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LA RABBIA E’ DOLORE VESTITO DI ROSSO
racconto di Mariagrazia Di Stasi
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La
rabbia è dolore vestito di rosso. Lei aveva quegli occhi che lanciavano
pietre e le sue parole erano scintille d’odio.
Non posso sopportarlo diceva, ma poteva sopportarlo benissimo. Era una vita
che lo faceva. Tenersi dentro quel dolore sordo ome un macigno alla bocca
dello stomaco, come un verme che scava tunnel di angoscia facendosi strada
fra le maglie sfilacciate dell’anima. E sembrava che non arrivasse mai quel
dannato verme, perché continuava a girare e girare su se stesso e dentro di
lei senza fermarsi, senza darle tregua.
Il suo viso allo specchio era sempre lo stesso: i lineamenti tirati, due
pieghe amare all’angolo della bocca.
Si tolse dalle labbra la cicca di sigaretta e la spense con rabbia col tacco
della scarpa.
Lui la guardava. Aveva quell’espressione di cane bastonato che la faceva
inferocire ancora di più. Se avesse avuto orecchie da cane le avrebbe tenute
basse, ma invece aveva piccole orecchie carnose e occhi dallo sguardo
fragile.
Taceva. Lasciava che lei gli urlasse contro, senza muoversi senza fiatare.
E nel profluvio di parole che gli vomitava addosso, ad un tratto lei sentì
con certezza dolorosa che non le capiva affatto. Che le sentiva senza
ascoltarle.
Parlavano due lingue diverse.
Non la capiva la posta in gioco. Ma poi pensò che neanche lei stessa capiva
quella rabbia sterile che la prendeva di fronte alla presunta debolezza di
lui. A quello sguardo mite che lei avrebbe voluto più combattivo, più
rabbioso.
Come quando lui la prendeva fra i fiori dipinti delle lenzuola odorose dei
loro corpi accaldati e lei sentiva i muscoli del suo corpo tendersi come
deve fare un uomo quando possiede un corpo di donna. Con quella forza li che
la teneva ferma, schiacciata contro il materasso sempre più
madido. Con quello sguardo avido e duro.
E quelle mani rapaci che afferravano, esploravano, premevano.
Era così che gli piaceva pensarlo.
Ma quando lui scivolava inesorabilmente nella sua debolezza, le sembrava
svanisse la magia che c’era fra loro e lei non era capace di dirgli che non
riusciva più a desiderarlo. Che aveva bisogno di sentirlo più forte di lei e
non un cucciolo spaurito da consolare.
Non riusciva a spiegargli quel dolore nel fondo dell’anima che si infrangeva
nello sguardo fragile di lui.
Lui cercò di interrompere il flusso imperioso delle sue parole. Aveva
argomenti poco convincenti ma sapeva come esporli. E si muoveva per la
stanza, agitando le mani, con gesti vigorosi eppure infantili e lei voleva
dirgli fermati per dio e ascoltami…Ma ascoltare cosa poi!
Si rese conto che aveva perso il filo dei suoi stessi pensieri. Le emozioni
avevano preso il sopravvento. Le
emozioni? Solo una a dire il vero: la rabbia.
Ma la rabbia per cosa? La debolezza di lui? La sua? La rabbia e basta.
La rabbia delle donne. Secoli di rabbia. Vagonate di rabbia.
Per i soprusi subiti? Per le umiliazioni? Per la propria debolezza? Per
quella incapacità di ribellarsi se non in inutili gesti sterili?
Poi si accorse che aveva dentro un nervo scoperto che faceva male ma non
perché era una donna, ma solo perché era lei, fatta a quel modo sbagliato
con quel cervello che macinava pensieri, tornando sempre indietro, spirali
su spirali di sensazioni, di parole, sempre quelle, sempre. Prigioniera
della sua disperazione, della sua inettitudine, della frustrazione di non
riuscire a vivere rispettando se stessa.
Lui smise di parlare. Era inutile. Il silenzio ostile di lei era la prova
dell’incapacità dei suoi discorsi di penetrare lo spesso muro della sua
ostilità diffidente.
Si sentì stranamente impotente nel suo amore che non riusciva a salvarla da
se stessa.
Da quell’ansia invincibile di distruzione che la prendeva talvolta in certi
giorni duri che attraversava affannosa.
Giorni come quello in cui la sua vita sembrava inciampare in un disgusto
rabbioso per tutto e per tutti, compreso lui, compresa se stessa.
E che poteva fare lui se non abbracciarla? Che poteva fare?
Ma lei non voleva. Sentiva il suo corpo ritrarsi ostile.
Persino le labbra che aveva morbide e carnose, lo respingevano.
Lei sedette, continuando a guardarlo. E si trovò a pensare a quando era
bambina e sua madre leggeva una rivista, mentre lei giocava, seduta sul
pavimento. Nel silenzio.
Era quella, la rabbia di sua madre. Il silenzio.
Sua madre non alzava mai la voce. Aveva occhi distanti dallo sguardo chiuso
su pensieri immobili. Certe volte sembrava una foto di donna senza
dimensioni se non quella dell’immagine esteriore. Una foto di donna che si
muoveva per casa, faceva le faccende, leggeva le riviste. Una foto senza
pensieri, senza parole da dire.
Ma ora capiva che era la rabbia. La rabbia nascosta della sua infelicità,
che la faceva muovere come un automa nella piccola casa silenziosa.
Non parlava; non le parlava. Cresceva sua figlia a immagine di se stessa,
con quel senso di inferiorità latente, sottile e infido che le fava
abbassare gli occhi di fronte al suo uomo per sfuggire alle rabbie inutili
di lui. Improvvise, senza ragioni apparenti. Fragorose come un temporale che
annuncia l’autunno. Ma l’odiava.
Chinava gli occhi e lo odiava odiandosi. E sua figlia la stessa.
Devi, devi, devi…e mai Vuoi, vuoi, vuoi.
Devi fare questo o quello, devi essere questo o quello, devi e basta e non
importa se non vuoi, se vorresti qualcosa di diverso. Non importa quello che
vuoi, importa solo quello che meriti e tu non meriti nulla, tu sei piccola
sei stupida, non capisci, sei una donna…
E così che si nutre la rabbia delle donne verso gli uomini, verso se stesse.
E’ un cancro che vive di sangue e carne. Che si nasconde negli anfratti del
cuore, negli angoli bui dell’anima e non importa che tu sia bella o brutta,
intelligente o stupida, buona o cattiva, comunque sei piccola, sei stupida,
non capisci…E’ così che ti vedi anche nel vestito più bello, sotto il trucco
più sofisticato e non ti piaci. Non ti piaci mai.
Questo pensava la donna mentre lo guardava smarrendo all’improvviso, il
solco dei discorsi di lui e dei suoi stessi pensieri.
“ Quest’uomo mi ama” si diceva e le sembrava impossibile. Come poteva amare
lui…una donna…lei?
Le donne non si meritano di essere amate, forse possedute, forse
maltrattate, forse messe sul piedistallo perché non pensino, non vogliano,
non cerchino un rispetto impossibile da pari a pari. O era lei che non lo
meritava ed essere donna era una cosa irrilevante a quel punto?
Sua madre era una donna spenta che aveva rinunciato ancora prima di esserne
consapevole.
Lei la guardava e pensava sempre Come odio la debolezza delle donne!
Allora era un’adolescente ribelle e risoluta dall’anima fragile come un
cristallo che presto qualcuno avrebbe frantumato.
Suo padre il primo grande amore della sua vita. L’irraggiungibile obiettivo
del suo desiderio di significare qualcosa, di essere qualcuno e non soltanto
la bambina che è piccola, che non capisce, che è meno di niente perché mi
hai deluso, figlia mia!
E lei non capiva perché l’avesse deluso, era brava a scuola, era buona, non
faceva mai niente di sbagliato e allora perché? Ecco perché! Era lei ad
essere sbagliata…Non poteva che essere
questa la ragione. Si portava dentro il peccato originale di essere quella
che era, e suo padre non glielo perdonava. E non importa se era bella,
buona, se era brava, era sbagliata e basta, senza speranza.
Nessuno mai l’avrebbe amata. Se non ci riesce tuo padre chi altro potrebbe
farlo?
La rabbia di una donna si nutre dell’amore mancato. Del vuoto che lascia un
padre che non riesce ad amarti. Perché sei una donna? O perché semplicemente
sei tu? Non riusciva a capirlo; non l’avrebbe saputo mai. Suo padre aveva
nascosto le ragioni del suo respingerla, in un silenzio impenetrabile, in un
distacco invincibile.
Abbracciami papà, abbracciami non darmi solo quei baci formali e freddi
sulla guancia…Ma lui non l’abbracciava mai. Era questa la ferita. Non
l’abbracciava perché lei non lo meritava.
La rabbia delle donne, il senso invincibile del rifiuto che ti porta a
cercare l’ennesimo maschio che ti ferisce, che ti usa che ti uccide, per
conquistarti l’illusione di un’improbabile rivincita.
Lo guardava. Lui era così dolce, lui l’amava eppure non sapeva quando la
offendesse la sua fragilità, quel suo
arrampicarsi fra le maglie di pretesti inaccettabili e banali per spiegare
ciò che non poteva essere spiegato. Tornare indietro era impossibile.
Tornare al punto in chi lui l’aveva ferita. La rabbia la inchiodava nel
limbo di un rancore senza rimedio. Qualunque cosa lui avesse detto o fatto,
era oramai inutile. Era come cadere dall’alto di un dirupo. Anche se vuoi
non ti puoi fermare, non puoi tornare al punto in cui il tuo piede è
scivolato nel vuoto, per impedire che questo accada. Ora la donna non poteva
fare altro che cadere e cadere, pregando solo che finisse presto quel dolore
lancinante nel buio del cuore. Ci sono gesti a cui non c’è rimedio, si può
solo sperare che siano presto sostituiti da altri gesti che permettano di
dimenticare.
Questo pensava lei guardandolo. La rabbia delle donne si mangia il tempo. Si
mangia l’amore, qualunque cosa. E’ l’ossessione che divora, il vortice che
ti inghiotte, il mostro che vuole sangue e dolore e solo allora si placa.
Lui non capiva. Cercava di placarla senza sapere che doveva dare qualcosa in
pasto a quel dolore e a quella rabbia. Ma non aveva niente da dare, niente
di cui fosse consapevole. Non riusciva a darle che se stesso, ma a lei non
bastava. Non era lui il nemico da distruggere e annientare.
Alla fine tacquero entrambi. Nella stanza, piano era scesa la sera. Il buio
rendeva indistinti i contorni delle cose, mischiava le carte. Tutto si
confondeva.
Lei pensò: “C’è solo buio, dentro e fuori di me.
Buio che uccide.