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L’AMERICANO
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"Tutto quello che
accade ha un senso", pensò Calogero Malaspina nel notare che
era una mattinata diversa.
Da un pezzo che aveva in
mente quell’idea, ma oggi era il giorno adatto per cominciare a
metterla in pratica. Era una domenica d'agosto e pioveva.
Così tirò giù dalla sommità
dell’armadio dove l’aveva riposta, avvolta in svariati strati di
cellofan trasparente, la vecchia valigia di cartone con la
quale venti anni prima aveva messo piede negli States e l’aprì
con mani tremanti.
Subito l’assalì un odore di
muffa, polvere e ricordi: il viso stropicciato di sua madre e la
sua mano che lo salutava, smovendo l’aria infuocata di quell’agosto
lontanissimo dei suoi diciott’anni, quando decise di prendere la
via dell’America, come tanti prima di lui; il vestito buono di
suo padre, l’unico che avesse, che gli stava stretto di spalle,
come le scarpe a cui era poco abituato e scricchiolavano sulla
strada polverosa che portava alla fermata delle corriere. Erano
come flash, fotografie sbiadite di cose di cui non si era
conservata l’emozione che allora, le aveva accompagnate.
“ La vita è solo un
affacciarsi ad un balcone…”pensava, e quei venti anni in
America, li ricordava appena, come fossero volati nel tempo di
uno sputo. Aveva fatto fortuna, questo contava e ora bisognava
tornare.
Perché la terra che ti ha
visto nascere, è fatta del tuo sangue e della tua carne e ti
reclama.
Ti chiama nei giorni e
nelle notti ed è un dolore nel fondo dell’anima, la nostalgia.
L’america invece è la
dimensione dei sogni o forse degli incubi, una lunga strada che
ti porta altrove, spezzando ogni radice per crearne di nuove.
Calogero Malaspina, non si
era mai sposato. Tutte le donne che aveva incontrato, erano
state compagne di viaggio e nulla più. Corpi nei quali affogare
la nostalgia e il dolore, la rabbia e la speranza.
Ma ora era tempo di
tornare.
Tornare agli occhi scuri di
Tanina. Occhi neri e liquidi che lo seguivano attraverso gli
scuri chiusi, quando lui passava sotto la sua finestra. Allora
ne sentiva lo sguardo pungente sulla schiena. Sedici anni
scontrosi e ruvidi mai dimenticati. Una figurina snella e
minuscola nascosta negli anfratti dei ricordi, mentre percorreva
le strade sconfinate dell’america, a cui lui aveva promesso il
cuore e la vita.
Una promessa senza parole,
perché mai le aveva parlato, ma lei lo sapeva, Calogero
Malaspina ne era certo e sicuramente lo aspettava.
Ci sono promesse che durano
una vita. Che intrecciano due anime in un unico destino.
Non aveva mai chiesto di
lei nelle lettere ai parenti, perché essi non sapevano e sarebbe
stato inutile metterli sull’avviso.
E poi se si fosse sposata,
l’avrebbe saputo comunque.
Adesso però era tempo di
tornare. L’avrebbe chiesta in sposa a suo padre come usava, o a
sua madre sempre che fossero ancora vivi.
Altrimenti l’avrebbe
chiesto a lei stessa, aspettandola magari all’uscita dalla
messa.
Le avrebbe detto solo: “ Mi
vuoi?” Lei avrebbe chinato la sua testa bruna. Sarebbe bastato
un cenno, più di mille discorsi.
Era sicuro di riconoscerla
al primo sguardo, malgrado gli anni, perché il cuore riconosce
ciò che lo sguardo non riesce a fare.
Si guardò allo specchio.
Com’era cambiato! Ancora asciutto e forte, ma i suoi capelli
neri erano oramai un ricordo e gli occhi scomparivano nella
filigrana delle rughe che sole vento e pioggia avevano disegnato
sul suo volto. Nel cuore però era rimasto il ragazzo di allora.
Magari non era vero, ma gli
piaceva crederlo.
In tutto questo giro di
pensieri, lo colse all’improvviso un’emozione subdola: che forse
alla fin fine
l’america era pur sempre la
sua casa, perché ci aveva speso la giovinezza. Una casa di
passaggio, magari, ma pur sempre una casa.
E chissà poi cosa avrebbe
trovato al paese e soprattutto chi, dopo tanto tempo!
Certo non poteva
presentarsi con la stessa valigia di cartone di quando era
partito.
Cosa potevano pensare i
compaesani? Che era lo stesso stronzo con le pezze al culo di
venti anni prima?
Riavvolse nel cellofan la
vecchia valigia dopo averla richiusa, e la ripose sull’armadio,
chiudendo i ricordi dentro di essa.
Verso la fine di gennaio il
mare si faceva aspro e cominciava a rovesciare sul paese un
pattume spesso, poche settimane dopo ogni cosa era contagiata
dal suo umore insopportabile.
Da allora non valeva la
pena che il mondo girasse, almeno fino al prossimo dicembre, e
nessuno rimaneva in giro dopo le otto. Ma l'anno in cui tornò
Calogero Malaspina il mare non si alterò, nemmeno in febbraio.
Al contrario, si fece sempre più liscio e fosforescente, e nelle
prime notti di marzo esalò una fragranza di rose.
Tutti avevano curiosità di
vederlo. Di farsi l’idea di quel che era diventato dopo tutti
quegli anni.
In piazza non si parlava
d’altro in quella primavera che annunciava l’estate.
C’era chi diceva di averlo
visto alla stazione delle corriere. Chi, con una macchina nuova
fiammante di quelle americane che riempiono una strada.
C’era chi diceva che fosse
grasso e calvo con un gran cappello texano sulla testa lucida.
Altri al contrario
affermavano che fosse magro ed elegante, con un gran sigaro
all’angolo della bocca scontrosa.
Ma in realtà, nessuno
l’aveva veramente visto.
E se anche l’avessero visto
non l’avrebbero riconosciuto in quell’ometto stropicciato e
segaligno fermo all’angolo della chiesa ad aspettare.
Sembrava quasi uno
straccione nei suoi vestiti sgargianti e fuori moda. Certo era
un forestiero. Un vagabondo di quelli che piovevano in paese nei
giorni di festa.
Chissà perché a nessuno
venne in mente di rivolgergli la parola, tanto erano presi tutti
a parlare dell’americano come oramai tutti chiamavano Calogero
Malaspina.
I suoi stessi parenti, i
pochi che erano rimasti, affermavano che ancora non si era fatto
vivo con loro, a parte il telegramma col quale aveva annunciato
il suo ritorno qualche mese prima.
Che poi che cammurrìa
questo sconosciuto che tornava con chissà quali intenzioni e che
bisognava accogliere comunque, ci mancherebbe, ma…perché non se
ne restava negli States che era quello il suo posto. Nemmeno più
una casa aveva oramai, e così bisognava pure ospitarlo! Mai si
doveva dire che lo mandavano all’albergo!
Non c’era rimasto più
nessuno. Neanche il paese a dire il vero. Cos’era quella “cosa”
senza anima. Quell’ammucchiata di casermoni dove prima c’erano
alberi di limoni? Calogero Malaspina ricordava una piazza e
poche case basse intorno. Il bar, l’unico del paese, vicino alla
farmacia e all’emporio, uno stanzino buio in cui si vendeva di
tutto e ti prendeva alla gola l’odore delle spezie quando
entravi.
Ora nella piazza di bar ce
n’erano tre, e banche, e negozi dalle vetrine illuminate la sera
a fare concorrenza ai lampioni.
Non aveva voluto cercare i
parenti, nè fermarsi negli alberghi del paese, preferendone uno
di una cittadina vicina. Quel posto gli era estraneo. Neanche un
dettaglio riusciva a trovare, che, anche se per vie traverse,
incrociasse la strada incerta dei suoi ricordi.
Solo la chiesa sembrava la
stessa, più piccola forse, come risucchiata dalle case che le
incombevano alle spalle.
Ma Tanina non c’era.
L’aveva aspettata
all’uscita della messa, un giorno dopo l’altro, spiando i volti
delle donne per scoprire il suo sguardo bruno. Perché era lei la
persona a cui voleva parlare per prima.
Invano.
L’aveva trovata poi
nell’unico posto dove non si aspettava di trovarla. Con lo
stesso sguardo umido e scontroso e lo stesso broncio dei suoi
sedici anni ruvidi e sassosi. Il viso grazioso e serio, fissato
per sempre sulla liscia superficie di una lapide.
In tutti quegli anni aveva
amato un fantasma. Il fantasma di una ragazzina che una febbre
tifoidea si era portata via, lo stesso anno che lui era partito.
Nessuno gliel’aveva detto, nessuno…
Così è la vita, il tempo di
uno sputo da un balcone, uno schiocco di dita e non c’è più.
Se l’era presa l’America la
vita di Calogero Malaspina, come la febbre quella di Tanina.
Ci aveva dato il sangue
dietro un sogno, i giorni, le notti, la vita intera ed ora era
tempo di tornare a quella terra senza ricordi…
E la valigia di cartone,
ancora avvolta nel cellofan sopra l’armadio, non l’avrebbe
aperta mai più.