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PICCOLE GOCCE ♣
di Alice H.
Pioveva. Piccole gocce sottili come aghi. All’uscita
della stazione Giulia guardava la folla frettolosa e
pensava a quanto era stata sciocca l’idea dell’arrivo a
sorpresa.
E se
Marco non ci fosse stato? E se invece ci fosse stato il
suo compagno di stanza? Dove avrebbe potuto andare? Non
conosceva bene la città. Non aveva la più pallida idea
di dove fosse la casa dello studente. Decise di prendere
un taxi.
L’autista era un ometto segaligno, dallo sguardo furbo e
sgradevole. I suoi occhietti scuri la guardarono ironici
quando lei diede l’indirizzo. Ma forse era solo la sua
impressione. Fuori intanto la pioggia scrosciava ormai,
sotto un cielo nero e gonfio.
La
casa dello studente era un edificio anonimo, grigio
dall’aspetto squallido, punteggiato da piccole finestre
dai vetri sudici e opachi.
Scese dal taxi dopo aver pagato una cifra che le parve
esorbitante. In pochi secondi fu fradicia.
Acqua nei capelli, lungo la maglietta leggera, dentro le
scarpe. Solo i jeans spessi la riparavano appena. Fece
una corsa fino al portone. Entrando si accorse che non
c’era il portiere, e ora? A chi chiedere? Cominciò a
guardarsi intorno, ai suoi piedi una piccola pozza
d’acqua. Fuori il rombo di un tuono vicinissimo. Giulia
rabbrividì e non resistette alla tentazione di tapparsi
le orecchie e chiudere gli occhi.
“
Paura?” Una voce maschile piuttosto bassa, vicinissima.
Aprì gli occhi.
Un
ragazzo alto, quasi un uomo, belloccio, lo sguardo
ironico, un sorriso strafottente sulle belle labbra.
Provò un’antipatia istintiva.
“
Sei fradicia. Dove sei diretta?” Le chiese lui. Giulia
rispose che cercava il suo ragazzo, ma chissà perché non
gli disse chi fosse.
“
Reparto maschile, primo piano, le scale sono a destra.”
Giulia lo ringraziò e fece per allontanarsi.
La
voce di lui: “ Mi chiamo Giacomo.”, si perse alle sue
spalle come un’eco.
Ovviamente Marco non c’era, e non c’era neanche il suo
compagno di stanza. Non c’era assolutamente nessuno.
Giulia sentì salirle le lacrime agli occhi. Aveva
freddo, era stanca, non sapeva dove andare. Cercò il
cellulare nella borsa. Scarico. Ovviamente.
“
Secondo me dovresti cambiarti, prima che ti venga una
polmonite.” Giacomo? L’aveva forse seguita? Giulia sentì
un brivido di paura. Lo guardò. Sorrideva.
“E’
ovvio che il tuo ganzo non c’è. Vieni in camera mia così
ti asciughi. Grondi acqua come una fontana!” Poi
aggiunse: “ Tranquilla non sono Jack lo squartatore.”
Lo
seguì docile senza sapere perché. Non si fidava di lui,
eppure…Accidenti a Marco. Dove diavolo era? Stupida,
mille volte stupida ad arrivare li senza preavviso. Ma
questo Giacomo era attraente. Antipatico, odioso
perfino, ma attraente. Alto, spalle larghe, gambe
lunghe, messe in evidenza dai jeans strettissimi, aveva
un viso dai lineamenti leggermente grossolani, resi
ancora più irritanti dall’espressione eccessivamente
sicura, quasi presuntuosa e dai modi spicci che
mostrava. Eppure provava attrazione per lui. Aveva
un’aria di uomo fatto laddove Marco sembrava ancora un
ragazzino appena uscito dal liceo. Giacomo aprì la porta
della sua stanza e la fece entrare.
Giulia notò un gran disordine e un’aria stantia di
chiuso e fumo di sigarette.
“
Non sono un tipo ordinato.” Disse lui a mo di scusa.
“ Il
bagno è di là. Spogliati. Ti porto qualcosa di asciutto
da mettere.” Lo disse così semplicemente, come se fosse
la cosa più naturale del mondo. Come se la conoscesse da
sempre e lei non fosse una sconosciuta incontrata per
caso. La cosa assurda fu che Giulia ubbidì senza
protestare.
La
porta del bagno non aveva la chiave e lui entrò senza
bussare mentre lei era in slip e reggiseno. La guardò
insistente, facendola arrossire. Perfino la biancheria
era fradicia, i capezzoli duri sembravano forare la
stoffa leggera del reggiseno.
“
Togli tutto.” disse lui porgendole una tuta. “ E’ della
mia ragazza, dovrebbe essere più o meno della tua
taglia, a me piacciono piccole, le donne.” E rise con
una risata franca che gli illuminò gli occhi.
La
tuta era della sua taglia, ma conservava l’odore della
sua proprietaria. Un odore denso, zuccheroso. Un misto
di profumo, pelle e umori vari. Ma dove era finita?
Giulia all’improvviso ebbe paura. Chi era quest’uomo?
Perché l’aveva seguito? Che avrebbe detto a Marco?
Fuori dal bagno, nella piccola stanza un profumo forte
di caffè appena fatto.
“
Stenditi sul letto, sarai stanca, ma prima bevi questo
caffè. Vuoi un panino? Non ho molto dentro, ma posso
portarti qualcosa.”
“ Va
bene il caffè, non ho fame, sono solo stanca.” Rispose
Giulia, sistemando i suoi panni bagnati sulla spalliera
di alcune sedie.
“
Non c’è la tua ragazza?” Gli chiese.
“
Lei vive nel reparto femminile. Ma oggi non c’è, è
andata a trovare i suoi.” La sua voce si perse nel rombo
di un tuono. Giulia si tappò le orecchie impaurita.
Odiava i tuoni, il loro rumore assordante, fin da quando
era bambina. Ogni volta non riusciva a vincere la
tentazione di chiudere le orecchie con il palmo delle
mani. Bevve il caffè e poi si sedette sul letto,
raggomitolandosi su se stessa. Nonostante tutto non
aveva voglia di andare via di li, dove poi?
Lui
le si avvicinò e la costrinse a distendersi e poi si
distese a fianco a lei.
Perché non si ribellava? Perché lo lasciava fare? La
stanchezza era più forte di tutto. Se almeno non ci
fosse stato quell’orribile temporale che la lasciava
atterrita e persa come fosse stata una bimbetta di pochi
anni lasciata sola da sua madre.
Ma
Giacomo in quel momento era così dolce, in contrasto con
i suoi modi spicci. Disteso su un fianco accanto a lei,
le accarezzava i capelli per rassicurarla ad ogni
scoppio di tuono. Giulia percepiva l’odore del suo
corpo, aspro, piacevole. Sentiva il calore della sua
pelle attraverso i vestiti. Tutta la situazione era
inconcepibile ed eccitante. Rabbrividì.
“
Hai freddo? Mettiti sotto le coperte.” Incredibilmente
ubbidì. Non riusciva a non fare tutto quello che lui le
diceva. Giacomo fece altrettanto.
Vestiti sotto le coperte era più eccitante che se
fossero stati nudi. Lui cominciò a darle piccoli baci
sul viso, ma senza sfiorare le labbra. Giulia chiuse gli
occhi, lasciandolo fare. Giacomo intanto aveva
cominciato ad accarezzarla, da sopra alla tuta. Le
braccia, le spalle, i seni, il ventre, le gambe. Giulia
restava immobile come paralizzata, desiderando solo che
lui continuasse. Desiderando che lui la baciasse
davvero. Il rombo dei tuoni, la inondava di adrenalina.
Sentiva il cuore battere sempre più forte.
Finalmente lui la baciò, mordicchiandole labbra e poi
spingendo la lingua nella sua bocca e facendole
percepire ancora il sapore del caffè che aveva appena
bevuto.
I
suoi baci erano lenti, estenuanti e profondi. Era come
sprofondare in un gorgo scandito solo dal rombo dei
tuoni che spezzava il silenzio della stanza. Intanto, si
era fatto buio. Solo i lampi illuminavano l’ambiente.
All’improvviso, Giacomo non era più lui, ma era anche
Marco, e tutti gli uomini che aveva amato o anche solo
desiderato. Giacomo era solo un corpo di maschio, il cui
sesso turgido premeva, attraverso la stoffa dei jeans,
contro il suo ventre.
“ Ti
piace, vero? Con quella faccina pulita, invece ti piace
da matti, essere toccata, anche se te ne stai li ferma,
immobile. Mi lasceresti fare quello che voglio, e che
vuoi anche tu…Ma devi dirmelo, te lo voglio sentire
dire…”
Ma
Giulia taceva, gli occhi disperatamente chiusi, la pelle
in fiamme che desiderava solo di essere toccata, dalle
sue mani, dalla sua lingua.
“ E
vediamo adesso queste tettine…” Disse lui infilandole la
mano sotto la maglia della tuta, dove lei era nuda.
“
Però, niente male la ragazza! Le hai grandi. I tuoi
capezzoli sono duri come bottoni. “ Disse, e le strizzò
i seni con forza, facendole male.
“ Ti
prego!” Gemette lei.
“ Ti
prego cosa? Che continui a farti male, o che la smetta?
Ma no, tu vuoi che continui, è vero?”
Giulia continuava a tacere. Era come una malia, che la
teneva incatenata a quel letto, prigioniera del suo
stesso desiderio che le pulsava nel ventre, incessante e
intenso. Marco era un’immagine sfocata nel fondo della
sua mente. Un ricordo confuso di gesti e di parole che
all’improvviso le sembravano lontani come in un altro
tempo e un altro spazio.
Ora
esistevano solo le mani voraci di Giacomo, che le
avevano strappato via i pantaloni della tuta e che le
percorrevano il corpo senza ritegno, certe volte
dolcemente, certe volte rapaci; e la sua voce roca,
cattiva che diceva:
“
Guardala la ragazzina dalle grandi tette. Guarda come le
piace. Stai impazzendo vero? Vuoi che te lo metta
dentro, non resisti più. Sentilo…” e prendendole la
mano, se la mise sul sesso che intanto aveva liberato
dai pantaloni.
Giulia si sentiva umiliata eppure anche in
quell’umiliazione aumentava il piacere. Il peso del
corpo dell’uomo su di lei, i modi spicci con i quali la
trattava così diversi dalla dolcezza di Marco, tutto
questo aumentavano la sua eccitazione. Era consapevole
di essere totalmente in suo potere. Lui avrebbe potuto
farle di tutto perfino ucciderla, in quella stanza buia,
in quella città sconosciuta e così lontano dal suo
mondo, dalla sua vita di sempre.
La
costrinse a voltarsi, il viso schiacciato sul cuscino,
le bloccò le braccia al di sopra della testa, le allargò
le gambe e penetrò in lei da dietro, con forza. Giulia
urlò per il dolore e la vergogna. Ma lui non si fermò.
Continuava a muoversi dentro di lei indifferente ai suoi
gemiti al suo implorare di smettere. Eppure nel profondo
di quella violenza, l’ombra del piacere faceva capolino
e all’improvviso Giulia si accorse che perfino il dolore
era piacere e le toccava l’anima…
Dopo, lui restò immobile, abbandonato sopra di lei.
Squillò un cellulare, posato sul comodino. Lui
l’afferrò:
“
Sandra, amore, com’è andato il viaggio? Certo che ti
penso dolcetto. Lo sai che senza di te impazzisco. Torna
presto amore, ti aspetto.” Com’era diversa la sua voce
ora. Carezzevole, dolce.
Parlava alla sua donna, mentre lei aveva finito di
esistere. Lui l’aveva lasciata col suo piacere
insoddisfatto, col ventre che le pulsava e la pelle in
fiamme. Riuscì a sgusciare via dal letto. Prese i
vestiti che ora erano quasi asciutti e corse in bagno.
Si lavò alla meglio, il corpo madido, il sesso grondante
di umori. Si rivestì in fretta. Nel buio della stanza,
cercò il suo borsone. Giacomo dormiva ora. Neanche si
svegliò quando lei chiuse piano la porta, andando via
come una ladra.
Non
le aveva neppure chiesto il suo nome.
Come
una sonnambula si diresse verso la stanza di Marco. Era
tornato? Cosa gli avrebbe detto? Forse avrebbe fatto
meglio a ripartire…
Intanto la mano, spinta da una volontà non sua, bussò
alla porta, che si aprì quasi subito.
Marco era sulla soglia:
“
Tesoro, che sorpresa! Quando sei arrivata?” Intanto
l’abbracciava forte, affondando il viso nei suoi
capelli…” Amore quanto mi sei mancata!”
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