LA TERZA OMBRA
Ho chiuso la porta. Il calore fuori è
soffocante, un’ enorme mano di fuoco che artiglia alla gola.
Il vestito rosso fuoco che indosso, mi
si appiccica al corpo come una seconda pelle. Eppure ho appena
fatto una doccia. Una doccia che è stata lunga, lenta, accurata.
Mi guardo indietro. La casa sembra un
blocco di cemento freddo e duro, incombe alle mie spalle
gigantesca e minacciosa.
Non voglio tornarci. Mi sembra adesso che
mi abbia tenuta prigioniera per mesi, per anni. Mi sembra che
ogni oggetto che contiene, formi una maglia della catena che mi
incarcerava.
Gli zatteroni ai piedi, mi fanno male,
avrei dovuto scegliere delle scarpe più comode…
“Frank abbiamo una chiamata.”
L’agente Buck Haverton aveva la camicia appiccicata al torace
possente, era nervoso e aveva sete. Continuava a martellare sui
tasti del pc, parlando in contemporanea con almeno tre auto di
pattuglia, che poi erano tutte quelle di cui disponeva. Diede
una gran manata al ventilatore che faticava perfino a mandare
getti di aria calda. Maledì mentalmente il sindaco che si era
rifiutato di fare istallare un condizionatore nel minuscolo
ufficio.
Grog Town, un pidocchioso buco di culo ai
confini del Texas. Quattro case intorno ad una chiesa, un bar,
un emporio e una stazione di servizio dalla quale non passava
nessuno.
D’inverno il freddo glaciale ti ibernava i
coglioni, mentre l’estate si fondeva.
Da quando ricordava, Buck Haverton aveva
promesso a se stesso di andarsene il più lontano possibile da
li, promessa che non aveva mai mantenuto. Viveva ancora con la
vecchia madre vedova che controllava la sua posta e lo spiava
dal buco della serratura.
Bestemmiò ad alta voce, tanto più che nella
stanza c’era solo lui.
L’agente scelto Frank Brown non rispondeva.
Dove si era infrattato quello stronzo? Sicuramente se ne stava a
fare lo stupido con Rosy, la cassiera del Corvo Rosso invece che
girare di pattuglia come era suo dovere.
Buck se lo immaginava, alto, bruno, capelli
tinti ovviamente perché non era più molto giovane Frankie. Lo
sapeva bene visto che erano stati compagni di scuola, anzi di
banco. Lui aveva sposato Susy, la più bella della scuola, e
l’aveva sempre tradita fin dal primo giorno.
Susy la dolce Susy che a lui, Buck piaceva
tanto. Ma ora Susy non era né dolce, né bella ormai. Si era
trasformata in un virago di 80 chili che nascondeva bottiglie di
wiscky sotto il lavandino della cucina. Fra un tradimento e
l’altro le aveva fatto fare una figlia scema, Ariane. Una
ragazza che ora aveva sedici anni e un cervello di sei, graziosa
come lo era stata la madre, se non fosse stato per quello
sguardo vuoto negli occhi chiari, uno sguardo senza pensieri
dietro.
Ariane vagava per il paese dalla mattina
alla sera, né il padre né la madre si occupavano di lei.
Buck ne aveva pena e spesso le regalava
caramelle che lei divorava estasiata e grata, sgranocchiandole
con i piccoli denti anneriti dalle carie.
Come Buck aveva previsto, Frank era andato
al Corvo Rosso in cerca di Rosy. Quella donna gli piaceva. Era
bella, vistosa, bionda e morbida, le grandi labbra rosse e il
seno accogliente, puttana nel cuore senza esserlo realmente.
Frank adorava la sua risata squillante, con
lei che arrovesciava la testa all’indietro mettendo in rilievo
il collo bianco e teso appena solcato da minuscole vene azzurre.
Rideva delle sue battute stupide e le ricambiava facendolo
sentire il ragazzo che non era più da secoli.
In paese mormoravano tutti, ma lui neanche
l’aveva sfiorata Rosy. Chissà perché oltre le parole non
riusciva ad andare. Rosy non lo incoraggiava ma neanche lo
respingeva, ma poi era sempre inchiodata in quel bar fetente col
marito Edgar a trafficare sul retro.
Edgar un omone di un metro e novanta che
non parlava mai, ma aveva mani che sembravano pale di mulino.
Meglio non sfidarlo troppo.
Al Corvo Rosso però Rosy non c’era, anzi il
locale era chiuso. Frank bestemmiò ad alta voce. La giornata si
metteva male. Tornò in macchina e riaccese la radio che aveva
precedentemente spento per non essere disturbato.
“ Ma dove cazzo ti eri cacciato?” La voce
stridente di Buck, lo aggredì. Frank preferì non rispondere.
“ Abbiamo una segnalazione nella decima,
facci un salto, si sentono urli nella casa di Marco Suarez”
E ti pareva! Sicuramente quel messicano di
merda aveva di nuovo messo le mani addosso alla moglie, oppure
ai figli.
Frank Brown agente scelto, mise in moto
l’auto e si avviò.
Nella decima, un budello di terra battuta
all’estrema periferia del paese, sul marciapiede già c’era un
assembramento di vicini uno più straccione dell’altro. La casa
dei Suarez era poco più che una baracca con le pareti sbrecciate
in più punti e una sedia a dondolo abbandonata sotto la
tettoia. Dall’interno provenivano i pianti disperati dei
bambini.
“ Forse è meglio che chiami rinforzi.”
Pensò l’agente Brown.
Potrei andare a Dallas. Non è così
lontano dopo tutto. Non mi piace guidare, ma d’altra parte sono
tante le cose che non mi piacciono eppure le faccio ugualmente.
Ho preso tutti i soldi che ho trovato in
casa. Quel porco li teneva nascosti, ma figuriamoci se io non li
trovavo. Sono mesi che li cerco.
Questo vestito è il migliore che ho.
Quando lo metto, tutti mi dicono che sono bella. Forse tira un
pò sui fianchi, pazienza. A Dallas ne comprerò degli altri.
Magari alla moda come si vedono in tv.
Non ho portato niente. Ho lasciato tutto
in quella casa maledetta.
Quando ci penso1 Tutti questi anni in
questa fogna di paese. Chi l’avrebbe mai detto? Ci sono arrivata
per caso e ci sono rimasta inchiodata per venti anni. Idiota che
sono stata.
Non avevo scelta…allora…ma adesso...
Mentre chiamava rinforzi, Frank Brown
pensava con disappunto che quella sera sarebbe dovuto tornare a
casa senza la piacevole distrazione delle chiacchiere con Rosy.
Avrebbe di certo trovato sua moglie
istupidita dall’alcol davanti alla tv che parlava sola. E quella
scema di sua figlia, a girovagare chissà dove. Gli sarebbe
toccato cercarla.
Sperando per dio che non si facesse mettere
incinta da qualche balordo!
Frank Brown aveva passato gli ultimi venti
anni a rimpiangere di aver sposato Susy.
Lei era così carina sui banchi della
scuola, ma nel letto, sotto le lenzuola, gelida come un pezzo di
ghiaccio. Ogni volta era come violentare una vergine. Doveva
farsi strada a fatica in quel corpo che lo respingeva con tutte
le sue forze, le membra rigide e tese, le labbra serrate. Era
così umiliante per lui, così deprimente. Molto meglio farsi una
sega!
Quasi subito non l’aveva toccata più, ma
non prima purtroppo di metterla incinta di Ariane. E poi lei
aveva cominciato a consolarsi con la bottiglia. O forse lo
faceva già da prima. Non che la cosa lo interessasse. Né allora
né ora. Neanche la guardava più. Lei era solo un mucchio di
carne sfatta persa nel gorgo dell’alcol, che girovagava come un
fantasma per la casa.
Ma quando arrivavano i dannati rinforzi?
Dall’abitazione dei Suarez non proveniva nessun suono oltre il
pianto dei bambini che però si affievoliva sempre più.
Non era colpa sua dopo tutto.Marco non è
cattivo, solo sfortunato! Pensava Maria Suarez. Ma erano
dieci anni che era sfortunato, da quando aveva perso il suo
primo lavoro. Poi ne aveva persi altri. Li aveva persi tutti.
Le diceva che l’amava e le faceva fare figli, ma soldi non ce
n’erano mai. E lui diventava cattivo.
Maria odiava il buio. Odiava l’oscurità
densa e invalicabile nella quale era immersa da quando Marco
l’aveva picchiata a sangue provocandole il distacco delle
retine.
La picchiava spesso, ma quella volta aveva
esagerato. Sicuramente era stata colpa sua. Maria parlava
troppo, e soprattutto quando non doveva. Il che accadeva quasi
sempre. Lui era così nervoso, si offendeva per nulla. Bastava
anche uno sguardo. Ma poi gli dispiaceva.
Piangeva, le comprava scatole di
cioccolatini per farsi perdonare e continuava a ripeterle che
l’amava.
Quella volta degli occhi, le aveva perfino
comprato un vestito nuovo, all’emporio di Jones. Peccato non
averlo potuto vedere. Lui però aveva detto che le stava bene.
Da quella volta le percosse erano
diminuite, ma non scomparse. D’altra parte la sua cecità lo
rendeva nervoso. La casa era sempre in disordine, i bambini
sporchi, la cena doveva prepararsela da solo. Non avevano
nessuno che li aiutasse. Lei chiusa nella sua prigione di
oscurità alla quale non riusciva ad adattarsi, aveva smesso di
fare qualunque cosa, limitandosi ad ascoltare le voci squillanti
dei bambini, pregando Dio che non si facessero male, che non
uscissero di casa a sua insaputa. Ma che vita era quella Vergine
Santa? Molto meglio la fattoria di sua madre dalla quale era
scappata per seguire quel bel vagabondo dagli occhi scuri che
l’aveva incantata con la musica delle sue parole. Da allora non
aveva più rivisto né i genitori, nè fratelli e sorelle. Non
sapeva neanche se fossero vivi. Una lacrima le scivolò sulle
guance pallide. Sicuramente non l’avevano mai perdonata. Né lei
avrebbe avuto il coraggio di tornare da loro con i suoi quattro
bambini e in quello stato in cui era. D’altra parte a quel punto
ormai era impossibile. Maria si accucciò sul pavimento
aspettando.
Ho tempo a sufficienza. Prima che
qualcuno si decida a venire a vedere, passeranno ore. Sarò molto
lontana da qui a quel punto.
Aveva proprio ragione il mio vecchio
professore del liceo. Ognuno di noi ha tre ombre.
Quella che ci segue o ci precede in una
giornata di sole ed è la prima. Poi c’è quella che rappresenta
quello che abbiamo dentro e che gli altri non vedono. La terza
ombra è quella che sta nascosta anche a noi stessi. Quella che
quando si manifesta ci butta all’aria la vita. Neanche sapevo di
averla ma quella se ne stava acquattata e pronta a venire fuori.
E’ strano, non provo nulla, solo un gran
sollievo. Mi sento leggera. Potrei perfino volare.
Basta spingere appena un po’ sul pedale
dell’acceleratore. Il vento fra i capelli è meraviglioso.
Buck Haverton, si chiuse la porta
dell’ufficio alle spalle, sbattendola così forte che i vetri
tintinnarono pericolosamente. L’auto di Gerry aveva forato sulla
terza. Malcon era andato a casa perché stava male, perciò gli
toccava andare lui stesso a dare manforte a Frankie.
Questo mandava all’aria tutti i suoi
programmi e per di più lo avrebbe fatto ritardare per la cena. E
questo avrebbe irritato molto sua madre. La vecchia l’avrebbe
accolto con le palme questo era certo.
Salì in macchina, mise in moto e partì
sgommando. Le strade erano deserte come al solito. Il sole stava
tramontando sulla prateria riarsa. L’auto nel suo procedere,
sollevava nuvole di polvere finissima. Ad un tratto Buck si
sentì chiamare. Rallentò fino a fermarsi e nel riquadro del
finestrino apparve il viso pallido di Ariane.
“ Hai portato le caramelle Buck?” Non
ora, dannazione, non ora Ariane, pensò Buck. Ma lei intanto
era montata già in macchina, il leggero vestito a fiori nel
salire si era arrotolato sulle cosce tornite.
“Cosa aspetti?” Chiese la ragazza. La sua
voce infantile aveva un che di opaco, di impersonale e
monocorde. Intanto dischiuse appena le gambe, in un gesto che
Buck conosceva bene e che fece aumentare il sudore che gli
gocciolava copioso dalla fronte.
Al diavolo! Pensò lui rimettendo in moto.
“Ma quando arrivano sti rinforzi?” Si stava
chiedendo l’agente Brown. “ Vuoi vedere che mi toccherà entrare
da solo? E se quello stronzo fosse armato?”
Frankie non lo avrebbe mai ammesso neanche
con se stesso, ma era un vigliacco, uno di quelli della peggiore
specie. Nella vita aveva paura di tutto. Non aveva posseduto
neanche la decima parte delle donne che gli attribuivano. Era un
parolaio che amava vantarsi come del resto la maggior parte
degli uomini della città. A parte le puttane dell’emporio di
Jones con le quali si distraeva sempre più spesso dallo schifo
che era la sua vita, l’unica donna che aveva amato, o almeno
creduto di amare, era stata Susy.
Anche nel lavoro era un pavido. Faceva in
modo di arrivare sul luogo del delitto, sempre per ultimo quando
gli altri avevano già agito. Quel maledetto giorno però,
sembrava proprio che nessuno sarebbe arrivato. La resa dei conti
era vicina. E davanti a tutto quel pubblico per giunta! Scese
dalla macchina con le ginocchia che gli tremavano.
Ma guarda come è rosso il cielo
all’orizzonte, e che silenzio! Quante ore mi ci vorranno per
arrivare a Dallas? Fortuna che ho fatto il pieno. Non devo
pensare. Se ci penso è finita. Non devo pensarci e godermi
l’aria limpida di questo tramonto.
Sono libera e solo questo conta…come
venti anni fa, ma allora durò poco. L’ho odiato subito quel
verme che mi cresceva nel ventre aggrappato come una sanguisuga.
Troppo tardi me ne sono accorta. E poi lui lo sorvegliava. Anzi
sorvegliava me. L’unica persona a cui tenesse, mentre io pensavo
che tenesse a me! Non mi toccava nemmeno, mentre il ventre mi si
dilatava come un otre. Gli facevo senso. IO FACEVO SENSO A LUI!
Quella montagna di grasso! Ho sopportato per anni i suoi
silenzi, i monosillabi che si degnava di pronunciare. Ho
sopportato per anni gli urli di quell’altro, la sua prepotenza,
i suoi insulti.
Ma ora affanculo tutto. Finito. Game
over.
Che strano! Pensò Buck mentre tirava su la
lampo dei pantaloni. Il Corvo rosso era chiuso quel giorno. Non
c’era neanche Greg nei paraggi. Il figlio di Rosy, uno
spilungone cupo e collerico, sempre pronto a menar le mani che
gli creava non pochi problemi. Non aveva ricevuto su di lui
neanche una segnalazione fino a quell’ora. Strano che non ci
fosse neanche Edgar. Non era mai mancato da che ricordava.
Quell’omone quasi muto, non aveva mai tenuto chiuso il locale
per tutti quegli anni da che l’aveva inaugurato.
Buck guardò pensieroso Ariane che
sgranocchiava in silenzio le sue caramelle, persa nel suo mondo
sconosciuto. “Devo riportarla dove l’ho trovata” Si disse, poi
guardò l’orologio, era tardissimo. Meglio andare direttamente
nella decima, lei non avrebbe parlato. Non lo faceva mai. Rimise
in moto l’auto, mentre tirava giù il vestito di Ariane, ancora
arrotolato intorno ai suoi fianchi.
A Buck piacevano le ragazzine. Gli erano
sempre piaciute, ma non aveva mai avuto il coraggio di
molestarne qualcuna. Poi era arrivata Ariane. Con lei era
diverso. Era così scema che neanche capiva quello che lui le
faceva, pur di avere la sua razione di caramelle. E poi le
piaceva. Eccome se le piaceva! Mugolava come il piccolo animale
che era, mentre Buck affondava nel suo corpo morbido e docile,
dalle carni sode e abbronzate, che lui avrebbe voluto mordere e
martoriare. Ma stava bene attento a non lasciarle mai segni
sulla pelle e soprattutto a non ingravidarla.
La cosa ormai andava avanti da mesi, anzi
quasi un anno. Era cominciata per caso un giorno di aprile. Lei
vagava come al solito per le campagne.
Era quasi buio e Buck stava tornando a casa
alla fine del suo turno.
Si era fermato per darle un passaggio.
Che diamine! A quell’ora non era saggio
lasciarla in giro, una ragazzina di 15 anni.
Lei all’inizio non si era accorta di lui.
Sembrava assorta nei sui pensieri.
Ad un tratto si era seduta a cavalcioni su
un tronco divelto e aveva iniziato a dondolarsi.
Strusciava lentamente il sesso sul legno,
facendo perno sulle braccia. Buck si era eccitato come non gli
capitava più da secoli. Le era arrivato alle spalle e sedendosi
anche lui sul tronco aveva cominciato ad accarezzarla.
Intorno non c’era nessuno, la ragazza non
aveva reagito, aveva appoggiato la testa al torace di Buck,
lasciando che le sue mani fameliche la esplorassero tutta. Poi
lui l’aveva fatta distendere sul terreno e l’aveva presa
lentamente, facendosi strada nel suo corpo vergine con lunghe
spinte profonde…
Da allora la cercava nei suoi
vagabondaggi, almeno due volte alla settimana. Certe volte anche
tutti i giorni. Era come una febbre.
Tutti mi credono una puttana. Se
sapessero! Detesto il sesso. Detesto farmi toccare da quelle
mani sudice e sudate. Sempre gli stessi gesti, sempre le stesse
parole, che noia! Credono che una donna sia una bambola di carne
da infilzare a più non posso. Stantuffano come pazzi e non sanno
che dentro di me io rido. Si, rido per come sono ridicoli, per
come sono stupidi. Il guaio è che ti lasciano dentro bambini.
Quando sono arrivata qui, non pensavo di fermarmi. Ma poi questo
posto era l’ideale, un buco dimenticato da Dio dove non mi
avrebbero trovata mai. Infatti così è stato per tutti questi
anni, ma cristo quanto mi è costato viverci. Ora grazie a Dio è
finita, sono libera.
Ora posso tornare fra i vivi. Nessuno può
ricordarsi di me, dopo tutti questi anni e meno ancora
riconoscermi.
Frankie teneva la pistola stretta nella
mano sudata. Avanzava verso la casa urlando: “ Marco Suarez,
esci immediatamente con le mani alzate.” Nessuno però
rispondeva. Dalla baracca solo un silenzio innaturale.
Inciampò sui gradini sconnessi e dalla
pistola partì un colpo che andò a conficcarsi nello stipite
sopra la porta. Imprecò buttandosi a terra. Dalla casa nessuna
reazione a parte il pianto dei bambini che ricominciò. Frankie
era terrorizzato. Quel pazzo ora sarebbe uscito e l’avrebbe
ucciso. Cristo! Finire così su quei gradini sudici, in mezzo
alle erbacce e ai rovi!
Il sudore gli scendeva copioso sul viso,
mentre sentiva che il terrore gli stava facendo perdere il
controllo della vescica. Davanti a tutti quei cani per dio! Il
dito sul grilletto si tese inconsapevolmente e partirono altri
colpi in sequenza che frantumarono i vetri della finestra.
Intorno si fece il vuoto. Scapparono tutti.
All’improvviso fu solo. Intorno un silenzio innaturale.
“ Devo entrare. Non ho scelta…” Si disse.
Ancora tremante si mise in piedi e con un balzo fu dietro la
porta. La spalancò con un calcio, pregando Dio che dietro non ci
fosse Marco Suarez armato anche lui. Entrò.
All’inizio non vide nulla. L’oscurità aveva
cominciato a scendere e aveva invaso la casa.
Guardingo si spinse in quella che doveva
essere la cucina. In un angolo gli sembrò di vedere un mucchio
di stracci addossato alla parete. Guardò meglio e lo vide.
Quello che restava di Marco Suarez. Seduta di fronte a lui, o
meglio accucciata, la testa fra le braccia, stava sua moglie
Maria. Stringeva ancora nella mano destra, un coltello da cucina
insanguinato. Frankie rabbrividì. La guardò. Era pallida e magra
fino all’inverosimile, i radi capelli scomposti sul capo,
dimostrava almeno trent’anni più dei trenta che doveva avere.
Sulle braccia sottili, i segni di lividi più o meno recenti. Lei
alzò la testa e gli sembrò che lo fissasse con i suoi occhi
ciechi. Poi aprì la bocca come per parlare, ma dalle labbra
screpolate non uscì nessun suono, però a Frankie sembrò di
sentire distintamente: “ Non potevo sopportare che lo facesse
ancora…” Magari se l’era sognato.
L’agente Brown rimase attonito a guardarla,
mentre dall’ingresso, gli arrivò la voce roca del suo collega
Gerry Holt che bestemmiava con quanto fiato aveva in corpo.
Credevo di rifarmi una vita in questo
buco. E me la sono rifatta, e che vita! Peggiore di quella che
avevo lasciato.Avere accanto un uomo come lui, è stata la
peggiore punizione. Quel suo mutismo, è stata la peggiore
tortura. Avrò sentito la sua voce, una decina di volte in tutti
questi anni! Almeno non mi toccava, per fortuna! Ma un figlio
l’ho fatto lo stesso. Lo avevo già nel ventre quando sono
arrivata qui e non lo sapevo. Che cosa beffarda! Se fosse nato
sei mesi prima avrebbe fatto la fine degli altri. Piccoli
parassiti che si nutrono della tua carne e del tuo sangue. Ma
quando lui è nato quello ci si è affezionato, Dio solo sa
perché! Erano in combutta quei due, per rovinarmi la vita.
Ma alla fine ho vinto io. Ci ho messo
venti anni ma ora sono libera.
Buck lasciò Ariane all’angolo di
casa sua e si diresse verso la casa di Edgar Bloom, tanto era
nel tragitto che doveva fare per arrivare nella decima. Aveva
voglia di vedere come mai il Corvo Rosso era chiuso. La cosa era
così strana da risultare inquietante.
La casa era la più bella della strada. Una
villetta di legno a due piani, color crema col tetto rosso e i
gerani alle finestre. Il cortile era ben tenuto e pieno di
fiori. Rosy davvero ci sapeva fare.
Strano che davanti alla porta ci fosse la
macchina di Greg e che quel mascalzone fosse ancora in casa.
Invece mancava la macchina di Edgar, una berlina di cui lui era
gelosissima e che non faceva toccare a nessuno.
Buck bussò alla porta. Nessuno rispose.
Girò allora sul retro. La porta della
cucina era aperta come prevedeva. Entrò.
Subito percepì un odore dolciastro e
nauseabondo. Quando la sua vista si fu adattata all’oscurità, la
scena che gli si parò davanti agli occhi, lo agghiacciò.
Al tavolo da cucina seduto, anzi prostrato
in mezzo a piatti rovesciati e resti di cibo su cui si addensava
una coltre di mosche, stava Edgar Bloom. Gli occhi spalancati e
la bocca contorta, morto. E non era stata una bella morte.
Cercando di vincere la nausea, Buck si
avvicinò, girando intorno al tavolo e allora vide anche l’altro…
Greg era come accartocciato su se stesso
sul pavimento, un ammasso sanguinolento. Trafitto da chissà
quante cortellate. Buck quasi scivolò sul sangue che inondava le
mattonelle. Ma Rosy dov’era?
Facendo forza su se stesso., Buck si
costrinse a esplorare la casa, ma dopo un tempo che gli parve
lunghissimo, dovette rassegnarsi al fatto che lei non c’era.
Forse l’assassino l’aveva rapita, forse il suo cadavere giaceva
da qualche parte nel cortile o chissà dove. Rosy dalla risata
squillante e dal sorriso contagioso che quando rideva gettava la
testa all’indietro mostrando il collo bianco e profumato appena
solcato da venuzze blu… Si guardò intorno. All’improvviso
quell’ambiente curato e ordinato, violentato dalla furia
dell’assassino, gli parve ancora più squallido della stessa sua
vita. Vomitò in un angolo e poi si precipitò fuori.
Arthur Smile sedeva al bancone di un bar
scalcinato in compagnia di una donna che aveva conosciuto poche
ore prima, appena arrivato in città. Lei era una bruna vistosa,
morbida e procace, dallo sguardo acceso e dalla voce profonda.
Arthur al contrario era un pingue uomo di mezz’età che di
mestiere faceva il rappresentante di commercio. Vedovo da molti
anni si sentiva solo, e per questo spesso abbordava le donne nei
bar. Così aveva fatto con questa. Lei gli aveva detto di
chiamarsi Linda.
Aveva un viso che gli ricordava qualcosa,
ma non riusciva a ricordare cosa.
Le aveva offerto un Martini che lei aveva
prontamente accettato.
Mentre chiacchieravano, di fronte a loro,
oltre il bancone, la televisione stava trasmettendo un vecchio
film. All’improvviso la programmazione fu bruscamente interrotta
dall’edizione straordinaria delle news. Il barman alzò il volume
e la voce metallica dello speacker, invase il locale, facendo
immediatamente smettere il brusio che vi regnava.
“ Una ventata di follia assassina ha
colpito il piccolo centro rurale di Grog Town nel Texas. Un
certo Edgar Bloom è stato assassinato insieme a suo figlio Greg,
nella sua casa a colpi di coltello.
Si cerca attivamente la moglie Rosa Abram
della quale si sono perse le tracce. Il fatto, nel modus
operandi, ricorda un analogo episodio avvenuto circa venti anni
fa in Connecticat, dove un’intera famiglia eccetto la moglie,
fu sterminata nello stesso modo. A breve verrà divulgato
l’identikit della signora della quale non si dispongono foto.
Manca anche l’auto del morto che però finora non è stata
ritrovata. Alcune strade più in là, sempre nello stesso centro,
una donna, Maria Suarez ha ucciso durante una lite il marito.
Nel conflitto a fuoco che ne è seguito, una pallottola vagante
ha colpito a morte il figlio più piccolo della coppia, Tim di
tre anni.
Le autorità stanno indagando sulla dinamica
dei fatti che risulta poco chiara….”
“ Cristo! Sono tremendi questi paesini1
Sembra che non possa succedere mai niente per cento anni e poi
all’improvviso si scatena l’inferno.” Esclamò Arthur Smile,
rivolto alla compagna.
“ Come è vero! “Rispose lei.
“ Non ci vivrei per nulla al mondo!”
Insistette l’uomo.
“ A chi lo dici! “ Esclamò lei e poi
scoppiò a ridere con la sua risata squillante, rovesciando la
testa all’indietro e mettendo in mostra il collo bianco e teso,
appena solcato da minuscole vene azzurre…