IL GIORNO DELLA FESTA

C’era fermento in paese.
Bianchi grovigli di ovatta macchiavano l’azzurro irreale di quel
cielo di Novembre.
Tutti aspettavano la festa
della Madonna Scalza, giorno in cui il borgo si sarebbe riempito
di pellegrini e turisti venuti da ogni dove. Ci sarebbero state
le funzioni religiose, i fuochi d’artificio, le bancarelle con
lo zucchero filante e le caldarroste. E poi ogni tipo di
venditore ambulante.
Le strade sarebbero state
invase da rumore, colori e chincaglierie di ogni genere.
Il clima era inspiegabilmente caldo per la stagione.
Sembrava di essere all’inizio dell’estate invece che alle
porte dell’inverno.
“ E così, chissà se potrò indossare quella giacca nuova che
mi costò un occhio della testa!” Pensava la vedova Gesualda
Mai, accarezzando con un gesto quasi lascivo, la morbida
superficie della giacca di kashmir che aveva acquistato solo
la settimana prima.
Ci teneva tanto! La
funzione religiosa, la processione, sarebbero state
occasioni di incontri con le amiche che certamente
gliel’avrebbero invidiata.
Gesualda usciva poco.
Si sentiva sola ma non l’avrebbe mai ammesso. Come non
avrebbe mai ammesso che sentiva la mancanza non di suo
marito, di cui conservava un pallido ricordo, quanto di un
uomo nel letto.
Era una donna piacente,
dal sangue vigoroso con piccoli occhi di furetto e un
sorriso gelido sulle labbra sottili.
Aveva quell’età in cui
i piaceri della carne non sono ancora un ricordo ma spine
acuminate nella carne viva.
Il Cardinale Spano
malediceva il giorno che aveva deciso di tornare al paese
per vendere la casa paterna. Anche pochi giorni di assenza
da Roma e quella massa di sciacalli che infestavano il
Vaticano avrebbero certo complottato contro di lui.
D’altra parte la casa
stava cadendo a pezzi, meglio sbarazzarsene il prima
possibile. Suo fratello buonanima, non aveva fatto niente
per fermare gli sfracelli del tempo. Un buono a nulla, suo
fratello! Trent’anni a fare l’impiegato dell’anagrafe in
quel buco, mentre avrebbe potuto raggiungerlo a Roma dove
lui avrebbe saputo come fargli fare carriera.
Si era ostinato a
rimanere al paese e sposare l’amore di una vita, una
ragazzetta incolore che conosceva dalle elementari.
Il cardinale guardò il
suo segretario particolare che l’aveva accompagnato. Avrebbe
potuto forse incaricare lui invece di precipitarsi egli
stesso.
Scosse la testa. Quella
piccola serpe che si allevava in seno! Ci scommetteva che
non avrebbe mosso un dito di fronte alla sua eventuale
rovina. Era un arrivista senza scrupoli, il segretario
particolare. Ma era bello. Il più bell’uomo che avesse mai
visto e al cardinale piaceva circondarsi di bei ragazzi…
“ Bisognerà che vada a
trovare mia cognata!” Pensò il cardinale, prima di ricordare
che lei era morta l’anno prima di un male incurabile.
Era sempre stato così.
Non aveva mai trovato il tempo per allontanarsi da Roma e
andare a trovare la famiglia. Li aveva perduti tutti ad uno
ad uno nel passare degli anni senza aver mai trovato il
tempo e la voglia di salutarli per l’ultima volta.
Alzò le spalle irritato
a quel pensiero.
Il Sindaco era molto
soddisfatto di se. La festa prometteva di riuscire bene.
Aveva preparato anche festeggiamenti a sorpresa per la
visita al paese natio del cardinale Spano, dopo trent’anni
che mancava.
Sarebbe stato un anno
memorabile, lo sentiva. Per lui lo era sicuramente. Da pochi
mesi aveva una relazione clandestina con una ragazza molto
giovane figlia del suo più caro amico.
Si poteva dire che
l’aveva vista nascere Camilla. Mille volte l’aveva tenuta
sulle ginocchia.
Ma poi lei era
cresciuta. Lunghi capelli chiari, occhi che sembravano
schegge di cobalto e un corpo indimenticabile.
Aveva un modo di
guardarlo, così in tralice, la testa piegata sulla spalla,
lo sguardo obliquo e malizioso che lo faceva sentire…vivo.
In realtà non era
accaduto poi molto fra loro. Qualche passeggiata in
macchina, qualche bacetto a fior di labbra, qualche
palpatina…ma lei ci stava era chiaro. Solo che fino a quel
momento gli era costata un mucchio di soldi in piccoli
regali. Questi giovani d’oggi! Semplicemente fissati con le
firme.
Giovanna era
innamorata. Lo era da mesi. E “lui” non lo sapeva.
Lo guardava da lontano
struggendosi, senza trovare il coraggio di fargli
capire…solo qualche parola di sfuggita e sorrisi. Sorrisi
che rischiaravano il buio e di cui lui neanche si accorgeva.
“ Domani! Nella
confusione della festa, farò in modo di passargli vicino, di
sfiorarlo…” Si diceva.
E ripetendoselo cercava
di trovare il coraggio di affrontare il dolore di un
eventuale rifiuto.
Giovanna si passò le
mani nei capelli che aveva folti e ricci con riflessi d’oro.
Era bella, ma non lo sapeva. La solitudine e la paura
avevano scavato solchi di tristezza nella sua vita…
Lui aveva uno sguardo
lontano e luccicante, una bocca sottile un corpo snello e
scanzonato.
A vederlo arrivare da
lontano, il cuore di Stella si riempiva di luce, ed era una
luce accecante che spegneva ogni colore intorno. Viveva
aspettando di vederlo spuntare, di incontrare il suo sguardo
morbido e caldo. Fra loro non una parola e Giovanna si
arrovellava per trovare il modo di capire, di sapere se
anche lui…
“ Sarà per oggi! Lo
sento. Oggi troverò il coraggio di dirglielo. Oggi o mai
più…”
La mattina della
festa, faceva caldo. Una caligine densa copriva i tetti
delle case, smorzando i colori di quel tardo autunno che
sembrava estate. Nell’aria immobile un’inspiegabile latrare
di cani feriva il silenzio punteggiato dai rumori attutiti
dei preparativi della festa.
Il sole era circondato
da un alone rosso che non si era mai visto.
La vedova Gesualda,
imprecò: “ Non potrò indossare quella maledetta giacca. Fa
troppo caldo, accidenti!” E scelse un tranquillo completo di
lino grigio che la invecchiava.
Impettita e di cattivo
umore uscì di casa per recarsi alla Funzione religiosa. Una
zingara all’angolo della strada, si offrì di leggerle la
mano. La scacciò con un cenno indispettito. Solo quello ci
mancava!
Camilla indossò la
gonna più corta che riuscì a trovare, e una maglietta
stretta che metteva in evidenza i piccoli seni. Suo padre la
guardò con uno sguardo severo, ma lei non gli diede
importanza. Era tanto oramai che non lo ascoltava più.
Si chiese se Franco
quel giorno le avrebbe chiesto di più. Forse avrebbe potuto
tenerlo a bada ancora un pò. Non era certo la verginella che
lui credeva, e il sindaco come uomo non era brutto, ma era
così vecchio. Magari non lo era davvero, ma a 16 anni i
quarantenni sembrano decrepiti.
L’amico di suo padre!
Chi l’avrebbe detto. Ma ricordava quando lui aveva tentato
di baciarla nell’ascensore e non era certo un bacio casto! E
allora aveva 13 anni! Ricordava ancora bene la vergogna, il
ribrezzo…Ora era diverso. E poi lui le faceva regali. Ma si,
che importanza poteva avere? Sempre meglio di farsi
palpeggiare dai compagni di scuola, bavosi e inetti che non
pensavano ad altro che mettere le mani sotto le sue gonne.
“ Basta! Ancora un
giorno e parto. Venire qui è stata un’idiozia. Come se
avessi potuto vendere la casa in due giorni! E all’agenzia
potevo rivolgermi anche da Roma.” Pensava il Cardinale,
mentre faceva colazione al bar dell’ hotel seduto di fronte
al suo segretario.
“ E questo poi che non
mi tiene informato! Non fa che telefonare con quel suo
dannato cellulare! A chi telefona? Sicuramente sta
preparandosi a farmi le scarpe!” questo pensiero gli tolse
di botto l’appetito. Allontanò il piatto e si alzò dal
tavolo.
“ Andiamo Don Pietro, è
tardi e devo prepararmi per dire messa!”
La piazza era gremita
mentre il pomeriggio scivolava nella sera. Tutti erano
satolli di grandi abbuffate, di calia mangiata passeggiando
sul corso. Famiglie coi vestiti della festa, bambini
vocianti, innamorati eternamente avvinghiati, tutti
aspettavano i fuochi d’artificio che avrebbero chiuso la
giornata.
La processione della
Madonna scalza che dal santuario aveva portato la santa
statuetta lungo tutte le strade del paese era stata
sontuosa.
Forse per la presenza
del cardinale, c’era stata un’affluenza record. Perfino
Scalise il cronista del quotidiano locale vi aveva
partecipato. Il sindaco in prima fila con la fascia
tricolore era più tronfio di un pavone.
Anche Amed era felice.
Aveva venduto tutta la sua mercanzia. Inutili chincaglierie
che di solito nessuno comprava. Quella notte Mustafa il suo
padrone non avrebbe avuto di che adirarsi.
E magari gli avrebbe
lasciato nelle tasche qualcosa di più di quei pochi euro che
di solito gli dava.
Amed aveva fame, il suo
stomaco gorgogliava, continuamente stimolato dagli odori
delle bancarelle di salsicce fritte e di caldarroste.
Dalla mattina solo una
misera brioche. Chissà se avrebbe potuto comprarsi un
panino. Magari Mustafa non se ne sarebbe nemmeno accorto e
anche se fosse? Più che picchiarlo non poteva fare…
Il cardinale era stanco
e vagamente nostalgico. Le palpebre pesanti gli scendevano
sugli occhi lacrimosi. Tutte quelle chiacchiere, tutti quei
discorsi e quel pallone gonfiato del sindaco con i suoi
stupidi festeggiamenti. Aveva nostalgia dei suoi
appartamenti a Roma, delle sue abitudini, di tutti i suoi
libri. Chissà cosa avrebbe pensato la sua povera madre a
vederlo adesso. Lei una povera contadina analfabeta.
Ricordava ancora le sue mani ruvide e grossolane che
sapevano di liscivia e di fatica. Ricordava i suoi occhi
lucidi e commossi quando si era fatto sacerdote. Se ne stava
impettita nel suo vestito della festa e nelle mani stringeva
il rosario…
“ Come mi sento stanco!
Che idiozia venire in questo dannato paese…”Continuò a
camminare, i passi sempre più pesanti, verso l’albergo. Del
Segretario particolare nessuna traccia, chissà dove era
finito. Fin da subito si era eclissato nella folla e non
l’aveva visto per tutto il giorno.
E che caldo infernale!
Nonostante fosse notte, l’aria era pesante e densa. Immobile
e inquietante.
Giovanna aveva il cuore
pesante. Nel suo vestito più bello non l’aveva incontrato.
Semplicemente non c’era
e la festa era all’improvviso diventata un’inutile
accozzaglia di rumori e di odori sgradevoli. Non aveva
ascoltato i discorsi sciocchi delle amiche, gli occhi a
perlustrare la folla in un’inutile ricerca. Ora la serata
era finita. Restavano soltanto i fuochi d’artificio.
Strinse le mani a pugno
nelle tasche e sentì all’improvviso che non c’erano
speranze, né mai ci sarebbero state. Lui era irraggiungibile
per i suoi desideri e così le sue sciocche speranze si
sbriciolarono scricchiolando come i gusci delle nocciole
sotto la suola delle sue scarpe.
La piazza era gremita a
notte inoltrata. Tutti aspettavano i fuochi col naso
all’insù. Sorrisi e chiacchiere, sguardi corrucciati,
frustrazioni e gelosie, rabbia e invidia, felicità e
noia…ognuno nascondeva il suo particolare segreto. E tutti
pensavano al domani, a quello che avrebbero fatto e detto,
ai loro desideri e alle loro delusioni. E questi pensieri
erano come una caligine che si addensava nell’aria pesante
mischiandosi alla polvere delle strade che impregnava ogni
cosa.
Il primo botto fu
potente.
Sembrò che il cielo
dovesse squarciarsi e la strada si mise a tremare come sotto
l’urto di una mano gigantesca. La gente si guardò l’uno con
l’altro stupita. Poi tornarono a guardare il cielo
aspettando di vedere le mille faville colorate disporsi in
disegni astratti e concentrici…ma il cielo era rosso come
fuoco e il mare oltre le case mugghiava come un urlo che
squassava la notte…
Il terremoto fu
tremendo. Le case crollarono una dopo l’altra come castelli
di carte. Enormi voragini si aprirono nelle strade e
l’intera piazza fu inghiottita dalla bocca dell’inferno.
Giovanna fu la prima a
sprofondare e l’ultima cosa che disse fu il suo nome.
Il Cardinale era steso
sul letto quando tutto avvenne. Gli sembrò che la volta
della stanza scendesse lentamente su di lui come il
coperchio di una bara…
“ Non avrei mai dovuto
tornare.” Si disse e fu l’ultima cosa.
La vedova Gesualda Mai,
quando la trovarono, stringeva fra le mani la sua giacca di
kashmir. Sul viso aveva un’espressione stupita e anche
leggermente divertita che non avrebbe perso per l’eternità.
Il sindaco stringeva
fra le braccia il corpo di Camilla che aveva la consistenza
di una bambola di pezza. L’aveva cercata appena si era
liberato di amici e conoscenti, appena prima dell’inizio dei
fuochi. L’idea era di accompagnarla a casa e approfittare
dell’occasione. Magari un giro lungo, fuori dal clamore
della festa. Gli era sembrato di vederla tra la folla, ma
poi era successo tutto…
A Camilla non aveva più
pensato. Si era precipitato a cercare la sua famiglia
dispersa fra le bancarelle del viale. Sua moglie con la
stupida mania di comprare inutili sciocchezze e suo figlio
fermo davanti a qualche bar con una lattina di birra in
mano…
Sua moglie la trovò
quasi subito, spaventata ma viva, schiacciata contro una
bancarella rovesciata dalla folla terrorizzata e in fuga.
Suo figlio li raggiunse poco dopo, chiamato sul cellulare.
Era istupidito, chissà
se per lo shock o per la birra bevuta. Tutto intorno non
c’erano che cumuli di macerie e un buio assoluto essendo
andata via la luce. Non riuscivano ad orientarsi per trovare
quella che era stata la loro casa. Come automi vagavano in
un paesaggio che sembrava lunare, ora che si erano persi
tutti i consueti punti di riferimento.
E così fu che trovarono
Camilla. Se ne stava accucciata a ridosso di un muro che
miracolosamente era rimasto in piedi. Ma i calcinacci
l’avevano colpita alla testa uccidendola.
Il Sindaco la prese fra
le braccia quasi fosse una bambina, e in effetti ancora lo
era…
Un’alba livida accolse
l’arrivo della protezione civile. Fra le macerie, sparuti
gruppi di sopravvissuti si aggiravano come automi. Altri
scavavano a mani nude o con mezzi di fortuna.
Amed aveva fame. Aveva
gli occhi e la bocca pieni di terra ma era vivo.
Il palco dove aveva
suonato la banda in piazza, l’aveva miracolosamente protetto
dai crolli. Cercò di muoversi. Per fortuna non aveva niente
di rotto. Chissà per quanto tempo era rimasto svenuto. Però
si sentiva felice. Felice di essere vivo. Di non avere perso
nulla, perché Amed non aveva nulla da perdere, se non la
vita e quella l’aveva salvata.
Si guardò intorno. Non
c’era altro da fare oramai che andare via di li il prima
possibile.
Non poteva certo
rischiare che qualcuno, pur in quella situazione scoprisse
che era un clandestino!
Infilò le mani nelle
tasche alla ricerca dei pochi euro che aveva guadagnato il
giorno prima.
Per fortuna c’erano
tutti. Sarebbero bastati per i prossimi giorni fino a che
non avesse trovato un altro Mustafa. C’erano sempre altri
Mustafa nella vita di ragazzi come lui. Perché quello era il
suo destino e lo sapeva. Il domani era soltanto un altro
oggi, e sogni e desideri erano inutili come la polvere che
penetrava nelle sue scarpe rotte mentre si allontanava…