IL GATTO
Un uomo che
viveva in una vecchia casa aggrappata ad una collina, in compagnia di se
stesso e della sua rabbiosa solitudine, un giorno trovò nel suo giardino
un gatto.
Fu il gatto anzi
a trovare lui e a scegliere la sua casa come rifugio.

Era un bel
gattone bianco e grigio, dal pelo lungo, folto e lucido e dallo sguardo
fiero e selvatico.
Ma il vecchio
non amava gli animali. Era un vecchio arcigno e duro, la pelle di
pergamena sulle vecchie ossa rattrappite, gli occhi acquosi dei vecchi,
ma cattivi e freddi. Non aveva mai amato alcuno nella sua lunga vita, né
la moglie, morta da tempo, di cui conservava pallidi ricordi come di
un’ombra malinconica e muta che si aggirava per la casa, inconsistente e
inutile, né i figli sparsi per il mondo con i quali non aveva ormai
alcun rapporto.
In paese
scendeva di rado, solo per far provviste, perché la gente lo infastidiva
con la sua curiosità pettegola e inconcludente, con quelle chiacchiere
oziose su un mondo che non gli interessava affatto. Del resto la
solitudine non gli pesava. Lavorava molto sia in casa che nel giardino,
soprattutto nel piccolo orto che aveva ricavato in un angolo e dal quale
traeva tutto il necessario per le sue scarse esigenze.
Aveva sempre
lavorato molto, fin da ragazzo, nella casa del padre insieme ai suoi
troppi fratelli, e poi nelle miniere di zolfo e ancora in Germania. Non
ricordava che quel lavoro feroce, senza pause, senza sollievo, e poi la
fame, quella miseria nera che ti uccide nell’anima prima ancora che nel
corpo, che ti fa odiare i fratelli perché devi dividere con loro il cibo
sempre scarso e i pochi stracci che d’inverno non bastavano a coprire e
proteggere da un freddo impietoso.
Aveva imparato a
rubare, ad ingannare, a picchiare. Aveva imparato a chiudere l’anima ad
ogni emozione, eccetto la rabbia.
Aveva sposato
una donna non bella ma docile, che la sua indifferenza e l’aridità del
suo cuore avevano trasformato negli anni in un pallido topolino
spaventato, che sussultava ogni volta che lui le rivolgeva la parola,
fino a che era morta in silenzio, all’improvviso, quasi a non voler
disturbare.
I figli, nati
uno dopo l’altro, quasi per abitudine o fatalità, così diversi da lui e
simili alla madre, che riempivano la casa solo di rumori, li aveva
detestati tutti e poi col passare degli anni, semplicemente ignorati. E
così il tempo era passato, sprofondandolo in una vecchiaia solitaria e
aspra quanto lo era stata la sua giovinezza.
E adesso ecco
arrivare questo gatto.
Le prime volte
il vecchio lo cacciava, sbattendo rabbioso, il suo bastone dalla punta
aguzza. Ma il gatto imperterrito tornava. Diffidente e ostile, non si
faceva mai avvicinare. Passava il suo tempo a dormire sotto il grande
cipresso al centro del giardino. L’uomo poteva vederlo dalla finestra
della cucina dove passava gran parte del suo tempo.
Senza volerlo, e
senza un motivo preciso, cominciò a portargli del cibo.
Il gatto lo
guardava indifferente, da lontano, orgoglioso e remoto come un vecchio
idolo.
Quando il
vecchio si allontanava, si accostava al cibo e cominciava a mangiarlo,
lentamente, senza fretta e senza avidità, elegante e regale, senza
gratitudine.
Era una bestia
fiera che non chiedeva niente a nessuno, sicura di sé, indipendente e
solitaria.
In questo modo
passarono i mesi, quasi un anno, e il vecchio, in un modo strano e
incomprensibile, si affezionò al gatto.
Gli piaceva
vederlo gironzolare nel giardino, presenza familiare e in un modo
oscuro, rassicurante.
Gli piaceva
osservarlo nei suoi giochi, o quando dormiva, facendo le fusa a qualche
sogno misterioso. Gli sembrava di vedere se stesso, nella sua giovinezza
tribolata e dura, senza sogni e senza rimpianti.
Un giorno però
si accorse che il gatto non aveva più il pelo folto e luccicante come un
tempo, e il suo corpo grasso andava assottigliandosi.
Capì che era
malato, o semplicemente invecchiava.
Il gatto passava
ormai gran parte delle giornate, sotto l’albero. Sembrava che muoversi
gli costasse un grosso sforzo che lo lasciava esausto. Il suo corpo
diventava sempre più scheletrico e il vecchio cominciò a preoccuparsi.
Gli portava grossi pezzi di carne che l’animale annusava svogliatamente
e spesso lasciava intatti. Ma i suoi occhi sempre più opachi
continuavano a guardarlo fieri e diffidenti e ora che non poteva quasi
più muoversi, soffiava ostile se il vecchio si avvicinava troppo.
L’uomo sentiva
dentro l’anima un fastidio che non sapeva riconoscere, quasi come un
dolore.
Guardava la
bestia e si irritava a vederla e a vedersi soffrire.
Ogni mattina
un’ansia segreta, lo spingeva a guardare in giro per il giardino e si
rassicurava suo malgrado a vedere il gatto sempre al solito posto. Fino
a che un giorno si accorse che la bestia era diventata cieca.
Avvicinandosi più del solito, aveva visto i suoi occhi completamente
opachi. Come una nuvola che copra il sole, una patina giallastra copriva
le pupille. Il vecchio sentì che era alla fine, ma non voleva crederci.
Il sole di
quella tarda estate, era sempre lo stesso, e così i rumori e gli odori e
la vita stessa, ma il gatto moriva, dolcemente quasi senza dolore. E
sembrava impossibile che la vita scivolasse via da quel corpo fiero,
senza poterla fermare in qualche modo, anche solo per pochi momenti.
All’improvviso
al vecchio sembrò insopportabile l’idea di tornare alla sua vita di
prima, alla sua solitudine astiosa e indifferente, senza quel suo strano
compagno di strada, spinoso ed ostile come lui.
Una mattina,
svegliandosi si accorse che il gatto non era più al solito posto. Lo
cercò dappertutto, ripetendosi che un gatto quando sta per morire se ne
va lontano dove nessuno possa trovarlo, perché così gli raccontava sua
madre ed era strano ricordarlo soltanto adesso.
Il giardino al
pallido sole di quell’inizio di autunno era desolatamente vuoto, e il
vecchio che non aveva mai pianto neanche da bambino, si trovò la faccia
inondata di lacrime. Le lacrime scorrevano nelle insenature delle rughe
come rivoli di vita che scivolava via, insieme all’amore mai dato né
avuto, ai sogni e alle speranze che non aveva mai conosciuto. Le lacrime
scorrevano copiose a bagnargli la camicia consunta, il panciotto liso e
poi le mani callose con le quali tentava di asciugarle.
Lacrime, la
vendetta del tempo che si era scordato di lui, come di un vecchio ceppo
che non ha mai dato frutti né più ne darà, neppure buono ormai per
scaldare l’inverno….