|
|
Dissi ' u vermi
a nuci:
dammi
tempu cca' ti spirtusu.
Disse
il verme alla noce:
dammi
tempo che ti buco.
ERA TANTO

|
Camminava. Il
freddo vento di novembre gli scompigliava i pensieri.
Le mani affondate
nelle tasche, gli occhi che guardavano altrove, inseguendo
pensieri, fastidiosi come mosche ostinate che continuino a
posarsi, nonostante i tentativi di scacciarle.
Era scontento e
assorto, ma non avrebbe saputo dire perché.
Aveva quell’età
in cui la giovinezza ha il colore della nostalgia. A casa
sua moglie, non l’aspettava. Oceani di silenzi fra loro,
avevano scavato negli anni, baratri insuperabili, ma ancora
provava per lei la tenerezza dei primi momenti che mai si
era trasformata in amore.
E ora questo.
Era un uomo a
suo modo onesto. Superficiale forse, chiuso e ostinato.
Pochi vizi, nessuna distrazione.
Era un uomo
che navigava a vista in una vita mediocre.
E ora questo.
La prima mail
sembrava innocua. Un nome assolutamente sconosciuto sullo
schermo del computer. A tutta prima aveva pensato di
cestinarla, ma chissà per quale motivo non l’aveva fatto.
Nei giorni
successivi, si era chiesto se rispondere o no. Alla fine
aveva vinto la curiosità.
Chi poteva
celarsi dietro quell’assurdo nick?
Qualcosa gli diceva, che era
una persona conosciuta. Perché no? Non dava certo a tutti il
suo indirizzo! Ma per quale motivo l’aveva cercato? Senza
manifestarsi poi!
Uno scherzo. Di sicuro si
trattava di uno scherzo. Stupido lui a rispondere!
Eppure il pensiero
continuava a tormentarlo.
Salutò qualche conoscente,
senza fermarsi. Non aveva voglia. La serata era fredda e in
piazza non c’era quasi nessuno. Meglio tornare a casa,
forse. Eppure il pensiero gli stringeva il cuore.
All’improvviso qualche
goccia di pioggia cominciò a cadere.
Affrettò il passo rendendosi
conto però che non sarebbe riuscito ad arrivare alla
macchina, prima che si scatenasse il temporale.
I lampi cominciarono ad
illuminare un cielo di gesso. Era già bagnato quando riuscì
ad infilarsi in macchina.
Accese il motore e fu allora
che la vide.
Se ne stava rincantucciata
sotto un balcone, stringendosi in un giaccone dai colori
sgargianti. Aveva sul viso un’espressione impensierita e
vagamente irritata.
Se fosse rimasta li sotto
ancora per un po’, presto sarebbe stata fradicia.
La conosceva appena. Poche
parole scambiate in fretta in occasioni casuali, quando si
incontravano grazie a conoscenti comuni. Ma aveva un sorriso
che riscaldava il cuore, se non fosse per quel velo di
tristezza in fondo agli occhi nocciola.
“ Che faccio?” Si chiese,
incerto se offrirle un passaggio, oppure fare finta di non
averla vista. Lei girò il viso nella sua direzione, ma non
mostrò di riconoscerlo. Il suo sguardo era distratto, non
certo partecipe come altre volte era capitato fra loro.
Perché lei lo guardava così,
col viso un po’ piegato sulla spalla e quel mezzo sorriso
sulle labbra che lui non capiva. Lo guardava con uno sguardo
sornione che lo imbarazzava.
Lo imbarazzava ma gli
capitava di cercarla fra la folla. Gli piaceva guardarla da
lontano, quando rideva, quando parlava con la sua voce
spessa.
Alzò le spalle. Perché no,
si disse. Piove, non c’è niente di male.
Abbassò il finestrino, e
diede un breve colpo di clacson. Lei si volse a guardare
incuriosita, ma poi lo riconobbe e sorrise.
E quel sorriso fu come la
fiamma di un fuoco lontano, che gli ricordò la sua
giovinezza.
Sorrise anche lui, e le fece
cenno di salire in macchina.
Lei sembrava titubante, ma
poi si decise. Salì in macchina senza esitazioni. Era già
bagnata.
Gli si sedette affianco e il
suo profumo invase l’abitacolo. E ora?
Lui mise in moto. “ Ti
accompagno a casa.” Disse.
“ Che fortuna averti
incontrato! Pensavo di dover rimanere li sotto per ore.”
Rispose lei. E il suo tono incespicò in quel “ Che fortuna”
come se avesse un significato particolare, come se
rimandasse a qualcosa…Lui si girò a guardarla. Gli occhi di
lei brillavano. Sembrava che ridessero.
La pioggia cadeva fitta,
appannando i vetri dei finestrini. Lui ebbe come
l’impressione di trovarsi in una bolla di vetro, in cui il
tempo scorresse più lentamente. Non riusciva quasi a vedere
la strada. Era concentrato e teso. Lei non si sforzava di
parlare. Se ne stava tranquilla al suo fianco avvolta nel
suo profumo.
Eppure lui “sentiva” la sua
presenza al suo fianco. La sentiva con la pelle e con tutti
i cinque sensi. Come quando la guardava da lontano e lei
rispondeva al suo sguardo, con quella luce fuggevole negli
occhi di una promessa che non si può pronunciare a voce
alta.
Come quando i loro corpi
involontariamente si cercavano, avvicinandosi l’uno
all’altro, quasi per caso, ma senza neppure sfiorarsi…
E ora questo.
Questa occasione insperata e
imprevedibile di trovarsi soli. Ma soli per cosa?
Lui strinse le labbra
irritato.
“ Stai sbagliano strada.”
Disse lei ad un tratto. Accidenti, era vero. Fra la pioggia
e quegli strani pensieri, aveva tirato dritto, invece che
svoltare all’incrocio.
Imprecò sotto voce, mentre
sentiva la sua risatina sommessa. Ci mancava solo questo che
pensasse che l’aveva fatto apposta! Eppure!
Magari fosse stata lei, lo
strano nick che gli scriveva! E perché no poi? Non aveva
neanche cercato di indagare, di scoprire…certi giochi
possono essere rischiosi.
Se avesse avuto dieci anni
di meno…La guardò di sottecchi mentre cercava il modo di
svoltare. La sua espressione era seria ora, forse delusa.
E certo. Stava facendo la
figura dello stupido! Si maledisse per averle offerto un
passaggio.
E adesso questo. Tutto gli
sembrò stupido e ridicolo. Alla sua età imbranato come un
ragazzo. Senza sapere che fare, senza sapere che dire.
Perché lei gli piaceva. Gli
piaceva troppo ed era grande lo sforzo di nasconderlo a se
stesso e agli altri.
Il motore cominciò a
tossire. No ! questo era davvero troppo. Fermarsi in mezzo
al nulla di strade inondate d’acqua, i tuoni sempre più
vicini e lei che sobbalzava ad ogni scoppio.
All’improvviso gli sembrò
lontana, chiusa nel suo bozzolo di apprensione. Avrebbe
voluto abbracciarla, come si abbraccia un bambino che ha
paura del buio.
Il motore si spense,
permettendogli però di accostare.
“ Perché ti sei fermato?”
“ Il motore! L’acqua deve
aver bagnato le candele.”
“ E ora?”
Già, e ora?
“ Perché mi hai mandato
quelle mail?” Chiese lui ancora prima di pensarci e dandosi
immediatamente dello stupido.
Chissà perché, ora lo sapeva
che era stata lei. Avrebbe potuto giurarlo. Lo sentiva.
Lo sentiva col cuore e con
la mente. Lo sentiva con tutti i suoi cinque sensi e con il
desiderio che aveva, che davvero fosse lei, e non uno
scherzo.
Ma lei non rispose e il suo
silenzio fu più eloquente di mille discorsi.
Si girò a guardarla. I suoi
occhi erano enormi nel buio. Pozzi profondi nei quali
avrebbe potuto affogare. Pozzi nei quali avrebbe potuto
perdersi e non tornare.
Lui e la sua vita ordinata,
e quelle giornate sempre uguali con quella serenità un po’
stantia che confonde la vita in incerti gorghi di noia.
Lui e i suoi molti anni,
troppi per farsi travolgere dalle emozioni.
Perché lei era il fuoco
sotto la cenere. Ed era lui che voleva.
Un tuono più forte degli
altri li fece sobbalzare. Lei istintivamente si spinse
contro di lui. Ma senza malizia ed era calda e morbida e i
suoi capelli profumavano di erba bagnata.
Lei era il fuoco o l’ultimo
regalo di una vita avara. Perché no? Era tanto che
l’aspettava senza neanche saperlo. Era tanto e ora questo.
Si guardarono e…si
riconobbero…