IO SONO IL GIOCO

Sono
parole tue, usate qui sotto. Tutte contenute in quest'unico
messaggio.
Leggile, una per una... ognuna può portare ad uno sviluppo
interessante per non dire... intrigante.
Percorrerle tutte significa far crescere a dismisura, quel
labirinto in cui siamo finiti... e che forse vogliamo
percorrere.
Perché io e te... siamo tante cose... e non ci bastiamo mai.
Perché scoprire qualcosa di noi (paura?, sacrificio?) che ci
suona inaspettato, inatteso... non preventivato, ci fa scattare
l'attenzione.
Mette in moto nuove
sinapsi, collegamenti, ricordi, scenari,
situazioni... ci solleva dalla quotidianità che tanto odiamo
e che ci soffoca.
Non è forse così?...
E in tutto questo... io so, dove la costruzione del
labirinto, della tela e della ragnatela... voglio mi
conduca.
Voglio che mi porti... a Te.
... e adesso dimmi... che questo, ti fa... paura.
Voglio sentirmelo dire... Perché così... tutto è più vero.
Nel frattempo... qualunque cosa è ammessa. Qualunque...
"senza limiti né controllo".
Tu senza volto, solo un flusso di pensiero che però inonda
ogni cosa.
Cosa può esserci di peggio? Un uomo in carne ed ossa lo puoi
circoscrivere, lo puoi incasellare in qualche categoria
tranquillizzante: bello, brutto, intelligente, stupido,
allegro triste.
Ma tu sei tutto e niente. un flusso di parole che incantano
come lo sguardo di un cobra.
“E tu sei quella che io voglio.
Non mi avresti seguito, altrimenti.
Non avresti capito tutto.
Percorrermi è quello che vuoi. Perché... io ti servo.
Non t'importa chi io sia. T'importa quello che ti do... e
quello che, in questa dimensione, contemporaneamente, sai
che non puoi avere.
Sono l'uomo da costruire nelle tue fantasie... l'uomo
perfetto
e imperfetto insieme, quello da disprezzare o da amare.
L'uomo che puoi distruggere con un click, in qualunque
momento... e far rinascere diverso, per ogni tuo stato
d'animo... e per ogni donna che è dentro di te. (quante
donne sei Nickita…?)
Ci alimentiamo a vicenda.. perché, a differenza di quello
che c'è là fuori, noi qui, siamo gli dei e i derelitti
insieme, che tutto e niente possono fare.
Esaltante, non trovi?
Nessun difetto, nessun sgradevole effetto collaterale...
nessuna pressione, esigenza, pretesa, obbligo... fisico o
morale.
Solamente... Noi, nella nostra pura... incontaminata...
superiore o misera... essenza.
Possiamo congetturare su concetti sublimi o abbandonarci e
lasciarci impadronire dai peggiori istinti. Con la stessa
sublime leggerezza.
In fondo, possiamo realizzare il sogno ancestrale di uomini
e donne, dalla notte dei tempi: Angeli e diavoli, spirito e
carne... bene e male. Che convivono.
Vorrei guardarli i tuoi occhi anche solo per un milionesimo
di secondo, sicuro di trovaci la conferma di quello che
penso di te entrare in loro fino a scardinarti anima e
certezze
perché a volte incrociando degli occhi si scopre di avere
incontrato un animale della stessa specie"
Nickita sorride, le lunghe dita appoggiate con leggerezza
sulla tastiera del pc.
Sente uno strano languore, come un formicolio alla bocca
dello stomaco.
Il suo amico misterioso. L’uomo nero che incontra ogni
notte. Woolf.
Era come una droga. Non avrebbe potuto o saputo più farne a
meno.
Di giorno era Stefania, segretaria in carriera sempre in
fuga dalle mani lunghe del suo capo, il ragionier Biscatti.
Trent’anni di noia, di fuoco e di lacrime.
Trent’anni di amori più o meno felici, avventure da una
botta e via, incontri fugaci, ma con lui era diverso.
Lui era L’UOMO, il maschio, il fallo onnipotente.
E lei era Nickita.
Torna a guardare lo schermo del computer, chiedendosi quando
e se avrebbe ricevuto la prossima mail.
Di lui non conosceva nulla, neanche che aspetto avesse,
neanche il suono della sua voce, tanto meno il suo vero
nome.
Questo le piaceva.
Lui al contrario diceva di conoscere tutto di lei. Forse era
vero, forse no. Non l’avrebbe aiutato.
Tutto ciò che le importava era il flusso delle sue parole
che scorrevano sullo schermo del computer.
Nickita si alza. Per quella notte non ci sarebbero state
altre mail, Stefania poteva andare a dormire.
Sarebbe stata una notte lunga, e un giorno ancora più lungo…
Il ragionier Biscatti la guardava. Non faceva niente per
nascondere l’eccitazione a stento contenuta nella patta dei
pantaloni.
Porco! Lo faceva apposta, la chiamava in ufficio con una
scusa qualunque. Faceva in modo che lei gli stesse vicino e
poi quasi per caso, allungava la mano…
Una volta era il braccio ad essere sfiorato, un’altra volta
era il seno o addirittura il sedere.
Molestie sessuali. Avrebbe dovuto denunciarlo.
Stefania se lo ripeteva spesso ma non si decideva mai.
Anche quella mattina l’aveva chiamata con la scusa di
rivedere certi conti che avevano già analizzato il giorno
prima senza trovarvi niente di irregolare.
Ora le stava davanti e parlava, parlava…facendo attenzione a
che lei vedesse perfettamente lo stato in cui era.
Questo lo eccitava ancora di più e involontariamente
eccitava anche lei Stefania, che sentiva come uno strano
calore, un senso di attesa.
Pochi colpi alla porta, Biscatti velocemente andò a sedersi
dietro la scrivania. Appena prima che con passo sicuro
entrasse sua moglie, la signora Giulia.
Gran bella donna, alta, lunghi capelli scuri, occhi di
gazzella eppure con un che di freddo, di distante, una
bambola muta.
Stefania si congedò con una scusa, lasciandoli ai loro
discorsi.
La giornata passò lentamente fra noiose scartoffie e
tentativi mal riusciti di sfuggire alle attenzioni del capo.
La pausa pranzo con le colleghe a pettegolare sedute al
bancone della rosticceria più vicina, fu un momento di
crepuscolare abbrutimento.
Tutta la vita così, un giorno dietro l’altro, un giorno
identico all’altro.
La sua bellezza sprecata in inutili momenti vuoti che si
accavallavano gli uni agli altri lasciandola vuota di
desideri e di energie.
Ma la notte tornava Nickita e soprattutto tornava Woolf,
LUI, l’uomo misterioso…
“Ieri sera ti ho visto. Anche tu mi hai visto.
... Si... Ti ho vista nel preciso istante... in cui mi è
mancato un battito al cuore.
Mi hai lanciato un lungo sguardo...
... sei un magnete per me... ti avverto anche senza vederti.
Sento la tua presenza. Il tuo sguardo non lo posso sfuggire.
Tu mi guardi nella... pancia, non negli occhi...
Che voleva dire quello sguardo?
... non lo hai sentito scendere lungo la schiena? Sotto il
vestito?
Imperlarti di piccole gocce di sudore la confluenza dei
seni? Seccarti la gola?”
Nickita legge la mail con una strana ansia. E se lui la
conoscesse davvero? E se lui sapesse veramente il suo nome e
conoscesse il suo aspetto reale? Certe volte Woolf era così
realistico nei suoi discorsi che le riusciva difficile
pensare che la loro fosse una pura relazione virtuale fra
sconosciuti.
E se fosse stato Alex? Quel collega che le piaceva tanto,
che al solo guardarlo le pareva di sentire le farfalle nel
cuore?
Nickita chiude gli occhi o forse è Stefania a farlo, e nella
mente lo vede, alto, slanciato, lo sguardo sornione e il
sorriso vagamente ironico.
Istintivamente le dita corrono alla tastiera e lei risponde
come se Woolf fosse lui.
“ Quel tuo corpo slanciato, quell'andatura noncurante che
non posso fare a meno di... Sento che ti piaccio.
Quando mi cerchi con lo sguardo fra la folla e poi ti fermi
a guardarmi da lontano, incurante che io me ne accorga.
Quando salutando gli altri l’ultimo sguardo è per me.
Ti faccio dunque così paura?
Mi piaci così tanto con la camicia stropicciata sciolta sui
jeans, la sigaretta all’angolo della bocca e quello sguardo…
E’ vero lo sento sotto i vestiti il tuo sguardo. Vorrei
strapparti dalla faccia quel sorriso.
Vorrei inchiodarti a terra con le braccia a croce,
vulnerabile nel tuo desiderio per me e io padrona di
portarti in paradiso o scacciarti all’inferno in un momento.
Ma tu ti fai desiderare, invulnerabile e lontano.
Con quella indifferenza che in mezzo agli altri manifesti,
mi fai sentire come una farfalla prigioniera in una scatola
di vetro.
Parlo, mi agito, sorrido nei miei vestiti aderenti che
strappano gli sguardi, ma il tuo resta dolcemente remoto,
negandomi i pensieri.
E io immagino di aprire un bottone dopo l’altro quella tua
camicia sgualcita e passare le mani sul tuo petto
abbronzato…vorrei vedere allora se conserveresti ancora
quell’adorabile distacco che tanto mi intriga…”
Cosa avrebbe risposto Woolf? Avrebbe accettato di incarnarsi
nella sua fantasia?
La risposta arrivò la notte successiva.
“Neppure il tuo profumo, riesce a nascondere l'odore della
tua voglia... di me.
Voglia che vedo sotto il tuo vestito, ti cola tra le gambe,
ti
appiccica la gonna. Lo so, che sudore non è.
Ti tremano le labbra, quando, facendo finta di guardare
oltre te, ti spio di nascosto, e immancabilmente ritrovo i
tuoi occhi. Inevitabilmente.
Perchè tu non puoi più evitarmi... mi stai venendo incontro.
Non hai più freni. Ti schianterai.
Persino la tua voce cambia... la voce di una donna, per chi
sa riconoscerla, si modifica quando è presa dal desiderio.
Si impasta... forse la saliva la riempie, come di riflesso
al miele che le scorre poco più in basso.
La mia padrona?... mi fai sorridere. Non ho padroni... anche
se mille ne vorrei avere. Vuoi provarci anche tu?
E' da sempre che la cerco... da una vita.
In fondo ti sto dando questa chance...
Quando prendo per la vita, la donna che mi accompagna, sai
dove sto andando?... eppure mi giro a guardarti ancora
un'altra volta prima di sparire.
Leggi nei miei occhi che ti sto chiedendo... dai, fammi
vedere?
Fammi capire come strappi la camicia di un uomo, come graffi
il suo petto...come lo porti... all'inferno.
Portami all'inferno... è l'unico modo che hai... per avermi.
... e se te lo chiede, uno come me, è perché sa... che puoi
riuscirci…”
Nickita chiude gli occhi e si lascia andare contro la
spalliera della poltroncina. E’ questo che vuole? Sesso
virtuale con uno sconosciuto, nell’atmosfera buia della sua
piccola camera vuota.
E’ questo che vuole a trent’anni e una solitudine infinita e
quel vuoto dentro che come un’idrovora si mangia ogni
emozione.
Senza pensarci comincia a scrivere la risposta…
“Non è poi così difficile, sciogliere un bottone dietro
l'altro,
insinuare le mani sotto il tessuto, accarezzarti la pelle
con la punta delle dita mentre ti bacio le labbra e poi
l'incavo del collo, aspirando il tuo odore, scendendo con la
lingua più giù verso i capezzoli che hai irrigiditi, e
tormentarli un po, stringendoli appena fra le labbra.
Non è così difficile, scivolare con la bocca sul tuo ventre,
verso l'ombellico, insinuarci la punta della lingua, mentre
le mani ti accarezzano la schiena...e poi...
Ma non è questo che voglio, almeno non solo.
Il calore non l'ho fra le gambe, non ancora.
Ce l'ho nel cervello, ce l'ho nel cuore.
Il sesso è solo un tassello di quello che voglio da te.
Io voglio i tuoi pensieri, la tua voglia costante.
Voglio essere la tua ossessione quando ti svegli, quando ti
addormenti, quando mangi, quando sei con gli amici. Sempre.
Voglio essere per te indimenticabile, unica e che il sapore
dei miei baci sia come una scia di fuoco a ferirti l'anima.
Il possesso del tuo corpo sarà bello certo, magari
indimenticabile, ma impallidisce al confronto di possedere
la tua anima.”
La risposta arrivò immediatamente quella stessa notte.
”E ora mi chiedo...
... dove finisce il gioco... e dove cominci tu.
Ti risponderò, lo farò...
Non posso deludere la mia... ossessione.
Le due cose si confondono.
Non lo so neanche io dove finisce il gioco.
Io sono il gioco!”
Stefania si guardò allo specchio. Una notte insonne aveva
lasciato segni profondi sul suo viso.
Occhiaie scure sotto gli occhi, un colorito grigiastro sulla
pelle.
Si sentiva intontita mentre varcava il portone dello stabile
in cui lavorava.
Neanche si accorse di Alex che stava entrando anche lui.
Quasi si scontrarono.
Lui aveva il suo solito sorriso insinuante, e quel viso
attraente che le faceva battere il cuore come una sedicenne.
Istintivamente raddrizzò le spalle, spingendo in fuori il
seno. Lui la seguì con lo sguardo fino a che non fu entrata.
Dio quanto le piaceva. Se solo lui fosse stato Woolf…
Perché no poi? Tutto poteva essere possibile anche
l’incredibile.
Doveva assolutamente scoprirlo. Avrebbe lasciato qualche
mail bene in vista sul pc della sua scrivania, mentre lui
era nei paraggi. Forse si sarebbe tradito.
“La prima domanda che vorrei farti è…parlami di me.
Voglio sapere cosa sai e fin dove sai.
Voglio sapere se è vero che mi conoscevi e cosa ti ha spinto
a conoscermi di più.
Voglio sapere perché pensi che io possa ottenere ciò che
voglio.
Insomma voglio sapere chi sono io attraverso i tuoi occhi, o
meglio la tua immaginazione.
Voglio sapere se ti conosco senza saperlo, realmente o
virtualmente.
Questo è solo l’inizio. Domande banali sulla tua realtà
umana e corporea ci sarà tutto il tempo per fartele se tu
vorrai.
Voglio sapere perché non mi parli mai dei tuoi pensieri, ma
Ti comporti come uno specchio che mi rimanda indietro i
miei.
Perché non mi parli mai della tua vita, neanche in astratto,
senza riferimenti reali.
Mi pare che le domande siano dieci per cominciare…
Tu sei come un granello di sabbia in una scarpa, non
permetti di essere ignorato.
Sei concretamente evanescente.
Ma esisti davvero? O sei una mia proiezione?”
Stefania lascia in bella vista la mail sullo schermo del pc
sulla sua scrivania. E’ eccitata e in attesa.
A pochi metri da lei, Alex la sta guardando, poi si alza e
va verso lo schedario.
Stefania se lo sente alle spalle, si irrigidisce.
“ Signorina Disi, nel mio ufficio, subito.” La voce del
Biscatti tuonò dall’interfono.
Il Maresciallo dei Carabinieri Arturo Biscuso, sorseggiava
una brodaglia nera che solo, l’inossidabile ottimismo
dell’appuntato Mario Giuffrè avrebbe definito “caffè”.
Era di pessimo umore. Già fin troppo preso dagli
interminabili sbarchi di clandestini sulla costa di Santa
Lucia, ci mancava solo un delitto, ora per complicargli la
vita.
La donna era stata trovata in contrada Geronzi. Strangolata,
e poi nascosta in mezzo ai rovi che in quella zona erano
molto fitti. Il cadavere era stato rinvenuto da due ragazzi
che si trovavano li per appartarsi.
Il luogo era molto frequentato dalle coppiette.
Nella borsa rinvenuta poco distante, i documenti attestavano
che si trattava di Stefania Disi, impiegata in una ditta
della zona. Proveniente dall’alt’Italia, risiedeva in città
da circa sei anni.
Nel portafogli, la presenza di denaro, faceva pensare che
non si era trattato di una rapina.
I vestiti in disordine della vittima, lasciavano presumere
che ci poteva essere stata violenza sessuale.
Il Maresciallo Biscuso aspettava i risultati dell’autopsia.
Chiamò l’Appuntato Giuffrè.
“ Allora Appuntato, che mi dice di questa ragazza? Ha
scoperto qualcosa?”
“ Comandi Maresciallo. Niente di speciale. Trent’anni,
nessun parente prossimo, viveva sola in un monolocale alla
periferia Nord della città, in via Boccetta, n.11.
Originaria di Trento, si è trasferita qui da noi circa sei
anni fa, seguendo presumibilmente il suo ragazzo di allora
certo Simone Draghi che era studente universitario nella sua
città…”
“ Quel Draghi?”
“ Proprio lui, Maresciallo.” Hai! Rogne in vista, la
famiglia Draghi, era una delle famiglie più in vista di T.
con legami probabili, ma non provati con la mafia.
“ Ma si lasciarono quasi subito, Marescià.” Si affrettò a
dire l’Appuntato Giuffrè, tirando su col naso come se avesse
il raffreddore.
“ Questo non vuol dire, dovremo comunque interrogarlo. Che
camurria! E dei colleghi di lavoro cosa mi dici?”
“ Li devo ancora interrogare tutti. La ragazza non legava
molto a quanto pare, non aveva amiche propriamente dette.
Frequentava solo una certa Giuseppina Diotiallevi, ma solo
per un caffè ogni tanto.”
“ Beh! Falla venire. Vediamo cosa ha da dirci.”
“ Comandi, Maresciallo.” L’appuntato Giuffrè batté i tacchi
e uscì dalla stanza.
Il maresciallo chiuse gli occhi e rivide la scena del
delitto.
Il corpo della ragazza sembrava una bambola di pezza. I
capelli biondi, ricci, le incorniciavano un viso ancora
infantile. Una maglietta aderente rossa molto scollata,
metteva in evidenza i seni rigogliosi. La gonna che il corpo
abbandonato scompostamente, aveva fatto arrotolare, mostrava
gambe snelle e ben fatte e piccoli piedi dalle unghie
laccate ancora infilati in alti zatteroni di strass.
Una bella ragazza, e così giovane. Sul collo sottile, i
segni inequivocabili dello strangolamento.
Per il resto non c’erano lividi apparenti sulle zone
visibili del corpo. Ma le mani avevano qualche unghia
spezzata, segno che aveva tentato di difendersi…
“ Sotto le unghie abbiamo trovato solo fibre di nailon,
quello che comunemente si usa per i collant.”
Stava dicendo il Dott. Pasquino, il medico legale.
Collant in piena estate?
“ La ragazza non è stata stuprata, ma sicuramente ha avuto
un rapporto sessuale prima di morire e non mi chiedere del
liquido seminale, Lui evidentemente ha usato un
preservativo. Un’altra cosa. La ragazza è stata uccisa in un
altro posto e poi buttata giù da un’auto. Abbiamo trovato
fibre di una tappezzeria per auto, sul corpo.”
“ Che tipo di auto?” Chiese il Maresciallo speranzoso.
“ Arturo, e che ti credi di essere in un film americano?”
Rispose Pasquino imperturbabile.
“ In casa della Disi, non abbiamo trovato nulla di
particolare. Niente che non possa trovarsi nella casa di una
ragazza di quell’età. Vestiti, trucchi, qualche libro,
niente di particolare.” Si intromise l’appuntato Giuffrè.
Di bene in meglio! Questa storia non porterà nulla di buono.
Si disse il maresciallo.
Giuseppina Diotiallevi, aveva superato da molto l’età in cui
una donna può definirsi appetibile. Sempre che mai lo fosse
stata. Di corporatura massiccia, aveva un viso anonimo
dall’espressione mite, e una bocca piccola che tendeva a
serrarsi inspiegabilmente, assumendo un aspetto duro che
contrastava con l’apparente dolcezza che la donna si
imponeva.
Vedova e senza figli, viveva sola anche lei in un condominio
del centro.
Non sembrava particolarmente intimidita dalle domande del
Maresciallo che era andato ad interrogarla a casa sua.
“ Quel Draghi, Simone, non stavano più insieme da tantissimo
tempo, anche se lei certe volte ne parlava con nostalgia.
Doveva averlo amato molto, ma lui era un violento, un
prepotente. Per questo l’aveva lasciato.”
“ E lui come l’aveva presa?” Chiese il maresciallo
interessato.
“ Lei che dice? Certo non aveva fatto salti di gioia, anzi.
Spesso i primi tempi l’aspettava all’uscita dal lavoro, le
telefonava, litigavano…”
“ Che lei sappia, l’ha anche minacciata?”
“ Questo non lo so. Può darsi, ne sarebbe stato capace. Lei
però non me ne ha parlato.”
“ E di cosa le parlava?” Insistette il maresciallo.
La donna sembrò confusa, pensierosa, vagamente imbarazzata.
“ Ma niente, le solite confidenze fra donne, sa com’è…”
No non lo sapeva. Il Maresciallo Biscuso non era sposato ma
per quel poco che ne sapeva di donne, quella li in quel
momento gli stava nascondendo qualcosa. Ma forse non era il
caso di insistere per ora. Così si congedò. La vedova lo
invitò a tornare tutte le volte che avesse voluto.
“ Ottimo elemento la signorina Disi, gran lavoratrice,
precisa, puntuale. Ho perso una collaboratrice come ce ne
sono poche…” Il ragioniere Biscatti arrotolava le “o”,
quando parlava. La sua voce era turgida e densa, quasi
baritonale.
“ Ci scommetto!” Pensò il maresciallo. Gli uomini li
conosceva bene, e quello non era uomo da lasciarsi sfuggire
una ragazza come quella.
Alto, piuttosto piacente, robusto, con una gran massa di
capelli neri e ricci che portava cortissimi, aveva un
aspetto curato ed elegante e diffondeva intorno a se un
effluvio di colonia difficilmente ignorabile. Nel parlare,
muoveva le mani come a disegnare nell’aria l’immagine di
lei. C’era un che di piacere sensuale, nel modo in cui ne
parlava.
“ Non sa nulla che possa aiutarci nelle indagini?”
“ Cosa vuole, non la conoscevo fuori dell’ambito
lavorativo…”
Non certo per volontà tua, ci scommetto. Pensava il
maresciallo. Questo qui non me la conta giusta…
In ogni caso, il ragionier Biscatti non disse niente altro
di interessante. Ma l’avrebbe interrogato ancora questo era
certo.
Appena Biscuso fu uscito dall’ufficio, Biscatti tirò un
sospiro di sollievo. La camicia griffata, era fradicia di
sudore sotto la giacca di lino ecrù. Non gli pareva vero di
essersela cavata con così poco.
Perché qualcosa dovevano sapere! Questo era certo. qualcosa
dovevano aver trovato…
Biscatti sentì alla bocca dello stomaco, la morsa della
paura….
Dagli altri colleghi, il Maresciallo non seppe niente di
rilevante.
Solo uno, un certo Alessandro Pisanu, ammise di averle
offerto un passaggio all’uscita dal lavoro, il giorno
dell’omicidio, ma lei aveva rifiutato. In realtà i due si
conoscevano appena, solo buon giorno e buona sera, come
ammisero gli altri. Peccato! Pensò il maresciallo. Il Pisanu
era proprio un bel ragazzo, alto , slanciato, piuttosto
giovane. Un viso attraente dall’espressione intelligente e
allegra. Sarebbero stati un’ottima coppia. Il Maresciallo
Biscuso era un gran sentimentale. Se non si fosse arruolato
nell’Arma, avrebbe fatto il sensale di matrimoni.
Simone Draghi era il classico figlio di puttana pieno di
soldi e di arroganza.
Se ne stava stravaccato sulla sedia nell’ufficio del
Maresciallo, per niente intimidito. Anzi il suo sguardo era
diretto fino all’arroganza.
“ A si…Stefania. Siamo stati insieme ai tempi
dell’università…”
“ Poi lei ti ha lasciato.” Lo interruppe il Maresciallo.
Simone draghi scoppiò a ridere.
“ Le sembro tipo che si fa lasciare?” Chiese.
Era un bel ragazzo, alto, palestrato, ma il suo viso aveva
il mento sfuggente e la bocca sottile e questo metteva in
ombra la bellezza dei suoi occhi. Occhi scuri
dall’espressione cupa da bel tenebroso.
“ Non mi sembri molto dispiaciuto per la morte della tua
ex.” Il ragazzo assunse un’espressione cupa.
“ Mi dispiace si, mi dispiace…Ma se l’è cercata quella
proietta.” Esclamò.
“ Cosa vorresti dire?” Lo incalzo il maresciallo. Il ragazzo
arrossì.
“ Niente di speciale cosa crede. Aveva un caratterino quella
lì. Faceva tutto a modo suo. Quando era con me…”
“ Quando era con te?”
“ Insomma non è che si andava molto d’accordo. Qualche volta
si litigava…”
“ E tu la menavi, vero?”
“ Pettegolezzi, curtigli. Mai toccata…” Ma mentiva. Si
capiva dall’espressione esitante del viso, e dal tono della
voce.
“ Dove ti trovavi l’altra sera dalle 18 alla mezzanotte?”
“ Non penserà che io…Ero a casa, avevo avuto una giornata
piuttosto pesante, ero stanchissimo.”
“ Solo?”
“ I miei erano fuori per delle commissioni…”
“ Fino a mezzanotte?”
“ E va bene! Vivo da solo, non gliel’hanno detto i suoi
scagnozzi? Ho un monolocale in via Mazzini.”
Ma guarda, la parallela di via Boccetta…
“ Hai una macchina Simone? “ Il Maresciallo assunse la
stessa espressione di un gatto quando ha puntato un topo.
Il pc, dove poteva essere il pc? I giornali non ne
parlavano. Eppure qualcuno doveva averlo trovato. E questo
qualcuno ora sapeva tutto di Woolf e di Nickita.
Ma se i Carabinieri avevano trovato il pc, perché non erano
arrivati a lui?
Vuol dire che qualcun altro l’aveva trovato…
“ Quel Draghi ci ha mentito, Maresciallo. Un certo
Alessandro Pisanu collega della vittima, ha dichiarato di
aver visto Draghi nei pressi dell’Ufficio quella sera.”
Disse l’Appuntato Giuffrè.
“ E perché non l’ha detto quando lo interrogammo?” Chiese il
Maresciallo.
“ Non ci aveva pensato. Gli venne in mente dopo, quando i
giornali parlarono di Draghi.”
Poteva essere, perché no.
Intanto i risultati delle analisi avevano confermato che le
fibre trovate sul corpo della vittima appartenevano alla
tappezzeria della macchina di Draghi, un Ford Clio.
L’aveva in pugno quel figlio di puttana. Non aveva mai
potuto sopportare i figli di papà e ora neanche le potenti
conoscenze di papà Draghi potevano salvarlo.
Perfino la vedova Diotallevi si era decisa a confessare che
Stefania aveva spesso ricevuto minacce dall’ex fidanzato,
che la perseguitava con telefonate minatorie e appostamenti
sotto casa.
Ma se le cose stavano così perché la ragazza avrebbe avuto
un rapporto sessuale con lui? Valle a capire le donne!
Ma lui, il figlio di puttana si ostinava a negare. Certo ora
non aveva più quell’aria tronfia della prima volta! Aveva un
colorito giallastro e profonde occhiaie, mentre sedeva
accanto al suo avvocato nell’ufficio del Maresciallo.
“ Perché ci ha mentito, signor Draghi? Lei non era a casa
fra le diciotto e mezzanotte del giorno in cui fu uccisa
Stefania Disi. Anzi le dirò di più. Lei era nei pressi
dell’ufficio della vittima quel pomeriggio e sicuramente
l’ha caricata sulla sua macchina perché abbiamo trovato
fibre della tappezzeria sul corpo.”
“ E’ vero, quel giorno l’ho accompagnata a casa all’uscita
dall’ufficio. Non l’ho detto perché avevo paura che
voi…pensaste…Ma non l’ho uccisa io.” Urlò il giovane
stravolto.
“ Tu non l’hai accompagnata a casa. Tu l’hai portata in
contrada Geronzi. Avete fatto l’amore e poi chissà, avete
litigato e tu l’hai strangolata….Abbiamo un testimone che ti
ha visto.” Quest’ultima cosa non era vera. Il Maresciallo
Biscuso ci provava sfacciatamente e gli andò bene.
Il ragazzo scoppiò in lacrime, come un bambino e sembrò
accasciarsi sulla sedia.
“ E’ vero, abbiamo fatto un giro in macchina, perché volevo
parlarle. Convincerla a tornare con me.
Ma lei non voleva saperne….”
“ Signor Draghi, Simone, le consiglio di non dire altro…” Lo
interruppe il suo avvocato.
“ In ogni caso lei è in stato di fermo per omicidio.”
Concluse il Maresciallo Biscuso soddisfatto.
“ Non l’ho uccisa io, non sono stato io…” La voce spezzata
di Simone Draghi si perse nel corridoio, mentre lo portavano
via.
Una cosa pazzesca, un vero peccato. Nickita era veramente
fuori del comune. Conversare con lei era un piacere che non
avrebbe più provato, ne era certo.
Un piacere che moltiplicava a mille l’eccitazione quando
entrava in ufficio e poteva sfiorare la sua pelle chiara e
le sue forme morbide.
Lei lo disprezzava, lo sapeva bene, ma chissà se avesse
saputo che era lui Woolf, forse allora avrebbe accettato le
sue attenzioni.
Ma non ce n’era stato il tempo.Quello stronzo del suo ex
ragazzo l’aveva accoppata.
Ma dove diavolo era finito il pc? Aveva accuratamente
controllato quello dell’ufficio per vedere se ci fossero
file compromettenti ma non ce n’erano, ma il pc sul quale
lei gli scriveva ogni notte, dov’era finito?
Biscatti sentì un brivido gelido percorrergli la schiena.
“ Non devo più permettermi certi giochi.” Si disse, ma
sapeva che l’avrebbe fatto ancora e ancora…Avrebbe cercato
l’emozione sul web. Ci sarebbe stata senz’altro un’altra
donna sola, disperata o forse solo annoiata da affascinare
con la musica delle parole. Una donna da conquistare, da
adulare creando per lei scenari inattesi dove perderla. Ma
solo con Nickita aveva avuto l’opportunità di realizzare le
sue fantasie godendo delle forme morbide di Stefania.
Questo pensiero gli diede come un senso di vuoto nell’anima
che assomigliava alla tenerezza.
Quando una cosa ti piace... prenditela.
Devi solo prenderla. Senza chiedere.
E' li, ti sta aspettando... c'è molta probabilità, che anche
lei ti voglia.
E lei voleva si, glielo leggeva negli occhi. Si illuminava
al solo vederlo. Per questo neanche ci aveva provato fino a
quel pomeriggio. Troppo facile. E lui detestava le cose
troppo facili.
Ma quando l’aveva vista uscire dall’ufficio e c’era quel
tipo lì ad aspettarla, gli era venuta la tentazione di
seguirli, chissà perché.
Era stata un’ottima idea perché lui l’aveva portata in giro
per la città e poi in quel posto desolato.
Qui succede qualcosa, si era detto e qualcosa era successa
ma non quello che lui pensava e forse sperava. Avevano
semplicemente litigato e di brutto e lei era scesa dalla
macchina infuriata.
L’altro era ripartito sgommando lasciandola sola.
Le donne sono stupide.
Non si era neanche stupita di trovare lui lì.
Si era perfino bevuta la scusa idiota che aveva trovato. Era
così contenta di vederlo! Avrebbe creduto qualunque cosa.
Lui poi aveva fatto il tenero. Non ci era voluto poi molto.
Qualche parolina giusta, un gesto adatto e le donne cadono
come pere mature.
A lei non sembrava vero! Doveva essere così infoiata per le
mail di quel Woolf!
Quando lui aveva cominciato a baciarla non si era neanche
stupita. Avrebbe fatto qualunque cosa. L’aveva fatta
stendere in mezzo alle frasche in un punto abbastanza
nascosto, le aveva alzato la gonna e sfilato le mutandine,
poi aveva infilato il viso fra le sue cosce. Gemeva che era
un piacere. Poi l’aveva penetrata senza tanti complimenti
dopo aver indossato il preservativo.
Lei teneva gli occhi chiusi persa nel suo piacere e neanche
si era accorta del fatto che lui aveva tirato fuori un paio
di collant dalla tasca. Ne portava sempre.
Era il suo vizio segreto. Adorava la liscia perfezione del
nailon, la brillante compattezza della fibra.
Le aveva stretto il collant intorno al collo sottile e aveva
iniziato a stringere mentre dava colpi vigorosi nel suo
sesso accogliente.
Gli occhi di lei si erano aperti ed erano diventati enormi
nello sforzo di respirare, mentre lui stringeva sempre più….
Poi, mentre lo sguardo di lei diventava opaco e l’ultimo
rantolo strozzato le usciva dalle labbra, lui era esploso
nel suo ventre, urlando di piacere…
Sulla strada del ritorno non aveva incontrato nessuno.
Almeno nessuno che lo conoscesse.
Aveva deciso all’improvviso di passare dalla casa di lei.
Aveva un duplicato delle sue chiavi, che si era fatto in
tempi non sospetti, approfittando di una disattenzione di
Stefania in ufficio.
Allora aveva pensato di utilizzarle una volta o l’altra.
Certo la fatalità aveva creato un altro scenario per il suo
progetto.
Il pc era stata una tentazione irresistibile. Chissà quali
segreti nascondeva. La mail che lei gli aveva lasciato
leggere quel giorno in ufficio era stata solo un assaggio.
In effetti non si era sbagliato. L’aveva in pugno Woolf.
Non era stato difficile scoprire l’indirizzo di provenienza
delle mail e l’URL del mittente. E Woolf era così vicino!
Nei prossimi mesi avrebbe avuto di che divertirsi, almeno
fino a che non avesse trovato un’altra ragazza
da…desiderare.
Ma il colpo da maestro era stato incastrare quel fesso,
Simone Draghi. Neanche Dio avrebbe potuto salvarlo ormai, si
era chiuso in prigione con le sue stesse mani, seminando
indizi ad ogni passo e infilando bugie una dietro l’altra.
Non come lui…
Non era uno stupido, Alessandro Pisanu….