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MA CHI FACISTI DOPU CHI PARLASTI CUMME?

Il ragionier
Riccardo Mentefina l’aveva detto quella precisa mattina che la
giornata sarebbe stata cammurriusa a a dire
poco e infatti!
Prima di tutto
sua moglie Adelina gli aveva portato il caffè a letto cosa che
non succedeva da almeno venti anni. L’ avvenimento lo aveva
messo immediatamente in sospetto. Cosa tinta c’
è sutta, si era detto e infatti il caffè era
avvelenato peggio di quello di Pisciotta, perché il sale ci
aveva messo per distrazione a strolica. Non
contenta si era seduta sul bordo del letto, facendolo
sprofondare di almeno dieci centimetri a causa del suo peso, gli
aveva ficcato gli occhi negli occhi e aveva detto: “ Dobbiamo
parlare!”
Miiii! Sempre
doveva parlare, quella. Aveva la fissa del parlare! Il ragionier
Mentefina aveva guardato disperato la porta calcolando che con
un adeguato scatto di reni forse sarebbe riuscito a sfuggire
alle manie logorroiche della consorte. Era un centometrista
nato. Appena la vedeva veleggiare verso di lui con la sua
andatura da corazzata Potionkin con quella piega sulle labbra
che preannunciava cammurriusi discorsi preceduti
da quel “dobbiamo parlare”, schizzava verso la prima via di fuga
disponibile e chi si era visto si era visto.
E questo aveva
fatto quella mattina, infilando la porta del bagno come un
proiettile e chiudendocisi dentro mentre la voce della donna lo
seguiva stizzita. Aveva calcolato che prima che lei riuscisse a
sollevare il corpo possente dal bordo del letto, avrebbe avuto
tutto il tempo di chiudere la porta e dare la mandata di chiave.
La doccia fu lenta e accurata.
Uscito dal bagno,
nessuna traccia della moglie. Si vestì con accuratezza.
La seconda
cammurria della mattinata fu l’incontro ravvicinato con
Carmelo Cozza.
“Cunpari
propiu a tia circava!”
Aveva detto incollandosi al suo fianco e costringendolo quasi ad
offrirgli un caffè. Mentefina aveva sentito un brivido lungo la
schiena. Quando Cozza cominciava a parlare dei suoi problemi
chi mastri, la cosa prometteva di essere lunga. E
Cozza aveva sempre problemi ch’ i mastri. Si stava
ristrutturando un bilocale di famiglia e sembrava che
ristrutturasse la Cappella Sistina. Erano mesi che lo ammorbava
con la sua continua richiesta di consigli e pareri che
regolarmente non seguiva, e ora lui era anche in ritardo.
Mentefina guardò
l’orologio con sguardo febbrile.
“.cumpari
“ disse ” ora non mi pozzu firmari
Antura mi chiamò me matri. L’AIU
accompagnari unni u dutturi”
Cozza lo guardò comprensivo.
In realtà era
lui, il ragioniere a dovere andare dal dottore e il dottore in
questione non era dottore ma aveva l’inconfondibile capacità di
guarirlo delle rotture della vita.
Teresa
l’aspettava nel monolocale più servizi che aveva affittato per
lei e Mentefina non voleva ritardare. Liberatosi di Cozza,
infilò il Bar Del Corso dove acquistò un cornetto caldo per la
sua donna.
“Cori
du me cori. Ciatu du me ciatu
Sussurrò a se stesso pensando
a lei e affrettando il passo prima che qualche altro impiccio lo
facesse ritardare.
Appena si chiuse il portone alle
spalle, gli sembrò di percepire il profumo denso di Teresa che
lo precedeva. Ma non solo quello percepiva ma anche l’altra
ennesima cammurria di quella mattinata ingloriosa.
Gli inquilini del terzo piano come al
solito litigavano. Praticamente si scambiavano insulti che
quelli degli scaricatori di porto facevano sorridere al
confronto.
Il ragionier Mentefina non li aveva
mai visti, ma sentiti si a tutte le ore del giorno e della
notte.
Mai travagghia chistu?
Possibile che non avesse di meglio da fare nella sua
fottutissima vita che jttari vuci con la sua
signora che a giudicare da come rispondeva, tanto signora non
era!
Comunque, quando si chiuse alle
spalle la porta del suo “nido d’amore” lo colse il profumo della
sua donna e si scordò di botto le voci e le grida dei
coinquilini.
Ma non era cosa! l’aveva detto lui!
Un quarto d’ora dopo mentre il
ragionier Mentefina stava facendo le grandi manovre sul corpo
bianco di Teresa, le urla al piano di sopra aumentarono a
dismisura.
“ E minchia, così mi
guastano la concentrazione!” Esclamò Mentesana guardando
sconsolato il miglior amico di un uomo che nel suo caso in quel
momento era stato preso per lo scanto, da un abbiocco
fenomenale.
Teresa da perfetta femmina quale era,
si mostrava più interessata a quello che succedeva al piano di
sopra che ai maldestri tentativi del suo amante di risvegliare i
sopiti bollori.
E sopra stava succedendo l’inferno.
Sedie cadute, suppellettili che volavano, urli strepiti e
saette.
“ Qua finisce a schifìo!” sussurrò
Teresa facendo il gesto di alzarsi dal letto.
E in quel momento successe l’eclissi.
Un rumore assordante si udì nella
tromba delle scale. Un misto di qualcosa che cadeva e di urli di
donna.
“ Minchia!” Esclamò Mentefina,
catapultandosi fuori dal letto alla ricerca affannosa dei suoi
indumenti sparsi per tutta la stanza. Un sudore freddo gli
colava giù per la schiena.
Teresa con il suo proverbiale sangue
freddo, intanto si vestiva con calma.
“ Qua a schifìo finisce.” Ripetè e
sembrava un disco rotto.
A quel punto, al di la della porta,
sul pianerottolo e nelle scale si era riversato il palazzo
intero motivo per cui ogni via di fuga sembrava preclusa.
Il ragionier Mentefina dovette
sedersi tanto gli tremavano le gambe. Davanti ai suoi occhi in
tecnicolor la rovina si dispiegava in tutta la sua tremenda
evidenza.
Si vide davanti agli occhi Adelina
che a capo di uno stuolo di avvocati si preparava a fargli la
festa; lo scandalo in paese, i figli che gli toglievano il
saluto, la vergogna del suo nome sul giornale locale, perché
c’era da essere certi che quel gran figlio di puttana e
grannissimo cornuto di Fabio Scalise che ci scriveva, non
avrebbe certo perso l’occasione di gettargli in collo vagonate
di fango.
E mentre così pensava, fissava il
calzino che aveva in mano come se fosse stata l’ultima cosa che
avrebbe visto in tutta la sua vita. Quasi non si accorse della
sirena della autoambulanza che era arrivata.
Intanto Teresa perfettamente vestita
aveva socchiuso la porta per vedere cosa fosse accaduto.
Dalle scale provenivano voci
concitate. Inquilini e passanti si erano riversati nell’androne,
e lungo le scale dove proprio all’altezza del loro pianerottolo
giaceva il corpo apparentemente senza vita della signora del
piano di sopra. Era evidente che aveva scelto il modo più veloce
di sfuggire al suo manesco consorte o forse quest’ultimo che ora
se ne stava in cima alle scale annichilito, l’aveva spinta giù.
E fu allora che Teresa con tutto il
sangue freddo di cui era capace, scavalcò il corpo della donna
distesa a terra e mischiandosi alla ressa che c’era, si dileguò.
Nessuno dei presenti parve accorgersi della cosa.
Il ragionier Mentefina che l’aveva
seguita alla porta, la guardò trasecolato.
Dopo non ci fu potenza. Arrivarono i
barellieri che si accorsero che la meschina era ancora viva e ci
fu un gran traffico per caricare il corpo sull’autoambulanza.
Poi fu la volta dei carabinieri che trovarono il ragioniere
ancora col calzino in mano e lo sguardo vacuo manco fosse stato
lui ad aver buttato la donna giù per le scale. Lo fecero sedere,
gli diedero un bicchiere d’acqua e gli fecero un mucchio di
domande se conosceva i litiganti, se gli aveva visti mai e se
sapeva cosa fosse successo e sopratutto che minchia ci faceva in
quella casa senza calzini e senza camicia.
“ E senza mutande macari!” Si disse
lui, essendosi reso conto che nella fretta e nello scanto del
momento si era dimenticato di indossare il preziosissimo
indumento.
“ L’avevo detto io che oggi era una
giornata fitusa!” Il brigadiere Cellentani lo
guardava comprensivo ma già gli tremava il baffo per la risata
che gli stava salendo alle labbra al pensiero di quando avrebbe
raccontato a sua moglie Concetta di dove e come aveva trovato
Mentesana.
E si poteva essere certi che se lo
sapeva Concetta era come mettere i manifesti in tutto il paese.
In quel mentre squillò il cell del
ragioniere che rispose alla chiamata con la voce che gli
tremava.
Era Adelina: “ Unni si? Picchì no m’arrispunnivi?
Ma chi facisti dopu chi parlasti cu mia?”
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