecchio che perde la
sua dignità nei pannoloni intrisi della sua incontinenza. Non voglio avere
quell’odore di borotalco che cerca di nascondere il tanfo dolciastro di una
pelle vizza. Come questa vecchia che incontro e che mi guarda. Lo sento in
lei quell’odore.
Ho deciso, devo chiedere in giro. Voglio sapere chi è. Dove vive e con chi.
Si chiama Giulia. Giulia chi? Non si è potuto sapere. La chiamano la signora
Giulia. Non sanno bene dove viva, perché non è molto che è arrivata nel
quartiere. Su di lei girano strane voci.
Dicono che è una strana. Come se non l’avessi capito anche io. Che poi si
chiama come
me, guarda la coincidenza. Non ha un rudere di uomo da qualche parte,
dicono. L’aveva, ora non ce l’ha più.
Gli ha fatto fare una brutta fine, dicono. Che fine? Non si è potuto sapere.
Si è fatta dieci anni di manicomio criminale. Dicono. Chi dice?
Quel dicono è qualcosa che mi spara dritto nel cervello. Non significa nulla
e significa tutto. Come se le parole avessero un anima e gambe che le fanno
camminare.
Parole che sconfinano dalle bocche per distruggere le vite. Mah! Sarà vero
poi?
Non è che mi sembra normale quella vecchia. Adesso quando mi vede storce la
bocca quasi con disgusto. La detesto. Vecchiaccia odiosa cosa hai perdio
contro di me?
Ho provato perfino a cambiare orario per buttare la mondezza, ma quella
sembra che mi legga nel pensiero e ha cambiato orario anche lei.
Ci ho mandato Giorgio per due giorni, ma lui dice di non averla incontrata.
Figurati, quello non vede un elefante a dieci centimetri se la cosa non
rientra nei suoi interessi! Non ci avrà fatto caso.
Però già cambiare le sue maledette abitudini, lo irrita. E se lui si irrita
io mi incazzo e perciò meglio che ritorni a fare quello che faceva prima:
mangiare e dormire.
Quando dorme sembra un cadavere. Lungo disteso sul letto, le braccia
conserte che gli metterei in mano un rosario e chiamerei l’impresa di pompe
funebri.
Lui funziona a compartimenti stagni. Pensa una cosa per volta, fa una cosa
per volta e sempre nello stesso ordine se no si confonde. Se dovessi fare la
raccolta differenziata non saprei in che sacchetto metterlo.
Comunque la vita è mondezza. E’ inutile discuterne. Dovrebbero prevedere la
rottamazione anche per gli esseri umani. Dopo un certo periodo scadi e
allora kaputt. Come il latte la carne e tutto il resto. Ora glielo dico
alla vecchiaccia: Sei scaduta cara mia, è ora che ti levi dalle scatole con
le tue magliette da badante in trasferta e quei pantalonacci di
tuta sformati che avranno visto giorni migliori. A vederti mi si contorce lo
stomaco dalla rabbia che vorrei cancellarti dalla faccia della terra.
Eccola là. Ma che fa la scema? Perché si sporge dentro il cassonetto? Sicuro
che la cretina avrà buttato qualcosa che ora vorrebbe recuperare. Non si è
neanche accorta di me. Scendo a mezzanotte per non incontrarla e la trovo
che rimesta nei rifiuti, questa poi! E’ incredibile. Un’ossessione,
vecchiaccia maledetta. Ma mi è venuta un’idea. Non mi ha nemmeno visto, non
c’è nessuno in giro…e se abbassassi di colpo il coperchio del cassonetto sul
quel suo collo grinzoso? Non male come idea. Non male…
“ Non riesco a capire come possa essere avvenuto l’incidente. Era una donna
giovane, come ha fatto a decapitarsi col coperchio del cassonetto? Che dici
chiamiamo i Ris?” Stava dicendo l’appuntato Schifano al suo collega Gargiulo
mentre facevano i rilievi del caso dopo che il cadavere era stato portato
via.
“ Ma quali Ris! Pazza com’era sicuro che si è chiusa il coperchio sulla
testa da sola. Guarda che nel quartiere dicono che era una strana. Due anni
di manicomio criminale per lesioni al convivente, un tale Giorgio Maletti.
Pensa che ha tentato di avvelenarlo con la candeggina. “
“ Ma va!”
“ Ultimamente era proprio fuori di testa, in giro dicono che chiedeva sempre
di una vecchia che a suo dire la perseguitava…”
“ E dobbiamo trovarla sta vecchia?”
“ Scherzi? Che vecchia! Non esiste nessuna vecchia. Un parto di una mente
malata. Dai muoviamoci su con
sti rilievi. Questo tanfo di mondezza mi sta dando allo stomaco.”