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DOVEVA ESSERE IL VENTO
racconto di Mariagrazia Di Stasi
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Doveva essere il vento! Quel vento caldo che dalla
montagna va a morire nel mare.
Deve essere il vento che mi spettina i capelli che come una matassa di filo
sbrogliata, mi sfiora il viso solleticandolo, mi si infila negli occhi e
nella bocca, regalandomi un fastidio che rasenta il dolore. Ma un dolore
dolce, quasi dimesso di nostalgia lontana. Come quando mia madre mi
pettinava i capelli con gesti lunghi e lenti e non parlava ma io sentivo il
suo respiro leggero sfiorarmi la nuca. Il suo fiato sapeva di mele. Un odore
dolciastro e denso che dava le vertigini.
O era l’estate? Ci scoprivamo le gambe correndo sulla spiaggia, stringendo i
lembi della gonna nei pugni chiusi. E le risate!
Mia sorella era la più bella. Ci guardava scontrosa. I suoi capelli erano
una lingua di nero che scivolava sugli omeri.
I suoi occhi lontani, guardavano altrove inseguendo sogni dai quali eravamo
tutti esclusi, le lunghe ciglia ad ombreggiare le guance.
Mia sorella era la più bella ma di una bellezza inutile e vana che come una
maschera le avrebbe coperto il cuore deluso, mentre negli anni attraversava
la vita, sola.
E io l’accompagnavo. Senza saperlo all’inizio. Mi sembrava un gioco. Il
futuro era una lunga strada svelata,
pensavo. Una lunga strada che si perdeva all’orizzonte senza deviazioni
senza sentieri e mi sembrava che sarebbe stato leggero il viaggio quasi una
passeggiata e invece…
Invece lo è stato forse. Ma non fu poi così divertente credo, quando gli
anni si intrecciavano agli anni e io e lei eravamo sempre li, insieme ma
sole.
E il bruno lucido dei suoi capelli si diluiva nel tempo in un grigio smorto
e i suoi occhi guardavano ancora lontano ma senza più sogni e desideri,
forse, perché non posso saperlo io. Non posso.
A guardarla neanche mi accorgevo di quanto anche io stessi cambiando e la
vita mi stava sempre più stretta e si inceppava nelle mie spalle sempre più
curve, mentre lei sempre fiera, il torace in fuori sembrava opporsi al
tempo, gagliarda.
Ma ero io la più forte credo. Almeno fino a quando i pensieri mi sono
sfuggiti di mano e i sogni e gli incubi della notte, sono caduti a
ristagnare nel giorno infettandolo.
Allora i fantasmi venivano a parlarmi. Avevo paura credo. O forse era solo
il vento che portava parole che non capivo che come lampi improvvisi mi
accendevano i pensieri. Allora la realtà scompariva e la notte era giorno e
il giorno notte.
Non comprendevano.
Nessuno intendeva. Vedevo le loro facce distorte come maschere spaventose.
Mi dicevano cose che non capivo.
Mi vogliono uccidere lo so. Anche ora. Quest’odore dolce che toglie il
respiro è il loro fiato velenoso e cattivo che mi insegue.
Se solo potessi volare! Mi tengono chiusa in una stanza, dicono che è per il
mio bene! Il mio bene?
Ma sono io la più forte. Sono io. Perché posso volare e loro non lo sanno.
Basterà aspettare una loro distrazione. Un attimo solo e sarò libera.
Se sto tranquilla per un po’ mi lasceranno in pace e allora potrò andare
incontro al mostro che mi spaventa per guardarlo negli occhi infuocati. Devo
sapere io. Devo sapere da dove arriverà e questo corpo
vecchio non è poi così agile oramai e anche se mi alzo sulla punta dei piedi
il mio sguardo non riesce a oltrepassare la ringhiera. Eppure “Lui” è là.
Lui cosa? Non so neppure cosa sia, ma lo sento . Sento il suo fiato
dolciastro che mi penetra nell’anima per divorarla.
Ma non è poi così difficile mettere una sedia e salirci. Arrampicarcisi
prima con le ginocchia e poi trascinarci su i piedi. Ubbidisci stupido
vecchio corpo di una vecchia ragazza. Ubbidisci ancora una volta, devo
incontrare il mio destino. E’ tanto che aspetta. Troppo. Tutti questi anni
che sembrano secoli. L’eternità è un attimo oppure la vita è un attimo, uno
sputo sulla faccia del tempo.
Eccomi sono qui. Sono arrivata vedi? E questo vento mi scompiglia i capelli
accecandomi e io non posso vederti ma sento il vuoto che mi accoglie come il
ventre di mia madre in un abbraccio dolce…
A guardarti così sembra che dormi sorella mia. Quasi sparisci sotto il
lenzuolo e la tua faccia sembra fatta di cera mentre il respiro che si
frantumava fra i denti ha finito per spegnersi ormai in una specie di
singhiozzo. Definitivo come solo la morte sa essere.
Che faccio adesso senza di te? Non sono stata mai sola, ci sei sempre stata
tu anche quando la tua mente è diventata un involucro vuoto agitato da
fantasmi.
Mi facevi compagnia comunque e io sapevo di trovarti la dove ti lasciavo, lo
sguardo diffidente o impaurito come quello di una bambina che si è perduta e
veramente ti eri perduta sorella mia.
A poco a poco, un giorno dopo l’altro sei scivolata via nelle nebbie di una
pazzia tranquilla o forse di un’assenza a cui non c’era rimedio.
Certe volte tornavi e facevi discorsi saggi e ponderati e quasi mi sembrava
di averti ritrovata ma poi la nebbia che aveva invaso la tua mente ti
inghiottiva di nuovo e i momenti di sollievo diventarono sempre più radi.
E adesso? Adesso te ne stai li come una cosa. l’infermiera ti gira e ti
rivolta come un giocattolo rotto che non sente più niente, mentre ti infila
un ago nel braccio per portarti un inganno di vita, un insulto di vita che
oramai non avrai più, perché la morte già ristagnava in questi ultimi tuoi
giorni e ti avvolgeva in quest’odore dolciastro che toglie il fiato e
rivolta lo stomaco.
Quel lenzuolo ricopre oramai frammenti d’ossa a cui, solo l’incoscienza in
cui ti sei perduta, ha risparmiato l’ultimo insulto del dolore.
Chissà se senti che ti sono accanto. Chissà se senti il mio cuore vicino al
tuo come lo siamo state nel lungo viaggio che ci ha viste unite!
Ma ora mi hai lasciato sorella mia. Cosa cercavi nel vento? Quale mostro,
quale fantasma quale sogno inseguivi o forse fuggivi?
Eri tu la più forte fra noi due. Hai portato tu il timone delle nostre vite
e sembrava che conoscessi la strada meglio di me. Mi precedevi sempre di un
passo o forse due e la paura di vivere si scioglieva nel tuo sguardo sicuro.
Non l’avrei mai creduto che sarebbe finita così in questo volo disperato.
Invece avresti dovuto soltanto addormentarti una notte come un’altra per non
svegliarti.
Oppure avrei voluto per te un distacco dolce fra tutte le persone che ti
hanno amato e non in questa stanza d’ospedale, in mezzo a questi volti
stravolti da una stanchezza così enorme, così senza requie che sovrasta
perfino il dolore diluendolo in un involontario sollievo perché la tua
agonia è finita e tutti saranno liberi, e tu sarai libera.
Ma io? Io resto.
Capisci! Io resto senza di te. Resto in questa vita oramai estenuata, oramai
logorata come la trama di un tessuto vecchio.
Resto senza neppure averti salutata, perché non c’ero quando spiccasti il
volo. E di te mi resta solo il ricordo del tuo sguardo di vecchia bambina
spaventata quando quella mattina maledetta mi sono chiusa la porta alle
spalle lasciandoti da sola con te stessa.
Deve essere il vento sorella mia che ti ha portato via e che sia dolce per
te la lunga notte che ti attende dove forse io ti troverò ad aspettarmi un
giorno. Ti voglio bene…