LA VITA E' UN
SENTIERO TORTUOSO

La vita è un sentiero tortuoso diretto verso il nulla, così
pensava Alibar.
Così pensava e il suo animo era scuro,
pesante, come le sue gambe che divoravano la strada a piccoli
passi frenetici.
Nelle tasche aveva inutili schegge di pensieri, pesanti
nostalgie e dolorosi rimpianti, ma poi sorrise vedendola
arrivare da lontano. Il passo veloce e quel sorriso che lei gli
regalava, come un dono prezioso, come una scheggia di cielo. E
poi gli fu davanti con la sua bellezza tranquilla, con quello
sguardo inquieto e misterioso, e la sua voce
roca, densa e profonda che gli ricordava le estati
della sua giovinezza.
Estati luminose, piene di vento che scivolava sui fianchi
della collina, accarezzando le case, e scotendo le tendine
dei balconi.
E sua madre con le calze arrotolate sulle ginocchia e la sua
bellezza trascurata e spenta, intenta nei lavori di casa. “
Stai fermo Alibar, tuo padre dorme, non fare rumore. Lo sai
che si arrabbia se lo svegli…”
Certo che lo sapeva Alibar. Lo sapeva bene, e rumore mai ne
aveva fatto per tutta la sua vita, camminandoci in punta di
piedi, sussurrando i suoi desideri perché nessuno li
sentisse, e infatti nessuno li aveva sentiti e così si erano
perduti, lasciando vuote scie di nostalgico rimpianto.
E in quelle scie Alibar aveva perduto la strada, smarrendosi
in una vita non sua, che gli era diventata oramai sempre più
estranea.
Ora che il tempo aveva scavato nel suo animo filigrane di
rughe, non era rimasto molto oramai da desiderare.
Tutto definitivamente
stabilito, ogni gioco già fatto, che rumore poteva fare
ancora Alibar, ora che suo padre mangiava la terra da anni e
sua madre era una pallida vecchietta che lo guardava con
occhi luminosi?
“ Non far rumore Alibar, non dare un dolore a tua madre,
mostrando a lei quello che sei, quello che sei diventato per
via dei troppi silenzi…”
E adesso lei, questa donna smaniosa di cui ha incrociato la
strada, per caso, senza volerlo, è l’urlo della vita messo a
tacere per troppo tempo.
“ Ciao Alibar.” Lei gli dice tendendo la piccola mano.
Alibar gliela stringe con un sorriso imbarazzato. E la
stretta è debole e incerta, come il suo sguardo, mobile, che
non osa fermarsi sulle curve morbide del corpo di lei, sulla
dolcezza aggressiva del suo viso.
“ Ciao Stella. “ Sussurra
e poi si schiarisce la voce. E adesso?
Adesso lei lo prende sottobraccio e continua a parlare.
“ Devi farmi un grande favore Alibar. Lo chiedo a te perché
so che posso fidarmi. Tu non ne parlerai con nessuno vero?”
Il silenzio, ecco di nuovo il silenzio, non far rumore
Alibar…
“ Dì pure Stella, se posso con piacere.”
“ Ecco non so come dirtelo, dovresti accompagnarmi in un
posto.”
“ Ma certo! Dove?” Chiede Alibar ma la voce è esitante.
“ Non è così semplice, sai. Devo incontrare una persona…e
non voglio incontrarla da sola. Capisci?”
Alibar non capisce, o forse capisce fin troppo, ma comunque
dice “ Si, va bene, quando?”
“ Adesso se non ti dispiace.” Lo sguardo di lei è febbrile
ora, ansioso che lui possa rifiutare.
Il braccio infilato sotto il suo sembra volerlo spingere,
pressare, verso qualcosa di impellente a cui non bisogna
sottrarsi.
“ D’accordo, dimmi solo dove dobbiamo andare.”
La strada della vita è un sentiero tortuoso, quasi come
questo che stanno percorrendo.
Una strada sterrata che come una ferita solca una campagna
estenuata da un’estate troppo lunga.
Alibar guida la macchina in silenzio e Stella accanto a lui,
tace anche lei, perduta in chissà quali pensieri.
“ Ma in che guaio mi sono messo?” Continua a ripetersi in
silenzio, ma intanto guida veloce, quasi smanioso di
arrivare. A questo punto che altro da fare ci sarebbe ormai?
Si è fatto intrappolare in un segreto.
La casa è immersa nel verde. E’ un vecchio casolare di
campagna, di pietra, un po’ decrepito.
Nella luce rossa del tramonto, ha perfino un aspetto
inquietante.
Davanti alla porta, una range rover parcheggiata.
Bussano. La porta si apre, e l’oscurità nell’interno a tutta
prima li rende ciechi.
La tentazione è quella di voltare le spalle, lasciare la
donna sulla soglia e andarsene di corsa.
La tentazione è continuare a perdersi in quella botta di
vita dell’adrenalina che scorre nelle vene, accendendole di
sconosciuti bagliori.
Nella casa c’è un uomo. Nella penombra Alibar non riesce a
vederlo bene in viso. E’ alto, slanciato senza essere magro.
Se ne sta appoggiato con le spalle alla finestra e aspetta.
Aspetta Stella.
“ E questo chi sarebbe?” Chiede indicando Alibar. “ Te ne
sei trovato già un altro?”
“ Non essere idiota Nero. Mi ha solo accompagnata.”
“ E che, avevi paura di venire sola?” Ma Stella non ha paura
di nulla, Alibar lo sente, e allora perché gli ha chiesto di
accompagnarla dal suo amante? Perché quest’uomo non può
essere che un amante, per il modo che ha di parlarle, la
voce carica di desiderio e di possesso.
Sono distanti eppure fra loro c’è come un’ondata di calore
che avvolge i loro corpi unendoli in un abbraccio
invisibile.
Alibar guarda Stella e come in un sogno gli sembra di
vederla fra le braccia dell’uomo, accettare ricambiandoli i
suoi baci e le sue carezze…intanto Stella continua a
parlare.
“ Devi restituirmi le mie lettere Nero, sono venuta per
questo. Lo sapevi che non poteva durare.”
“ Certo, lo sapevo che tu hai sempre bisogno di carne nuova,
di nuove emozioni che ti riscaldino il cuore morto che
hai…ma quello lì non può certo dartele ( e continuava a
indicare Alibar)quello lì non ha neanche il fiato per
parlare.” Non far rumore Alibar Intanto l’uomo continuava,
la voce arrochita dalla collera.
“ Ma li conosce lui i tuoi vizi segreti? Non ci credo
proprio, con quell’aria da santo che ha.”
“ Smettila Nero. Ridammi le lettere e facciamola finita.” Lo
interrompe Stella con voce dura.
“ Perché non gliele fai leggere?Scommetto che rimarrebbe
sconvolto a vedere di cosa è capace la tua piccola mente
perversa…”
“ Basta !” Si sentì in dovere di intervenire Alibar
“ Ma guarda ha anche la voce, l’amico!” Esclamò l’altro
ironico. Nella penombra della stanza Alibar si sforzava di
vederlo bene. L’uomo aveva un che di familiare e anche il
suo nome… “ E tieni le tue maledette lettere!” Esclamò
quello ad un tratto, tirando fuori dalle tasche dei
pantaloni fogli di carta accartocciati e gettandoli con
rabbia addosso a Stella.
“ Hai cancellato tutte le mail?” Chiese lei, poi senza
aspettare risposta gli si avvicinò.
“ La tua maledetta gelosia ha rovinato tutto. Stavamo così
bene insieme…” Nel dirlo, gli fu vicinissima e Alibar sentì
nella sua stessa carne, l’ascendente che quella donna aveva
ancora sul suo amante. Ora lei si era alzata sulla punta dei
piedi e lo stava baciando, incurante di Alibar che li
guardava.
Non far rumore Alibar, non disturbare. Ora in quella casa
sconosciuta, Alibar si chiedeva cosa ci facesse con
quest’uomo e questa donna che certo avevano molte cose da
dirsi. Cose che lui non doveva sentire e soprattutto non
voleva sentire.
Era stata una pazzia
accompagnare Stella, ma lei gli piaceva così tanto con
quella sua carnalità sfrontata tanto contrastante con tutto
ciò che lui credeva, con tutto ciò per cui aveva vissuto o
non vissuto. Perché era questo il punto forse. Non vivere,
vivendo.
Le donne nella sua vita erano state
pallide ombre, come sua madre lo era stata per suo padre.
Tutto era
stato una pallida ombra, una minestra annacquata e insipida.
E adesso, alle soglie della maturità, sentiva di aver
sprecato tutti i suoi talenti, sempre che ne avesse avuti e
che non ci sarebbero state altre occasioni. Ma Stella era
così solare, così piena di vita, e quando gli sorrideva da
lontano, era come sentire un calore in fondo al cuore.
L’
uomo e la donna continuavano a baciarsi, poi Stella si
distaccò e con una punta di rimpianto nella voce disse.
“ Addio, Nero.” L’uomo non
rispose. Lei rimase a guardarlo ancora un po’, poi si volse
e come un automa si diresse verso la porta, seguita da
Alibar.
Sulla strada del
ritorno, Alibar non trovava le parole. Ogni tanto la
guardava. Il suo profilo misterioso che si stagliava contro
il vetro della macchina, era illuminato dalla pallida luce
della luna.
Erano soli in mezzo a una
campagna indifferente. Chissà lei cosa pensava.
Poi si accorse che
stava piangendo. Piccole lacrime veloci scendevano lungo le
sue guance.
Fermò la macchina.
“ Dai, non fare così.” Le sussurrò.
“ Io lo amo
capisci? Ma con lui non posso continuare. La sua assurda
gelosia, come se io potessi essere solo sua ma, non posso…”
“Infatti come
imprigionare il vento? E tu sei come il vento vero Stella?
Sfiori tutte le cose, le trascini nel tuo vortice, ma non ti
fermi mai.” Era questo che avrebbe voluto dirle, ma non lo
fece. Gli mancò il coraggio di penetrare nella fragilità di
lei, di cogliere il fiore della sua tristezza che lei
inconsapevolmente gli stava offrendo.
Continuava a
guardarla, senza trovare parole da dirle, in quella
occasione unica e irripetibile che, lo sentiva, non si
sarebbe più presentata.
Dovette
accorgersene anche lei, perché fece un gesto di impazienza e
la sua voce era carica di delusione quando disse:
“ Dai, metti in moto.
Riportami a casa.”
Alibar fu preso da una rabbia feroce contro se stesso e
contro di lei, contro la sua bellezza sfrontata che lo
intimidiva, e contro le parole di sua madre” Non far rumore
Alibar” e la sua possessività gelosa che aveva ucciso la
vita dentro di lui.
Cercò di parlare ma dalla sua bocca non uscì alcun suono,
per quanto si sforzasse.
Sembrava che la sorgente delle parole si fosse
definitivamente seccata dentro di lui e senza parole perfino
i pensieri divennero una massa informe, aggrovigliata e
indistinguibile.
Stella intanto lo guardava stupita e forse vagamente
impaurita.
“ Che hai Alibar? Che ti succede?”
Ma lui continuava a muovere le labbra dalle quali non usciva
alcun suono, prigioniero per sempre del silenzio che altri
avevano scelto come suo destino.
Non far rumore Alibar.
E poi d’un tratto gli esplose nel cervello il desiderio
inconsulto di far tacere la voce di Stella che continuava a
ripetergli:
“ Ti prego, riportami a casa, mi fai paura. Che ti succede?
Io non credevo che tu…per favore non farmi del male…”
Che male posso farti Stella se ti amo più della vita,
avrebbe detto Alibar se avesse avuto ancora parole e non
quel silenzio che gli esplodeva dentro come un vortice che
inghiottiva tutto.
E nemmeno si accorse di stringere le mani intorno al suo
collo sottile. Di chiuderle la bocca con un gesto violento
che continuò fino a che lei smise di dibattersi e rimase
immobile, la gonna rialzata sulle cosce bianche…
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