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ça passe!
L’odore era quello tipico. Odore di polvere e
ferro, di sudore e valige trascinate con fatica, di giornali
stropicciati e riviste accartocciate, di vite veloci e sconosciute
che si sfiorano l’un l’altra senza conoscersi né incontrarsi
davvero.
Lei se ne stava ferma sul marciapiede in attesa che il treno
ripartisse, sforzandosi di vedere sua madre, nel corridoio affollato
del convoglio, per un ultimo saluto.
Il corpo snello aveva un atteggiamento svogliato e orgoglioso. Le
spalle dritte, il ventre piatto le toglievano gli anni, presto
restituiti dall’espressione del viso, stropicciata e delusa.
“ Si affretti a salire signora, il treno sta per ripartire…” Una
voce alle sue spalle la riscosse.
Si voltò. Lui la guardava, gli occhi scuri sorridenti. La divisa
stropicciata, il cappello un po’ a sghimbescio.
“ Non devo partire. Ho solo accompagnato mia madre.” Rispose lei con
un vago fastidio nella voce che aveva acuta e giovanile.
“ Peccato!” Rispose lui. Solo questo. Ma il tono in cui pronunciò
quella parola, la costrinse a voltarsi di nuovo. Lo guardò meglio.
Non era bello, ma aveva l’ avvenenza di una giovinezza imperiosa e
arrogante.
Alto, aveva un corpo snello e quei capelli neri che si immaginavano
folti sotto il berretto di ordinanza. Con mosse agili lui montò sul
predellino del treno, non senza prima averla guardata di nuovo. Il
suo sguardo era ridente e ironico, sornione e dolce come una carezza
lenta che non ti abbandona.
Lei ricambiò lo sguardo, con la timidezza della ragazza che non era
più ormai da tempo immemorabile. Sentiva nel cuore quel calore
dimenticato, quella dolcezza strana che ricordava appena. E così la
sua vita le passò davanti come i fotogrammi sgranati di un vecchio
film.
La sua giovinezza lontana, l’amore sognato e mai avuto, stritolato
negli ingranaggi di una grigia e mediocre quotidianità. La famiglia
che a casa l’aspettava. La prigione delle abitudini, degli affetti
condivisi, dei doveri, la noia e il vuoto. Suo marito, in quel
momento, era certo seduto dietro al suo giornale, lo sguardo
distante e muto, le labbra serrate di parole non dette e che mai lo
sarebbero state.
I ragazzi erano forse perduti dentro i mondi paralleli che
scorrevano sullo schermo del computer. Si sarebbero accorti della
sua assenza solo all’ora di cena.
Con decisione improvvisa e inammissibile, montò sul treno pochi
istanti prima che questo partisse.
Il suo mondo familiare cominciò a scorrere sempre più veloce fuori
del finestrino, fino a diventare indistinto e scomparire del tutto,
sostituito dal verde sterminato della campagna, dal blu
inconcepibile di un mare invernale. Percorse il corridoio affollato,
con un’ansia strana, quasi a correre più del treno stesso, verso un
futuro improbabile e remoto.
Doveva trovarlo. Doveva raggiungere il ragazzo dai capelli scuri e
quello sguardo malandrino.
Perché dovesse raggiungerlo, non lo sapeva. Già era assurdo trovarsi
su quel treno lanciato verso la sera, lasciandosi alle spalle la sua
solita vita, senza una ragione se non quella di vivere, finalmente
vivere…
All’improvviso lo vide. In piedi appoggiato allo stipite di uno
scompartimento deserto, la guardava sornione. Negli occhi quella
luce di giovinezza furiosa e avida.
“Alla fine sei salita anche tu.” Sussurrò sorridendo, e quel
sussurro fu più forte del fragore del treno.
Le tese una mano. Una mano calda, asciutta e forte che lei afferrò
come se fosse l’ultima ancora per aggrapparsi alla vita. Lui la
spinse dolcemente all’interno dello scompartimento. Lei non oppose
resistenza. Stranamente le sembrava normale. Non era per quello che
era montata su quel treno?
Seduti l’uno accanto all’altra si raccontarono i pensieri e le
parole scivolavano via come soffi di vento, come sospiri dell’anima,
disegnando emozioni nell’aria opaca della sera che scendeva lenta,
inesorabile, a sbiadire i contorni delle cose, come un pennello che
sfuma i colori in un magma indistinto di polvere di stelle. Così
vicini, l’uno accanto all’altra, lei percepiva l’odore aspro e forte
del corpo di lui e il vago aroma di colonia che i movimenti delle
sue mani che inseguivano le parole, spandevano nell’aria. E si
stupiva di quella confidenza strana che fra loro si era creata, come
anime che si ritrovano dopo molto tempo, su un sentiero misterioso
disegnato da un destino burlone.
All’improvviso la colse, violento e inatteso, il desiderio di lui,
delle sue labbra morbide, delle sue mani nervose, di quel corpo di
maschio orgoglioso e forte. Abbassò gli occhi confusa perché lui non
lo scorgesse nelle sue pupille dilatate, nel tremore leggero delle
mani che istintivamente aveva stretto a pugno. Lui smise di parlare
per lunghi infiniti attimi immobili, poi la sua mano si alzò a
sfiorarle il viso in un gesto di tenerezza dolcissima e sensuale. Le
dita sottili scivolarono lungo l’orlo delle labbra di lei in una
lunga estenuante carezza. Poi le alzò il mento con la mano e la
baciò.
Più che un bacio, fu uno scivolare lento nel centro segreto del suo
desiderio, spento da anni di abbandono e di gesti frettolosi, e lei
sentì risvegliarsi il sangue nelle vene e con furia scorrere sotto
la pelle che sembrò infuocarsi di sconosciuta passione. Si
abbracciarono avidi e curiosi l’uno dell’altra e mentre la notte
scendeva implacabile e dolce sulle loro carezze affannate, si
amarono….
Intorno alla tavola imbandita il marito guardava i suoi figli. “
Dov’è la mamma?” Chiese, ma quelli non rispondevano. Anche loro se
lo chiedevano, ma non vollero aumentare l’ansia del padre. Lui
continuava a chiamare la moglie sul cellulare che risultava però
inesorabilmente irraggiungibile.
L’aveva cercata per tutto il paese, invano.
Solo alla stazione non l’aveva cercata, perché i treni portano via
le vite, conducendole verso un altrove temuto o forse troppo
desiderato…
Amici, parenti, nessuno l’aveva vista, e anzi gli era sembrato che
lo guardassero pietosi e si era sentito umiliato a cercarla così
senza pudore, con quello sguardo di sconfitta negli occhi che solo
lui poteva capire. Perché d’un tratto l’aveva colto il pensiero di
averla perduta. Di avere perduto le briciole che l’affetto di lei
ancora gli concedeva, perché l’amore, quello, era ormai smarrito da
tanto tempo, se mai c’era stato. Ma lei era sua moglie, suo il corpo
indifferente che lui stringeva nelle notti in cui più forte sentiva
il dolore di vivere, suoi erano i pensieri di lei, perché mai
avrebbe tollerato che fossero rivolti ad un altro. Ora il vuoto
della sua inspiegabile assenza era come una ferita insanabile
nell’ordito ordinato della sua esistenza.
Un granello di sabbia che invisibile e terribile, scardinava ogni
cosa. E così continuava a martellare invano sui tasti del cellulare,
febbrile e spaventato, mentre la cena fredda rimaneva intatta sulla
tavola e i ragazzi si guardavano muti e preoccupati anch’essi, ma
subito distratti dall’imperiosità della loro giovinezza che li
portava verso altri pensieri, i programmi della serata, gli amici
che a breve avrebbero incontrato…
“Signora! Aspetta qualcuno? Non ci sono più treni a quest’ora…” La
voce del capostazione riscosse la donna dai suoi pensieri. Lei lo
guardò assente. Se ne stava seduta sulla panca del marciapiede del
primo binario, inconsapevole del freddo pungente che penetrava i
vestiti e scompigliava i suoi capelli rossi.
“ Che ore sono?” Chiese lei di rimando.
“ Quasi le 22 signora.”
La donna spalancò gli occhi. Dio come aveva potuto trattenersi così
a lungo? In famiglia saranno tutti preoccupati, si disse. Prese il
cellulare ma la batteria era scarica. Già si immaginava i rimbrotti
di suo marito, i suoi borbottii irritati. Non aveva neppure
preparato la cena. Chissà se si erano cucinato qualcosa. Le venne da
ridere. Alzò le spalle con un moto di stizza. Che importava in
fondo, erano tutti grandi e vaccinati. Che si arrangiassero, dunque.
Si guardò intorno nella stazione deserta, odore di polvere e ferro,
di giornali stropicciati e riviste accartocciate. L’odore della
solitudine assoluta che non ammette salvezza o riparo e come un
vento gelido scompiglia i pensieri, aggrovigliandoli in dolorose
quanto inutili nostalgie.
Ah! Quelle labbra dolci e quello sguardo malandrino! Peccato
davvero. Una lacrima scivolò lenta sulle guance gelate, mentre piano
si alzava e a passi lenti prendeva la via di casa.
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