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BLUE ICE
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La vita è un film dai fotogrammi sgranati. E a guardarsi
indietro, molto si smarrisce. Cambiano i colori, gli odori,
e il cielo non è più quello, ma l’ombra dei ricordi che si
mescolano gli uni agli altri in un gioco leggero di luci ed
ombre.
L’estate scivolava via in
lunghe ore sonnolente e calde. Sul mare immobile, voli bassi di
gabbiani, e bambini vocianti nell’acqua bassa.
All’orizzonte una barca
sembrava ferma, nel cielo lattiginoso.
La guardava. Lei era solo
un puntino sperduto fra mille altri, col suo costume rosso e un
cappellaccio di paglia che le nascondeva quasi tutto il viso.
La bibita sul tavolo aveva
un gusto d’arancia spruzzata di vodka, limone e una foglia di
menta. I granelli di zucchero sul bordo del bicchiere,
riflettevano la luce. La sorseggiava piano, gustandone ogni
sorso, seduto sulla piattaforma di legno del “BLUE ICE”, sospesa
sulla sabbia come una palafitta.
La guardava e la sua vita
era inchiodata sul corpo di lei abbandonato alle carezze ruvide
del sole, al suo viso dall’espressione assorta, ai suoi pensieri
dei quali non era del tutto padrone.
E quell’ansia di non averla
mai totalmente si trasformava in angoscia quando scendeva la
sera e la immaginava con l’altro.
Immaginava le sue mani
percorrerle la pelle, lungo gli stessi sentieri percorsi da lui,
o forse trovandone di nuovi. Ricordava benissimo il viso di lei
nei momenti dell’amore, quando affondava nei suoi occhi scuri
trovandoci riflessi i suoi, e gli si torceva l’anima al pensiero
che altri occhi ci si riflettessero.
Ricordava i gesti
dell’amore, ogni sospiro, ogni gemito, le parole sussurrate o
quelle gridate e il pensiero che l’altro le strappasse gli
stessi gemiti facendola scivolare lentamente nei gorghi del
piacere era un dolore sordo al centro del cuore.
La gelosia si nutriva di
ombre. Quando l’altro le camminava accanto, o le sussurrava
qualcosa. Quando divideva con lei le giornate che a lui erano
negate, ma senza guardarla con quella luce negli occhi che solo
l’amore accende.
L’amore che in lui invece
faceva male, come una malattia, come un’ossessione, nelle ore
lunghe e feroci dell’attesa. Quando i pensieri si
aggrovigliavano in inutili fili mischiati di paure e ricordi e
non c’era tregua alla sofferenza di non averla se non per brevi
momenti con quello sguardo febbrile negli occhi e quelle mani di
farfalla che lo sfioravano leggere in ghirigori di dolcezza.
Lei ignara o forse no, se
ne stava distesa sulla sabbia assorta in chissà quali pensieri.
Teneva gli occhi chiusi per difenderli dal sole. Le braccia
distese lungo il corpo, le gambe appena rialzate.
Sembrava che dormisse
invece ricordava altre estati lontane nel tempo, ma con quello
stesso odore di salsedine e oli da bagno, di corpi sudati e
bagnati e la sabbia calda che penetrava tutto.
La vita è un film dai
fotogrammi sgranati, e la sua più delle altre. Perfino i ricordi
si sbiadivano, si confondevano e le sembrava sempre di perdere
qualcosa, un volto, una parola, il profumo di qualcosa, i suoni
e i colori. Era come la sabbia quando la stringi fra le dita.
Scivola via da ogni fessura. E così le scivolavano via i
ricordi, gli odori i sapori e la sua vita era un lento addio al
quale ci si prepara da tempo. E così era avida di tutto, di quel
calore inusuale, di quel mare stagnante, della passione di lui
che la guardava, attraversando quel cielo di smalto sopra le
teste della gente.
Le sembrava che il tempo
per lei scorresse così in fretta da sembrarle fermo e che tutto
mutasse senza mutare mai. Gli anni erano passati su di lei,
attraverso lei, eppure le sembrava di essere stata sempre al
palo, come un cavallo che rimanga indietro nella folle corsa
della vita e veda gli altri cavalli sparire in lontananza verso
un traguardo sempre più lontano e inaccessibile.
Ma un altro traguardo la
aspettava ed era più vicino e minaccioso: la giovinezza che
passava lasciando dietro di se una scia di gelo. Lo sentiva
nelle ossa, nei silenzi minacciosi della notte quando i rumori
della vita non arrivano più a coprire i fruscii della morte che
si avvicina.
Quando negli angoli scuri
della stanza sembrano annidarsi come fantasmi, le occasioni
perdute, le storie rubate, gli amori finiti, i sogni perduti…
E ora quella passione nel
sole di un’estate che sembrava non dover finire mai. E lui che
la guardava, lo sguardo nascosto dietro i vetri scuri di un paio
di occhiali da sole. Il suo corpo era per lei la vita che vince
sui fantasmi. I suoi baci erano gli ultimi fuochi di un giorno
di festa, quando il cuore contento si affaccia per un attimo sul
solco dell’eternità.
Si alzò pigramente dalla
rena, stiracchiandosi, conscia dello sguardo di lui che
scivolava sul suo corpo come una lenta ed estenuante carezza.
All’inferno ci andava ogni
giorno. Anzi ci apriva gli occhi ogni mattina. Quelle giornate
vuote piene di gesti inutili, di parole non dette, di rancori
nascosti, e antiche frustrazioni…. Tutto sembrava una melassa
insapore e così la vita scivolava via e lei non si dava pace.
C’erano ancora tante cose
da conoscere, da vedere, da provare. Per certi versi era come
una bambina che si sta appena affacciando alla vita. E della
bambina aveva l’entusiasmo curioso e avido, l’incoscienza
ingenua e coraggiosa.
Lui le raccontava di cose
di cui neanche sospettava l’esistenza, le prometteva emozioni
che sembravano favole… Sorrise e cominciò ad avviarsi verso la
riva del mare.
Camminava sulla punta dei
piedi sulla sabbia calda, il seno in fuori come una ragazza.
Le onde arrivarono a
lambirle i piedi facendo scivolare via la sabbia sotto di essi e
trascinandola con se.
Le sembrò che fosse la
vita che il mare portava via.
Allora si girò verso di lui
che la guardava sopra le teste della gente, sopra i corpi
distesi al sole, sopra i bambini che gridavano, sopra il rumore
del mare e sembrò che le nuvole si facessero da parte. Lei alzò
la mano movendo appena le dita e gli sorrise…