LA VALIGIA DI
PELLE SCURA

"Una donna in piedi sul ciglio
di uno strapiombo fissa incredula il palmo delle sue mani. Sotto
di lei il mare, graffiato dalla luce della luna, trascina
lontano una vecchia valigia di pelle scura".
Gli oggetti sono pezzi
di vita. Sono brandelli del mio corpo, dei miei pensieri, di
tutti i momenti che ho vissuto e che non torneranno.
Mi ci aggrappo come ad
un’ ancora per non disperdermi nel nulla che mi circonda, che ha
invaso la mia anima.
Ho costruito castelli di oggetti, montagne di oggetti;
di alcuni ho perso anche il ricordo del significato che
avevano. Ma continuo a conservarli, ultime vestigia di
qualche incanto dimenticato…
Le mani sono vuote e
fredde. Impolverate e doloranti. La donna le guarda senza
vederle.
Il suo pensiero è nella
valigia di pelle scura, che la corrente trascina via.
Si siede per terra, le
ginocchia fra le braccia e il mento appoggiato sopra. I suoi
occhi hanno lo sguardo vuoto, eppure sorride.
Chi sono io se non
l’insieme del mio passato e del mio presente, testimoniato
dagli oggetti che lo rappresentano? I miei vestiti, i miei
documenti, le mie foto, tutte tessere di un collage che alla
fine fa me. Senza, cosa sarei? Una donna come tante altre,
una scheggia di umanità anonima che respira e vive, ma senza
identità, senza nulla.
La donna ha passato un
pomeriggio memorabile. A mettere in ordine la casa.
Era da tanto che ci
pensava. Il disordine era arrivato al soffitto. C’era un
mucchio di roba inutile.
Perfino cose rotte,
vestiti vecchi, perfino l’abito che indossava alla festa dei
suoi diciotto anni, secoli prima.
C’era il biglietto del
cinema dove aveva dato il suo primo bacio. Era sgualcito e
strappato. Le lettere e i numeri quasi cancellati, ma era
sopravvissuto. Era sopravvissuto al suo primo amore e anche
a quelli che erano seguiti. Era sopravvissuto alle prime
rughe e ai tanti traslochi che aveva fatto negli anni.
Basta, era
sopravvissuto troppo.
Lei non era più la
ragazza che l’aveva acquistato trepidante e goffa.
Quella che si era
seduta tremante accanto a “lui” il giovane corpo teso
nell’attesa di un desiderio ancora sconosciuto e
inquietante…
La donna aveva
strappato il biglietto in minutissimi pezzi.
Ed ecco i quaderni
delle elementari, così ordinati e lindi, con quella sua
scrittura rotonda e tranquilla che negli anni si era fatta
aspra e irta come lei.
Basta anche a loro.
Del resto a che
servivano ormai? Erano sopravvissuti alla bambina che ci
scriveva.
La bambina con le
lunghe trecce rosse e gli occhiali che la facevano sembrare
un topolino timido.
“Quattr’occhi e mezzo
naso!” Le sembrò di risentire le voci delle sue compagne,
quando le gridavano dietro, tirandole le trecce.
Non ci soffriva. Si
sentiva dentro una strana superiorità, un distacco allegro.
Perché era una bambina
piena di luce allora.
Basta, i quaderni erano
sopravvissuti a quella bambina, ingiustamente, e allora via
a fare compagnia al biglietto del cinema.
Guarda! La bambola che
le aveva regalato suo padre, il Natale dei suoi dieci anni.
Non le era mai
piaciuta. Ricordava bene la delusione che aveva provato,
quando aveva aperto la scatola. Eppure era una bella bambola
che sembrava un bambino vero, i riccioli biondi, gli occhi
azzurri, le gambette rosee e morbide, faceva perfino pipì e
diceva con una voce querula: “Mamma…”
Odiosa!
Lei avrebbe voluto una
Barbie, una di quelle che sembravano donne in miniatura e
puoi vestire con bellissimi vestiti eleganti e pettinare i
lunghi capelli in acconciature da principessa…
Mai avuta. E neanche la
macchinina con i pedali e la pistola.
“ Giochi da maschio!”
Aveva sentenziato suo padre. Irremovibile.
Ma la bambola odiosa
era ancora lì. Era sopravvissuta a suo padre che allora non
capì le sue lacrime di delusione e neanche, in seguito,
altre lacrime.
Ma ora che suo padre
non c’era più, non si sarebbe sentito ferito, se lei
l’avesse finalmente buttata, lì dove meritava di stare.
Ed ecco il suo vestito
del ballo di fine anno del liceo. La lunga gonna nera e la
camicetta bianca trasparente che faceva intravedere le
tettine timide. Aveva ancora nella gonna, la polvere della
sala da ballo e le impronte delle scarpe dei suoi molti
cavalieri che l’avevano pestato maldestri.
Non aveva voluto
lavarlo. L’aveva riposto sotto il cellofan così com’era, col
suo odore di sudore e polvere e il profumo di sua madre:
Revange…
Sotto lo stesso
cellofan il suo abito da sposa. Sua suocera aveva detto che
l’abito lungo era fuori luogo dopo anni di convivenza, suo
marito avrebbe voluto un vestito elegante da mettere anche
in altre occasioni.
Ma lei voleva un abito
da sposa. Uno di quelli pieni di volant, con la gonna a
ruota e il corpino stretto. Ne era uscito quell’abito senza
coraggio. Corto con i volant, vistoso e misero al tempo
stesso. Un abito di compromesso, come il suo matrimonio fu
il compromesso fra i sogni e la paura…la paura di viverli
fino in fondo.
Anche l’abito da sposa
andò a fare compagnia al resto, nella valigia di pelle
scura.
Non aveva avuto cuore
di buttarlo negli scatoloni con il resto del vecchiume che
soffocava la casa.
La donna si guardò
intorno. Oltre alla valigia, aveva riempito una decina di
scatoloni.
Li portò con fatica,
accanto al contenitore dell’immondizia giù in strada.
Ma della valigia cosa
fare?
Sentiva un grumo di
dolore alla bocca dello stomaco. Ecco, l’avrebbe portata in
garage e dimenticata in qualche scaffale.
Giunta in garage, fu
presa da un impulso improvviso e incomprensibile.
Mise la valigia nel
bagagliaio della macchina, ci salì sopra e mise in moto.
Non guidava da una
vita, ma portava sempre con se la patente, ormai per
abitudine.
La macchina tossì varie
volte, prima di mettersi in moto, e quando lei premette
sull’acceleratore, rilasciando troppo in fretta la frizione,
fece un gran balzo in avanti che le fece arrivare il cuore
in gola.
Sulla strada poco
traffico. Ma dove stava andando? Seguiva la strada
passivamente, senza pensieri, senza quasi riconoscerla.
Si trovò sulla
scogliera senza sapere come. Il sole stava tuffandosi nel
mare schizzando di sangue un cielo indifferente.
Il mare era agitato e
furioso; alzava grandi sbuffi di schiuma.
La donna fermò la
macchina, scese, aprì il bagagliaio e prese la valigia.
Quello era il posto.
Non ci poteva essere tomba migliore per i frammenti dispersi
della sua vita passata, che la valigia conteneva.
Non senza sforzo,
sollevò la valigia quel tanto che bastava per gettarla giù
dalla scogliera.
Ne seguì il volo
scomposto, gli urti contro la parete di pietra ai quali
miracolosamente sopravvisse, per poi scomparire fra le
volute di schiuma.
La corrente la
trascinava via, facendola apparire e scomparire fra le onde,
fino a che non si vide più del tutto. La donna dopo averla
guardata per l’ultima volta, si sedette, le ginocchia fra le
braccia, il mento appoggiato su di esse.
Dopo un tempo che le
parve interminabile, si decise ad alzarsi per tornare a
casa.
Salì sull’auto come un
automa e mise in moto per prendere la via del ritorno.
La notte era scesa
invincibile, quando arrivò nel suo quartiere e imboccò il
viale dove affacciavano le villette a schiera fra le quali
c’era la sua.
O almeno…avrebbe dovuto
esserci!
Perché non c’era.
Rifece il percorso più
volte, senza riuscire a vederla.
Fermò la macchina. Un
brivido come di panico la prese.
In quel momento vide
uscire un’anziana signora dalla porta di una villetta.
Portava a spasso il cane.
Le andò vicino.
“ Signora mi scusi, può
dirmi dov’è l’abitazione del signor F. ?” Chiese titubante.
La signora la guardò
strizzando gli occhi.
“ CHI?”
“ Il signor F.”
“Ma non abita più qui
da dieci anni! Si è trasferito a Milano.”
La donna trasecolò.
Come a Milano! Questa donna è pazza! Pensò.
“ Ma la famiglia? La
moglie?”
“ Quale famiglia?
Nessuna famiglia da quando gli è morta la madre. Non si è
mai sposato!”
La donna cominciò a
tremare, ma come! Era lei la moglie. Cercò affannosamente
nella borsa, i suoi documenti. Ma al loro posto c’erano
soltanto strani cartoncini bianchi. Nel portamonete carta
straccia. Alzò gli occhi. L’anziana signora, le aveva
voltato le spalle e si stava allontanando.
Provò a richiamarla
indietro, ma dalla bocca non le uscì nessun suono.
Dunque non esisto, forse
non sono mai esistita…
La donna si
guardò le mani. Nel buio della notte appena illuminata dai
lampioni, erano diventate diafane, come trasparenti.
Così anche le braccia
sembravano evanescenti, finché tutto il suo corpo scomparve
in lente e dense volute come di fumo…