LA CAREZZA DEL DIAVOLO
Se ne stava lì, sontuoso, elegante e
magico, mollemente indossato da un manichino, un vestito da donna rosso
corallo.
Il suo prezzo insolitamente alto per
i saldi di fine agosto, faceva si che molti dei passanti che si
fermavano a guardarlo, tirassero dritto dopo pochi istanti, senza
nemmeno entrare nel negozio.
Il negozio d’altra parte, non
invogliava ad entrarvi.

Si trattava di una botteguccia
dall’aspetto anonimo e scomposto, con una vetrina illuminata male e
addobbata peggio, in cui il vestito emergeva come un gioiello in mezzo
ai rifiuti.
Anzi, quell’abito, era talmente in
contrasto con la scena che lo conteneva, da sembrare piovuto da chissà
quale altro mondo, per uno strano capriccio del destino.
Eppure Ludmilla Cecova, non riusciva
a staccargli gli occhi di dosso.
Quanto era bello! La linea sinuosa e
appariscente senza essere volgare, la profonda scollatura ovale, fatta
apposta per evidenziare seni rigogliosi, la gonna morbida e irregolare,
avrebbero modellato il corpo di una donna, quasi come un provetto
scultore.
Ludmilla, trasse fuori dalla sua
consunta borsetta di strass così poco adatta all’ora e alla situazione,
un portafoglio di finta pelle altrettanto malandato, e ci guardò dentro
pensierosa.
Con qualche ora in più di lavoro, e
un volenteroso sconto da parte del negoziante, il vestito avrebbe potuto
essere suo.
Javrosh non sarebbe stato contento,
anzi sarebbe stato addirittura furioso, ma al diavolo Javrosh e quella
sua faccia da guitto di provincia, con quei baffoni spioventi e i
piccoli occhi furbi e cattivi.
Di lui aveva ricordi dolorosi e mai
avrebbe potuto liberarsi della nausea, mista alla paura, che le
provocava la sua sola presenza. Ma il desiderio del vestito era troppo
forte, e Ludmilla ci lasciò il cuore, mentre a passi lenti, si
allontanava per la strada che già cominciava ad sfumarsi per le prime
ombre della sera.
Teresa aveva strani occhi miopi, che
la costrinsero a increspare le palpebre, per ammirare il bel vestito
rosso che era in vetrina.
“ E’ volgare!” Si disse, facendo una
smorfia con le labbra sottili. Eppure !…
Eppure quel vestito le piaceva.
Provò ad immaginarselo addosso.
Certo non era più giovanissima, anzi
non lo era affatto. E poi aveva un corpo robusto su gambe corte dai
polpacci carnosi. Per non parlare del viso.
Anonimo a dir poco. Un viso piatto di
ragazza vecchia, dall’espressione polverosa e austera, sul quale mai,
per quel che ricordava, si era posato lo sguardo tenero di un uomo.
“ La gonna è ampia e le gambe le
nasconde, la scollatura, beh! Il mio seno non è male. Chissà…”
Pensava lei, mordendosi le labbra. Ma
non si decideva, sentendosi vagamente ridicola, a desiderare qualcosa di
così poco adatto a se e alla sua età.
“ E poi il prezzo! Con tutti i saldi!
Ma che ladri!”
Intanto pensava ai suoi risparmi più
che sufficienti a concedersi quella pazzia.
Lavorava, ed era una donna sola
dopotutto. Aveva scarse necessità e pochissimi desideri. I suoi risparmi
sarebbero stati più che sufficienti.
“ Sono pazza.”Si disse, entrando nel
negozio. Ma era già contenta.
Giulia aveva gli occhi tristi.
Grandi occhi scuri e senza luce. Quella luce interiore che da la
serenità.
Il corpo sodo come racchiuso nel
bozzolo di una solitudine interiore che la cingeva come una corazza.
Camminava per strada assorta, senza
guardarsi intorno. I bambini dalla suocera, era uscita per commissioni
che neanche ricordava.
In realtà voleva soltanto restare
sola con se stessa. Si era fatta prendere da una inconcepibile pazzia,
per un uomo che non l’amava, dimenticando Giorgio il compagno di sempre.
“ Non posso più sopportare questi
tuoi silenzi, quello sguardo da cane bastonato che trascini per la
casa…” Le diceva lui dolorosamente paziente.
“ Ho capito sai, cosa ti passa per la
testa. Ti voglio bene, lo sai, ma non sopporto più averti accanto in
questo modo. Se è lui che vuoi, abbi il coraggio…”
Il coraggio di cosa? Di lasciare un
uomo che le voleva bene, la sua casa, la sua famiglia, per il niente,
visto che l’altro non l’amava affatto e forse se la rideva di quella sua
passione.
Fra loro non c’era stato niente.
Qualche parola frettolosa e qualche sguardo di troppo. Tanto era bastato
a lei per scoprire la potenza del suo desiderio. La forza del rimpianto
per una vita diversa che non riusciva neanche a immaginare, ma che pure
doveva esserci, da qualche parte ad aspettarla.
Ora che il tempo le scivolava dalle
mani, e gli anni fuggivano come i grani di sabbia in una clessidra, le
sembrava di dovere afferrare l’attimo e viverlo a tutti i costi, a
qualunque prezzo.
Dare tutto per non avere niente,
anche quello, forse, anche quello…
“ Non ti aspetterò ancora per molto.”
Gli aveva detto Giorgio quella mattina stessa.
“ Se non posso averti com’eri, non ti
voglio affatto.”
E com’era lei? Una mogliettina perfetta, carina
quanto basta, affettuosa e accorta, sempre presente certo, e con
l’inferno dentro, dei desideri irrisolti, delle parole mai dette, di
troppi silenzi e di poche carezze…
E poi lo vide.
Un bel vestito rosso, il colore del
corallo, così morbido e ricco. Un sogno.
“ Con quello addosso, si accorgerebbe
di me finalmente. Gli piacerei di certo…” E già si immaginava, passargli
davanti, facendo finta di non vederlo, ma sentendo il suo sguardo sulla
pelle come una carezza.
“ Non sono niente male dopo tutto.”
Cercava di convincersi.
Il prezzo era alto, ma non è mai
troppo alto il prezzo di un desiderio così profondo e radicato, com’era
il suo di vivere un sogno.
Guardò la sua immagine riflessa. Dove
si era perduta la ragazza che era stata? In quali anfratti della vita si
erano spente le sue illusioni e i sogni della sua giovinezza.
Eppure fino a poco tempo prima, non
ci aveva badato, rassegnata forse ad una serenità discreta alla quale
Giorgio l’aveva abituata.
L’incontro con Marco, era stato
fatale. Da quanto tempo l’aspettava senza saperlo?
Ora questo magnifico vestito,
l’avrebbe comprato soltanto per lui. Perché lui la “vedesse” finalmente.
Perché lui si accorgesse del suo esistere.
Con un sospiro, tirò fuori la carta
di credito.
“ Le sta d’incanto, signorina.”
Stava dicendo il negoziante, guardandola con aria compiaciuta.
Ludmilla, si lisciò soddisfatta il
vestito sui fianchi torniti. Aveva vent’anni, ma ne dimostrava dieci di
più. Piccole rughe di inquietudine, contornavano i suoi occhi di un
celeste sbiadito.
Ma il rosso metteva in risalto il
biondo naturale dei capelli e la pelle rosea di ucraina di cui era
orgogliosa.
Il suo corpo forse un po’ troppo
pieno, era scolpito magnificamente dalla linea avvolgente dell’abito.
I sandali argentei col tacco a spillo
che indossava, si armonizzavano perfettamente.
Ludmilla, guardò il negoziante, un
uomo piccolo e grasso, con una gran corona di capelli di un grigio
sporco intorno alla chierica, e piccoli occhietti furbi dallo sguardo
obliquo.
“ Va bene, lo prendo.” Gli disse
soddisfatta.
Al diavolo Javrosh. Farà l’inferno
questo è certo. Pensava fra se con una vaga inquietudine. Aveva speso
tutto il guadagno della giornata.
Ludmilla alzò le spalle. Non voleva
pensarci e non ci avrebbe pensato.
“ Voglio tenerlo addosso. Mi incarti
i miei vecchi abiti.” Disse al negoziante e si accinse a pagare.
Teresa si guardò allo specchio
pensierosa. D’altra parte il vestito non poteva certo fare miracoli. E
se almeno quello stupido ometto avesse smesso di fissarla! Si sentiva
così in imbarazzo.
“ Signora!” “ Signorina, prego! Non
sono sposata.” Puntualizzò lei.
“Signorina, allora, ho qui delle
scarpe più adatte a questo abito, di quelle che lei indossa. Le provi!
Dovrebbero essere della sua misura. Se acquisterà il vestito, gliele
cedo in omaggio.” Disse lui paziente, tirando fuori da chissà dove un
paio di chanel di vernice nera, dal tacco non troppo alto ma sottile. Un
paio di scarpe veramente eleganti che a Teresa piacquero subito.
Si affrettò ad indossarle.
Ora si!
Si guardò ammirata. Non sembrava
neanche più lei. Che dire? Appariva più slanciata, più magra, più
giovane.
Teresa non credeva ai suoi occhi. Si
girò su se stessa, guardandosi da tutte le angolazioni.
Una giovane donna, quella che non era
mai stata, le sorrideva dallo specchio.
Il vestito le aderiva sui fianchi,
mettendone in evidenza le rotondità, il seno pieno sembrava esplodere
attraverso la stoffa sottile, il cui colore vivido accendeva di luce i
suoi occhi. Dov’era finito lo sguardo spento che aveva sempre? E il giro
vita? Possibile che fosse così sottile e che lei non se ne fosse mai
accorta? Teresa sorrise.
“ E’ caro, ma lo compro. Anzi voglio
tenerlo addosso. Mi impacchetti pure tutto il resto.” Disse alludendo ai
suoi abiti e alle scarpe abbandonati in un angolo.
Il negoziante sorrideva compiaciuto
continuando a parlarle con fare adulatorio.
“ Vedrà che non se ne pentirà
signorina. Le mie clienti non restano mai deluse. Ottengono sempre
quello che veramente vogliono…”
Qualcosa nel tono dell’uomo, attirò
l’attenzione di Teresa che alzò gli occhi e lo guardò inquieta. L’ometto
però era tutto preso a confezionare il pacchetto che poi le diede.
Teresa uscì nella strada su cui il
sole lentamente tramontava.
“ Signora, non ho il pass per la
carta di credito. Ma se il vestito le piace, lo prenda. Mi pagherà
domani.” Giulia guardò pensierosa il negoziante pensando: “ Ma se
nemmeno mi conosce sto’qua!”
Eppure non aveva proprio voglia di
togliersi il vestito di dosso per indossare di nuovo i suoi abiti, e
andare al più vicino bancomat a prelevare.
“ Ma, non saprei…” Si provò ad
obiettare.
“ Niente ma, signora. Provi queste
scarpine di capretto bianco. Sono della sua misura ad occhio, e si
armonizzano col vestito.”
Era vero! Appena le mise ai piedi, a
Giulia sembrò di camminare su una nuvola.
Si guardò allo specchio. I suoi
capelli ramati dal taglio sbarazzino, brillavano di riflessi di fuoco,
come le sue guance appena arrossate. Lo sguardo era luminoso sulla pelle
chiara del viso. Il corpo snello era eretto come non lo era mai stato, i
piccoli seni, alti, di ragazza, sembravano bucare la stoffa.
“ Dio! Sono quasi bella!” Pensò, e lo
era davvero con quella luce di felicità che gli covava negli occhi.
“ Farò finta di passare davanti a
casa sua, per caso. Chissà, potrei anche incontrarlo.” Pensò e il
respiro le si fece affannoso. Il negoziante la guardava soddisfatto. I
suoi piccoli occhietti furbi avevano la vuota fissità di quelli di una
serpe.
“ Questo tizio non mi piace, e questo
negozio è orribile.” Si disse Giulia ma poi tornò a guardarsi nello
specchio.
Non riusciva a staccare gli occhi
dall’immagine riflessa. Era lei eppure non lo era. C’era tutta la sua
giovinezza perduta, la voglia di vivere, l’allegria del “ Prima”. Prima
di Giorgio, prima dei figli, prima…
Povero vecchio Giorgio, così
prontamente dimenticato, dietro l’immagine di Marco , la sua bellezza
trascurata e noncurante. Marco che non l’amava ma forse ora l’avrebbe
desiderata, forse…
“ D’accordo, lo prendo. Passerò a
pagare domani. Ma le scarpe?”
“ Le scarpe sono omaggio della ditta
ad una così bella signora.” Rispose l’ometto con voce suadente.
“ Voglio proprio entrare a prendere
una tazza di te, in quel locale alla moda in via Condotti. Li non le
fanno entrare quelle come me. Ma stasera, con questo vestito sono una
signora, e poi conosco l’italiano meglio di loro. L’ ho imparato bene in
appena sei anni. Mi siederò al tavolino e dirò cameriere! E quello dovrà
servirmi. Si. Sarà una bella soddisfazione.”
Ludmilla si bagnò le labbra carnose e
affrettò il passo. C’era tempo fino all’appuntamento con Javrosh.
Camminava spedita, incurante degli sguardi di ammirazione che gli uomini
le rivolgevano. Aveva nausea degli uomini Ludmilla, che fossero belli o
brutti, giovani o vecchi, magri o grassi, erano tutti porci. Avevano
distrutto la sua infanzia e profanato la sua adolescenza. I suoi
vent’anni ne contenevano cento.
Entrò al “Cervo d’oro” a testa alta,
le spalle erette, senza guardarsi intorno e andò a sedersi ad un
tavolino centrale.
“ Vuole ordinare signorina? O aspetta
qualcuno.” Le chiese un cameriere premuroso
“ Mi porti un te, per favore, e una
pasta alla crema.” Disse Ludmilla con voce fredda.
Il te fu seguito da un succo di
frutta e da un’altra pasta. Intanto il locale si era riempito. Non c’era
più un solo tavolo libero. Tutta bella gente elegante, con bei vestiti e
gioielli. Ludmilla si guardava intorno incantata. Non aveva nessuna
voglia di andar via. Avrebbe voluto restare lì dentro per l’eternità.
Ad un tratto una voce giovanile la
riscosse dai suoi pensieri.
“ Scusa! Ti dispiace se mi siedo al
tuo tavolo? Ho appuntamento con certi miei amici, ma gli altri tavoli
sono occupati…”
Ludmilla si voltò in direzione della
voce, e si trovò davanti una ragazza.
Alta, magra, vestita di un jeans
tutto tagliato, ma che denunciava dal marchio di essere molto costoso, e
sopra un top nero di strass molto scollato, doveva avere più o meno la
sua età, ma a Ludmilla sembrò un’aliena.
Senza aspettare risposta, la ragazza
si sedette e prese a chiacchierare cordialmente. Fatte le presentazioni,
Sofia, così si chiamava, raccontò che aspettava i suoi amici per andare
ad una festa, e giù a descrivere questa festa con tutti i particolari,
gli invitati, la musica. Ludmilla la guardava rapita. Una festa! Lei non
aveva mai partecipato ad una festa di quel tipo. Anzi non aveva mai
frequentato giovani della sua età, ma solo uomini alti, bassi, giovani,
vecchi, grassi, magri…
La ragazza parlava senza pause con la
sua voce guizzante. Ad un tratto disse:” Senti. Perché non vieni anche
tu? Hai il vestito adatto. Dai! Ci divertiremo. Guarda, manco li
aspettiamo questi cafoni dei miei amici. L’indirizzo lo conosco.
Possiamo andarci subito.”
Ludmilla spalancò la bocca per lo
stupore. La stava invitando! La stava invitando davvero! Proprio lei
Ludmilla Cecova, un’ucraina qualunque senza permesso di soggiorno.
Quando le sarebbe capitata un’altra occasione? E Javrosh? Al diavolo
Javrosh.
“ D’accordo, verrò volentieri.”
Rispose, e la sua voce nel mormorio diffuso del locale, sembrò quasi un
sussurro.
Teresa camminava per strada come in
trance. Non voleva proprio rincasare in una serata così bella, e poi
sarebbe stato un peccato con quel bel vestito appena acquistato.
D’accordo, era stata una pazzia. In
che occasioni avrebbe potuto indossarlo? Lei non frequentava nessuno,
non andava mai in nessun posto.
“ Vorrà dire che comincerò adesso.”
Si disse ad alta voce continuando a camminare nelle sue scarpine
eleganti, conscia degli sguardi di ammirazione che la seguivano. Ed era
la prima volta in vita sua!
Non l’avrebbe creduto possibile. Non
era mai successo, e poi dicono che l’abito non fa il monaco!
“ Signorina! Signorina!” A un tratto
si sentì chiamare.
” E’ un pezzo che cerco di
raggiungerla, ha dimenticato questa busta nel negozio di mio zio.”
La busta con i vestiti vecchi! Se
l’era dimenticata.
Teresa si girò e si trovò di fronte
il ragazzo più bello che avesse mai visto. Alto, bruno, con una gran
massa di capelli scuri e una pelle naturalmente ambrata.
Forse il suo viso non era poi
bellissimo, con quei piccoli occhi chiari dallo sguardo freddo, ma il
sorriso era simpatico.
Lo ringraziò, ma lui non sembrava
intenzionato ad andarsene. La guardava ammirato, in un modo in cui
nessuno l’aveva guardata. Eppure doveva avere come minimo dieci anni
meno di lei.
Si misero a chiacchierare. Anzi era
lui che chiacchierava, lei si limitava a guardarlo dicendosi che non era
bello dare confidenza agli sconosciuti.
Ma non poteva farne a meno. I suoi
occhi trasparenti la incatenavano. Vi leggeva un ammirazione che lei non
aveva mai conosciuto. La sua voce carezzevole, le intorpidiva i sensi
come una droga.
Cominciarono a passeggiare. Teresa si
scoprì a raccontargli di lei, della sua vita, della sua solitudine.
Lui era un buon ascoltatore,
rispondeva al momento giusto, sollecitandola a continuare nelle sue
confidenze. Con fare distratto le sfiorava il braccio con le mani
nervose, procurandole piccoli brividi di sconosciuto piacere.
Andarono a cenare in una piccola
trattoria. E a lei non dispiacque di pagare il conto, pur di non
interrompere quell’incontro.
Non seppe mai né come né perché, ma
ad un tratto si trovarono sotto casa sua e Teresa, inorridita di fronte
alla sua stessa audacia, lo invitò a salire…
Giulia si diede della stupida. Ferma
sotto la casa di Marco, mentre la notte scendeva sopra la città, non
sapeva cosa fare.
Suonare il citofono? Assurdo, non se
ne parlava nemmeno. Come aveva potuto pensare di incontrarlo per caso
sotto il portone? Queste cose accadono solo nei film.
Intanto si faceva tardi. Forse era il
caso di tornare. E così si avviò, mentre la delusione le appannava lo
sguardo. Il vestito, tutti quei sodi che domani avrebbe dovuto pagare,
tutto inutile.
Aveva appena girato l’angolo, che una
macchina le si affiancò, e una voce fin troppo nota le disse:
“ Giulia! Che diavolo ci fai da
queste parti?” Marco la guardava ironico e il suo sguardo rendeva
superflua la domanda.
Lei si fermò confusa, senza sapere
cosa dire. Balbettò qualche scusa poco credibile mentre lui la guardava
sornione in un modo che la fece arrossire di dispetto.
“ Ma come sei elegante! Questo
vestito ti sta benissimo. Sei a caccia di conquiste?” L’avrebbe
schiaffeggiato, ma si sentiva come una ragazzina al primo appuntamento.
“ Dai sali.” Esclamò lui.” E’ quasi
ora di cena, ti offro un aperitivo.”
Giulia avrebbe dovuto dire qualcosa,
magari rifiutare cortesemente con qualche scusa, ma non aspettava altro
e aveva il cuore al galoppo, mentre gli si sedeva accanto, inebriandosi
della sua colonia che l’avvolse come una nuvola.
Dopo l’aperitivo, lui la invitò a
cena in una trattoria di periferia nella quale Giulia si sentì a disagio
nel suo vestito eccessivamente elegante. Ma lui parlava, parlava, ora
scherzoso ora pensieroso di una ragazza che gli piaceva, del suo lavoro,
dei suoi pensieri, permettendole talvolta di intromettersi nel fluire
distratto e contorto dei suoi ragionamenti. Ad un tratto squillò il
telefonino. Giorgio! Giulia infastidita lo spense…
La casa era lussuosa. Una vera villa.
C’erano tanti ragazzi e ragazze della sua età, musica ad alto volume,
liquori. A Ludmilla sembrava di vivere un sogno.
Ogni tanto il ricordo di Javrosh, si
intrometteva, fastidioso, nei suoi pensieri. Lo scacciava subito, niente
avrebbe dovuto rovinare quell’incanto.
Fu presentata a tutti, quasi fosse
una di loro. Qualcuno cominciò a farle la corte, mentre le ore
scivolavano dolcemente nella notte.
Fra un ballo e l’altro, fra
chiacchiere fatue che a lei sembrarono comunque piacevoli, il tempo
passava senza che se ne accorgesse.
Gli ospiti cominciarono ad andar via.
Alla fine rimasero in dieci. Qualcuno ad un tratto tirò fuori una
polverina bianca che Ludmilla conosceva fin troppo bene e che aveva
sempre rifiutato di prendere.
“ Provala!” La esortavano i suoi
nuovi amici. Ludmilla si guardò intorno. Dov’era Sofia? Era andata via?
“ Provala!” Continuavano quelli, e le
erano tutti addosso come piccoli lupi famelici. Le iridi dilatate, le
narici frementi.
“Vedrai ti farà stare bene. Come ti
divertirai, dopo.” Ludmilla si sentì smarrita. Che fare? Voleva essere
una di loro, almeno per quella notte. Che sarà mai, si disse, per una
volta?
Teresa, si guardava incredula, come
dall’esterno, mentre fra le braccia del ragazzo sconosciuto, rispondeva
ai suoi baci e alle sue carezze.
Il bel vestito rosso buttato in un
angolo, era tornata ad essere se stessa, una donna non più giovane, sola
e certe volte disperata. Possibile che lui non vedesse il suo corpo non
più fresco, o il suo viso anonimo e spento?
Come aveva fatto ad arrivare a quel
punto? Ma lui l’abbracciava come se l’amasse. I gesti pigri e dolci con
cui esplorava il suo corpo! Con movimenti lenti la spinse, quasi suo
malgrado nel mondo del piacere.
Lei si scoprì a cercare sensazioni
sconosciute sulla pelle liscia di lui. Avrebbe voluto che quella notte
non finisse mai. Avrebbe voluto dilatare le ore e i minuti,
all’infinito, in quel languore denso che l’avvolgeva come un vapore.
Lui le sussurrava parole d’amore che
lei non conosceva ma a cui faceva finta di credere, presa nel vortice
del suo stesso desiderio che esplodeva in lei, dopo anni di silenzio. E
tutta la sua vita si disciolse, in quell’attimo supremo in cui il tempo
sembrò fermarsi, sfiorando l’assoluto…
Dopo, scivolò in un sonno profondo e
senza sogni.
Un motel. L’aveva portata in un
motel, neanche a casa sua.! E lei? Perché ci era andata?
Eppure si trovava lì, in quella
stanza anonima e un po’ squallida, a guardare imbarazzata, il copriletto
a fiori di stoffa scadente, i mobili di compensato. L’armadio a muro con
le ante sbrecciate.
Si sentiva il cuore in una morsa,
mentre lui parlava, indifferente al suo turbamento. Lo sguardo ironico
di sempre ma forse più freddo, quasi sarcastico.
“ E’ questo che vuoi?” Sembrava dirle
quello sguardo.
No. Non era questo ciò che lei
voleva. Non così l’aveva sognato quell’incontro, ma con il romanticismo
falso e un po’ melenso dei romanzetti rosa, che leggeva di nascosto,
perché se ne vergognava, nei pomeriggi sterminati di quella sua vita
vuota.
Eppure rimaneva lì inchiodata in
quella stanza come per un destino inevitabile a cui era impossibile
sottrarsi.
Lui cominciò a spogliarsi, senza
neanche guardarla. Il suo corpo magro, slanciato e forte, le parve ad un
tratto ostile e freddo.
Ripiegava i vestiti meticolosamente e
li riponeva sulla sedia accanto al letto, Giulia guardandolo, sentiva la
delusione soffocarle l’anima. In quella stanza estranea, la freddezza di
lui la sommergeva, annientandola, eppure tirò giù la lampo del vestito.
Il poliziotto scattava le foto al
cadavere abbandonato sul bordo del canale. Giaceva scomposto, come
disarticolato, il corpo di una donna, il bel vestito rosso macchiato in
più punti e sgualcito, aveva la fissità vacua di una bambola di pezza.
“ Di cosa è morta?” Chiese un
passante, rabbrividendo nella fresca brezza dell’alba
“Non c’è niente da vedere, prego!”
Rispose un altro agente, cercando di allontanarlo.
“ Ma di che è morta.” Insistette
quello, ma non ottenne risposta.
Vicino al cadavere una borsetta di
strass dall’aria consunta.
“ Aspettiamo il giudice istruttore?”
Chiese un altro agente ad un collega.
“ Chi l’ ha trovata? Prendi la
deposizione.”Poco lontano un barbone dall’aria sporca e stropicciata,
guardava la scena con lo sguardo vuoto. Il suo cane tenuto al guinzaglio
da uno spago, raspava il terreno mugolando.
“L’ ha trovata quello lì.” Disse
qualcuno alludendo al barbone,” Ma non credo che sarà in grado di dirci
qualcosa di importante.”
“ Finiscono tutte così.” Disse un
agente scotendo la testa.
In lontananza, si sentì la sirena
dell’autoambulanza che arrivava, per portar via il corpo…
Teresa si svegliò all’improvviso,
sul fare dell’alba.
Del ragazzo nessuna traccia, ma
ancora l’afrore del suo corpo impregnava l’aria viziata della stanza.
Era andato via come un ladro, senza
svegliarla…COME UN LADRO!
Teresa, scese dal letto in fretta,
col cuore che batteva all’impazzata. Aprì con violenza il cassetto del
comò, sollevò la biancheria e…non c’erano più.
I suoi soldi, quelli per le spese
correnti, qualche duecento euro, per fortuna il grosso era in banca.
Sorrise, ma poi un altro pensiero la colse. I gioielli di sua madre!
Corse a guardare nel nascondiglio
dove li teneva. Per fortuna c’ erano. Lui non li aveva trovati. Forse
neanche cercati. Che rabbia! Piccolo mascalzone lestofante. Le era
costata questa notte d’amore. La prima e forse l’ultima della sua vita.
Ma ne era valsa la pena, ah! Se ne
era valsala pena!
O forse no. Perché adesso come
rientrare nel forzato grigiore della sua vita di sempre?
Come accettare la solitudine, il
vuoto delle sue giornate.
Guardò il vestito rosso abbandonato
in un angolo, lì dove lui l’aveva fatto cadere quando gliel’aveva
sfilato, con sapiente lentezza, la notte prima.
Nella luce livida dell’alba, era poco
più di uno straccio, neppure di fattura accurata. Un vestito come tanti
altri, appena un po’ volgare, aveva perso tutta la sua magia.
E lei con lui.
Le occhiaie sotto gli occhi spenti,
la carne leggermente flaccida, sotto le braccia piene. Il viso e il
corpo di una ragazza vecchia, avviata ormai sul viale del tramonto.
“ Sei stata una sciocca, ragazza
mia.” Si disse stizzita. Ma lui le aveva lasciato i suoi artigli
nell’anima, e la traccia nel sangue, di qualcosa che non lascia scampo,
come lei avrebbe scoperto qualche mese dopo, durante un controllo medico
del tutto casuale…
Ma come aveva fatto ad
addormentarsi? Come aveva potuto essere così stupida? E adesso?
Era mattina inoltrata e Giulia era
sola nella stanza del motel.
Qualcuno della reception, aveva
telefonato, svegliandola, per dirle che il conto era stato pagato e lei
doveva lasciare la stanza.
Marco era andato via, a quanto pare
senza neppure salutarla.
Niente era andato come avrebbe voluto
quella notte.
Lui aveva fatto l’amore quasi senza
desiderio. In fretta, i modi bruschi di chi non vorrebbe ma deve.
E perché poi? Perché doveva? Il sogno
di mesi, svanito in pochi gesti frettolosi. Bruciato da un’indifferenza
dolorosa.
Giulia si guardò intorno. Nella luce
spietata del giorno, lo squallore di quella stanza le esplose nel
cervello. Il copriletto fiorato volgare, gli angoli polverosi, la carta
da parati scollata in più punti.
Almeno aveva pagato il conto. Guardò
il comodino, aspettandosi quasi di trovare del denaro anche per lei. Non
ce n’era, per fortuna, gli occhi le si riempirono di lacrime.
I BAMBINI! I bambini dalla suocera, e
Giorgio? Che avrebbe detto a Giorgio? Come giustificare l’assenza di una
notte intera?
Se almeno non si fosse addormentata,
avrebbe potuto trovare una scusa, forse.
Ma adesso?
Ma non c’erano scuse comunque. Non
potevano essercene dopo una notte come quella. Dopo quel sesso cercato
con l’illusione dell’amore.
Guardò il vestito rosso, piegato
accuratamente su una seggiola. L’avrebbe lasciato lì, non avrebbe più
avuto il coraggio di indossarlo, non dopo quella notte, e doveva ancora
pagarlo! Aprì la busta dei suoi vecchi abiti e li indossò. A casa
avrebbe fatto una doccia. A casa…
Aveva dentro un vuoto che niente
avrebbe potuto riempire, se anche Giorgio l’avesse perdonata, se anche
lei avesse perdonato se stessa.
Accese il telefonino, c’erano dieci
chiamate non risposte…l’angoscia di Giorgio lampeggiava nei numeri
colorati del display…
Uscendo dalla stanza, mentre scendeva
le scale, l’accolse il suono monotono della voce di uno speaker emesso
da qualche radio chissà dove.
“ Questa mattina all’alba, è stato
rivenuto sul lato sinistro del canale, il cadavere di una giovane donna.
Dai documenti risulta essere una ucraina di vent’anni, Ludmilla Cecova.
La ragazza, senza permesso di soggiorno, risulta segnalata in questura
come prostituta. Sconosciute per ora le cause della morte, sul corpo non
risultano segni di violenza. La polizia ipotizza un overdose…”