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L’ODORE DEL SANGUE
Sila aveva le mani sporche di sangue. Continuava a
lavarle, lavarle all’infinito, ma le macchie rimanevano
e, sotto, la pelle si screpolava.
Sila sentiva il sangue scorrerle fra le gambe, lungo il
ventre pulsante. Sentiva il suo odore dolce e nauseante
che la soffocava. Chiuse gli occhi. I suoi grandi occhi
liquidi e verdi, remoti e persi in ricordi dolorosi.
Infilò la felpa slabbrata dentro la quale le forme
acerbe del suo corpo si perdevano fino ad annullarsi.
Strinse la cintura dei jeans sul ventre piatto.
Fuori il mondo aveva l’aspetto disperato e sconnesso di
un film dalla pellicola consunta.
Rumori e odori l’assalirono violenti, facendola
rabbrividire.
La strada era affollata, nell’ora di punta di uomini,
donne, vecchi ragazzi indifferenti e in corsa dietro a
sogni perduti, verso il nulla.
Sila si diresse a passo svelto verso una meta
inesistente. Il cuore in frantumi e l’anima dispersa.
Cristo quella tristezza opaca che l’avvolgeva. E quel
sangue negli occhi, nelle mani, nel ventre. Cristo era
quello il dolore. Quel fango molle che inghiottiva i
suoi giorni. Che disperdeva le emozioni in un’inutile
rabbia sterile.
E non c’era niente, niente che potesse riempire il
vuoto. Il buco nero che aveva dentro e nel quale
scomparivano sogni e desideri prima ancora che lei
riuscisse a formularli.
Affrettò il passo verso un destino ignoto eppure già
conosciuto, già previsto, già desiderato.
Lui l’aspettava seduto in macchina. I capelli grigi e
folti, quasi bianchi, lo sguardo duro degli occhi
taglienti. Le labbra sottili strette in una smorfia di
disappunto.
Quella mocciosa stupida e imperfetta, nonostante tutti
gli sforzi, che lo guardava ora in piedi accanto alla
macchina, non gli dava che delusioni continue. Era così
stupida così imperfetta, come una bambola mal riuscita,
nei suoi straccetti di poco prezzo.
Entrò in macchina senza parlare. Eppure doveva essere
stupita, ma non lo dava a vedere. Lo guardava senza
eccessiva curiosità. Lupo, si era lui Lupo e lei era
Alice, certo. Alice nel paese delle meraviglie. Che
stupidi nick si erano scelti. Alice e Lupo, Lupo e Alice
si incontravano sempre ogni pomeriggio, su quel
territorio del mai che erano le chat.
Lui l’aveva capito subito che lei era una stupida
ragazzina imbevuta di fandonie . Quello che non aveva
capito era che lei non era imbevuta di fandonie ma di
sangue e dolore, di rabbia e impotenza.
Lui si era mostrato giovane, più di quanto lo fosse
realmente. Qualche ritocco alla foto che le aveva
mandato e il gioco a senso suo era fatto. Il resto
l’avrebbe fatto la macchina di grossa cilindrata e il
portafogli gonfio.
Stupida ragazzetta senza tette, gli era sembrata più
graziosa sullo schermo del computer, invece era
stropicciata e banale.
La portò in un motel fuori città. Lei lo seguì senza
protestare. I jeans sdruciti strisciavano per terra, la
maglietta slabbrata non sembrava neanche troppo pulita.
L’uomo si vergognava un po’ davanti allo sguardo
diffidente dell’addetto alla reception. Consegnò i
documenti, evitando di guardarlo. Non è che questo scemo
pensa che lei è minorenne! rifletteva l’uomo. E se
invece lo fosse stata? Se invece lei gli avesse mentito
sull’età? Sai i guai. A guardarla sembrava in effetti
così giovane. Ma no, che scemo! Guarda le rughette di
espressione intorno agli occhi, e quei capelli stinti e
estenuati, doveva aver superato da un pezzo i venti
anni, ma il corpo era quello di una bambina invecchiata
troppo presto.
La camera era di quelle scialbe , anonime e squallide
dei motel. Il copriletto a fiori, dai colori vivaci e
pacchiani, la mobilia anonima, il lampadario dozzinale
che spandeva anche in pieno giorno una luce gialla e
sudicia.
L’uomo si sforzava di trovare parole da dire, le stesse
parole che le aveva detto per giorni sullo schermo del
computer o per telefono, aspettando quell’incontro che
ora aveva all’improvviso perso per lui ogni
significato.
Lei al contrario non parlava. Come una bambola di gomma
si lasciava toccare, baciare e poi spogliare senza un
minimo di partecipazione. Solo dallo zainetto consunto
non si separava, stringendolo in una mano mentre lui
invano, cercava di farglielo lasciare.
I baci di lui, sapevano di sigaro e colonia, la pelle di
lei di animale selvatico, di sale e aria, di lacrime e
pioggia. Sotto i vestiti il corpo dell’uomo aveva la
consistenza sottile e stropicciata della pelle dei
vecchi; di quel rosso sbiadito e secco, appena
interrotto dalla bianca ombreggiatura della peluria. La
carne era flaccida e morbida, i movimenti lenti e
preparati.
La pelle di lei era sottile e pallida, e copriva appena
le ossa sottili. Il ventre incavato degradava nel sesso
ombreggiato di peluria sottile come quella dei bambini.
Le gambe magre erano solcate dalla filigrana bluastra
delle vene. Gli occhi di lei insondabili e assenti
rimasero arrovesciati verso il soffitto, mentre lui la
penetrava senza tenerezza, alla ricerca di un piacere
sterile e solitario.
Ma Sila sentiva il sapore del sangue nella bocca, e il
rosso del sangue che inondava il suo cervello, mentre
ricordava altre mani fameliche, un’altra bocca, un altro
sesso fra le gambe. La mano aprì lo zaino dal quale non
si era separata e che ora giaceva affianco a lei, nel
letto. Con movimenti veloci, estrasse un paio di forbici
dalla punta aguzza, e le piantò senza esitazione nella
schiena lentigginosa dell’uomo sopra di lei. Il punto
scelto con precisione, in un gesto ripetuto altre volte,
che fece scivolare via la vita dall’uomo senza che lui
riuscisse ad emettere il minimo lamento.
Sgusciò da sotto il corpo dell’uomo con una certa
difficoltà. Non c’era molto sangue, l’emorragia era
stata interna e contenuta, ormai si era impratichita a
sufficienza.
Ne aveva uccisi tanti, per non avere ucciso il primo e
il solo che aveva violato il suo corpo in un tempo così
lontano che quasi non lo ricordava più.
Li cercava sul web. Ne trovava sempre uomini disperati e
soli, o solo porci e viziosi, uomini e basta.
Ci voleva poco. Dopo tutto cercavano sempre e solo una
cosa: sesso a poco prezzo, fingendo che fosse amore o
non fingendo affatto.
Andò in bagno, si lavò alla meglio, specie le mani che
non restasse traccia alcuna di sangue. E strofinava, e
strofinava col sapone dozzinale, fino a scorticarsi la
pelle, ma del sangue sentiva l’odore dolciastro e
nauseante. Si rivestì con cura, lentamente. Prese le sue
poche cose, lo zainetto e uscì chiudendosi con calma la
porta alle spalle.
Nella hall, il portiere di notte sonnecchiava russando
nel suo cantuccio. Nemmeno si accorse che lei usciva. Il
buio la inghiottì in un attimo, come le ombre cupe
dell’inferno….
“ Il killer dei motel ha colpito ancora. Un uomo di
mezz’età è stato rinvenuto cadavere nella sua stanza,
colpito alla schiena con un’arma da taglio appuntita che
non è stata trovata. Aveva avuto rapporti sessuali il
che fa pensare come negli altri casi che il killer sia
una donna. Nessuno ricorda con precisione chi lo
accompagnava….”
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