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IL
FUOCO SOTTO LA PELLE♦
Non
credere che io voglia giustificarmi. Non ci penso
nemmeno. So quanto sei rigida. Quanto tu non ammetta
debolezze né in te stessa né negli altri. Ti conosco
troppo bene.
Piuttosto mi chiedo se i lunghi anni della nostra
amicizia basteranno, col tempo, a farti dimenticare…
Mi
hai detto che ti ho mancato di rispetto. Davvero? E
perché? Perché eravamo in cas a tua? O cos’altro? Perché
ti ho distrutto l’illusione dell’amicizia asessuata che
pensavi dovesse unire il nostro gruppo? Le cose non sono
mai così semplici, credimi, e io non credevo, non
pensavo, non avrei mai immaginato che accadesse ciò che
è accaduto….lascia che ti racconti, dal mio punto di
vista che il tuo lo conosco fin troppo bene.
E’
stata tua l’idea della pizza a casa tua, non puoi
negarlo. Dopo quella lunga giornata di mare eravamo
tutti in piazza a cercare un’improbabile frescura,
estenuati, bruciati dal sole. Tu hai detto:
“
Ragazzi prendiamo una pizza e andiamo a mangiarla a casa
mia.” Siamo stati tutti d’accordo, ricordi? Sembravamo
un branco di ragazzini affamati invece che uomini e
donne adulti e ragionevoli.
La
casa tua è stretta, accalcati gli uni sugli altri,
abbiamo aperto il tavolo del soggiorno. Hai tirato fuori
dal frigo le birre e tu hai stappato il vino, poi hai
detto agli uomini di andare a prendere le pizze.
Sei
un’organizzatrice nata tu. In quattro e quattr’otto hai
organizzato una cena: formaggi, salame piccante, olive,
c’era di tutto perfino il dolce e i liquori.
L’aria era satura di allegria. Eravamo tutti su di giri
per il caldo, le risate le battute….perché anche a te
piace scherzare e non ti tiri mai indietro davanti a
qualunque gioco.
Fabio mi piace, lo sai, ma non in senso erotico,
credimi. Direi piuttosto una simpatia istintiva dettata
dall’allegria che emana da lui, da quell’aria di eterno
ragazzo che si porta addosso con noncuranza voluta. In
jeans e camicia, i capelli scuri e gli occhi brillanti,
sembrava un adolescente in vena di giocare. Abbiamo
sistemato le pizze fumanti sul tavolo e abbiamo
cominciato a mangiare.
Lui
era a fianco a me, così vicino da sentire il calore del
suo corpo attraverso i vestiti. Il suo braccio nudo
sfiorava il mio involontariamente, e nel suo muoversi,
sentivo il leggero afrore del suo sudore misto alla
colonia che indossava. Si sporgeva a parlarmi sottovoce
ricordi? Sentivo il suo fiato caldo accarezzarmi il
collo. Tu lo provocavi.
“Fabio- dicevi- che fai? Smettila di fare il galletto,
che non c’hai i numeri!” Lui stava al gioco e per
scherzare mi cingeva le spalle con un braccio. “ Giulia-
diceva -che pelle calda che hai. Stai andando a fuoco.
Hai preso troppo sole…” E nel dirlo, mi sfiorava la
spalla con la mano, ma era tutto un gioco,
allora….ancora…
Non
voglio dire che sia stato il vino, però lui lo bevevo
senza esserci abituato, un bicchiere e poi ancora un
altro…Guardavo le sue guance arrossate, i capelli
scomposti sulla fronte. Ad un tratto si è alzato, ha
slacciato i bottoni della camicia fin quasi alla vita e
attraverso la stoffa scostata vedevo la pelle abbronzata
e quasi glabra del suo torace…
E’
stato allora? Sembrava così giovane, così desiderabile…O
forse tutti quei discorsi frivoli che facevamo, così
insulsi, ma così divertenti. Ridevamo con nulla e per
nulla, come se gli anni che ci portiamo addosso fossero
svaniti d’incanto, in quella temporanea, superficiale,
effimera adolescenza ritrovata.
Mi
alzai, all’improvviso avevo un caldo tremendo. Uscii in
terrazza per rinfrescarmi e mi appoggiai alla ringhiera
guardando in strada. Alle mie spalle le vostre voci, le
risa, il rumore.
Davvero avevo preso troppo sole, sentivo un caldo
insopportabile invadermi tutta, e un leggero malessere a
chiudere la bocca dello stomaco. La pelle irritata mi
bruciava, provai un vago capogiro.
D’un
tratto all’improvviso, lui era alle mie spalle.
Appoggiò
le mani sulla ringhiera. Mi imprigionò come
in
un abbraccio, aderendo col suo corpo al mio. Sentivo il
suo ventre sfiorarmi le natiche. Il suo torace premeva
sulle mie spalle. Ero in trappola, stretta fra le sue
braccia, senza potermi girare. Ma lui si scostò,
spostandosi al mio fianco. Nel buio i suoi occhi
brillavano come quelli di un gatto. Fece scivolare giù
la spallina del mio vestito, con un tocco leggero della
mano. “ Hai preso troppo sole, Giulia. Hai le spalle
bruciate, vedrai che questa notte non riuscirai a
dormire…” Avvicinò il viso al mio, credetti che volesse
baciarmi, invece cominciò a soffiare piano sulla mia
pelle bruciata, come si fa con i bambini quando si fanno
la bua.
Rabbrividii. Era una sensazione stranissima, un misto di
piacere e di dolore. Poi lui mi sfiorò la pelle con le
labbra. Le aveva fresche, ristoratrici. Intanto la sua
mano si insinuò fra i miei capelli, e, intrecciando le
dita ai miei ricci, in una lunga estenuante lenta
carezza, sfiorò con la punta delle dita il lobo
dell’orecchio poi ancora scese ad accarezzare la nuca.
Lo guardai. Anche lui mi stava guardando. Il suo sguardo
era denso, vischioso, mi scivolava dentro inondando il
mio corpo di uno strano languore.
Una
sensazione dolce, quasi caramellosa che mi inondava le
viscere dandomi le vertigini.
Prima ancora di pensarci, gli accarezzai il viso, e poi
le spalle, scivolando lungo il solco della sua schiena.
Sotto la camicia i suoi muscoli si tesero. Percepivo il
suo odore sempre più aspro, ma non sgradevole. Gli umori
della sua pelle mista all’odore del mare…Poi tu ci
chiamasti.
Lui
si irrigidì, ma a malincuore tornò fra di voi.Io al
contrario, restai dov’ero, cercando di riprendere il
controllo delle mie emozioni. Non era facile a quel
punto. Ma tu tornasti a chiamarmi e dovetti rientrare.
Mi
chiedo spesso cosa si nasconda dietro la donna che sei ,
dietro la maschera che indossi e della quale sembri
inconsapevole. Mi chiedo se hai ancora desideri ad
agitarti le notti, o se ti appaga, grato, l’uomo che ti
è compagno dal tempo lontano della tua giovinezza. Dai
l’impressione di inossidabili certezze, senza mai dubbi
né ripensamenti. Sei sempre pronta a vedere negli altri
la più piccola debolezza, a coglierne il minimo fallo e
riesci perfino a convincerci tutti che tu non sbagli
mai.
“
Usciamo, e andiamo a mangiarci un gelato.” Dicesti. La
voce acuta, entusiasta e allegra. Tutti si dissero
d’accordo. Lui taceva. Quanto a me, mi sentivo delusa.
Ancora eccitata, non sopportavo di non poter prolungare
il piacere sottile della vicinanza di Fabio. L’incanto,
il momento magico era svanito. Restava solo un vago
imbarazzo. Dovevo avere certo un’espressione strana
dipinta sul viso, perché tu pensasti che non stavo bene.
Mi guardasti curiosa e preoccupata.
“
Senti, perché non ti stendi un po’ sul mio letto, così
ti ripigli e poi ci raggiungi fuori?” Dicesti. Io
accettai grata. Avevo voglia di riprendermi. Di tornare
padrona di me stessa.
Il
vino bevuto, il gran caldo, mi facevano sentire strana e
nervosa. Avevo bisogno di pensare al comportamento di
Fabio per capire come avrei dovuto comportarmi. Far
finta di nulla? Dopo tutto nulla di importante era
veramente accaduto, eppure sentivo che qualcosa nei
nostri rapporti era cambiata. Niente sarebbe stato come
prima.
Finalmente usciste tutti e la casa tornò silenziosa.
Andai in bagno a rinfrescarmi un po’. Mi sentivo
sollevata. Poi entrai nella tua stanza e senza
accendere la luce, mi sdraiai sul letto di traverso, dal
soggiorno la luce disegnava strane forme sui muri e
tutto era immerso in una piacevole penombra. Chiusi gli
occhi. Fu allora che suonò il campanello dell’ingresso.
Pensai che tu avessi dimenticato qualcosa, ma non avevi
le chiavi? Avrei dovuto pensarci che non potevi essere
tu. Invece andai ad aprire senza alcun sospetto ed era
lui…
Sorrideva. Entrò senza esitazione e si diresse in
silenzio verso la camera da letto.
Lo
seguii stupefatta, senza neanche pensarci.
“Ho
dimenticato il cellulare sul comò.” Si decise a dire. Ma
capii che era una scusa. Il suo sguardo era torbido,
quasi ironico. Mi venne vicino. Alzò il braccio ad
accarezzarmi il viso.
“Sei
bella” Disse. La voce bassa e roca del desiderio appena
trattenuto. Io chiusi gli occhi. Volevo che mi baciasse,
volevo sentire le sue braccia intorno al corpo. Gli
cinsi la vita e lui abbassò il viso e posò le sue labbra
sulle mie. All’inizio fu tenero, quasi guardingo. Mi
teneva stretta senza osare gesti più intensi, ma io
lasciai scorrere le braccia lungo il suo corpo,
aggrappandomi a lui. E quel bacio divenne l’anticamera
di una passione che inspiegabilmente rompeva gli argini,
facendoci precipitare in un turbine di carezze sempre
più audaci che ci tolsero il fiato.
Cademmo sul letto. Lui mi sfilò il vestito, poi sganciò
il reggiseno e me lo tolse. Gli strappai quasi di dosso
la camicia, ma quando cercai di aprire la fibbia della
sua cintura, lui mi fermò la mano. Ci guardammo negli
occhi. Capii che voleva prendersi il suo tempo, che
voleva assaporare il mio corpo e che io assaporassi il
suo. Affondò il viso fra i miei seni, mentre con le mani
a coppa li stringeva per poi lasciarli e sfiorarli
appena con la punta delle dita. Le sue labbra intanto mi
esploravano scendendo sempre più giù verso il centro del
mio piacere.
Non
riuscivo a pensare. Prigioniera dell’urgenza di quelle
sensazioni che lui mi provocava, ero diventata tutt’uno
con la mia pelle e con le sensazioni che mi dava. Il
tempo stesso si era come fermato, ed anche il mondo
fuori dalla penombra di quella stanza, dove il silenzio
si riempiva dei nostri ansiti, dei nostri gemiti. Mi
sembrava quasi che non fosse più importante che fosse
lui, Fabio, in quel momento con me. Era soltanto il
corpo di un uomo, il desiderio di un uomo che si fondeva
col mio e non eravamo più io e lui, gli amici di una
vita, ma soltanto i nostri corpi di femmina e maschio
che compivano ciò per cui erano stati creati. E mentre
allargavo le gambe per offrire il mio sesso alla sua
bocca, pensai “ Ma l’amore…dov’è l’amore in tutto
questo…?ma è poi così importante l’amore…” e in quel
momento non mi sembrò affatto importante, non sarebbe
stata più grande la sua bravura a darmi piacere, se
l’avessi amato. Forse sarebbe stata solo diversa, forse…
Ma le labbra, quelle labbra voraci, che mi facevano
naufragare in oceani di dolcezza, in esplosioni di luci
accecanti non erano più sue che di chiunque altro, erano
labbra e basta e desiderio.
All’improvviso lui interruppe il suo gioco. Si alzò in
piedi di fronte a me che lo guardavo con gli occhi
socchiusi, e cominciò a slacciarsi la cintura…
Ecco
quel gesto, non so se riuscirò a farti capire, sanciva
in quel momento tutto il suo potere su di me. Io stavo
lì, vinta, nelle sue mani, desiderando solo di sentire
il suo peso su di me, la forza con la quale lui mi
avrebbe schiacciato su quel materasso, senza darmi la
possibilità di fuggire. Come se avesse detto: “Ecco
finora abbiamo giocato, ma adesso faccio sul serio.
Adesso sono io che conduco il gioco.” E infatti non
giocava più e si fece largo dentro di me quasi con
violenza, mentre le sue mani mi segnavano la pelle
stringendola con forza. E mentre si muoveva con ritmo
lento e profondo, mi guardava negli occhi, avido di
spiare le mie reazioni, le espressioni che il mio viso
assumeva all’impeto dei suoi assalti.
Intrecciai le gambe intorno ai suoi fianchi assecondando
i suoi movimenti, intanto gli accarezzavo le spalle e
gli baciavo il collo.
La
poca familiarità che avevamo l’uno del corpo dell’altro,
ci impediva di esprimere pienamente l’intera
potenzialità delle reciproche carezze, obbligandoci ad
una lieve goffaggine, ma l’urgenza del desiderio che
sentivamo, suppliva a questo limite.
C’era tanta dolcezza nel modo in cui lui percorreva con
le labbra la mia pelle, gustandola con la punta della
lingua quasi a volerne cogliere il sapore. La sua aveva
un gusto asprigno e vagamente salato, impregnata com’era
di sale e di sole. I suoi baci erano avidi a tratti
violenti al punto da provocarmi un leggero dolore a cui
faceva seguito una rinnovata dolcezza.
Rotolammo sul letto. Ora ero io che conducevo il gioco.
A cavalcioni su di lui, imprimevo il mio ritmo,
accelerando e rallentando, talvolta fermandomi e
lasciando che lui mi esplorasse eccitandosi ed
eccitandomi ancora di più.
Non
so quanto tempo passò, forse pochissimo, forse
un’eternità. Lui fu di nuovo sopra di me. Aveva fretta
ora di esplodere nel suo piacere e nel mio. Eravamo un
tutt’uno ormai, nei nostri odori, negli umori che
fluivano dai nostri corpi e che sembravano impregnare la
stanza…
Non
sentimmo la porta che si apriva…
La
luce si accese all’improvvisa, impietosa e dura,
restituendoci ad una imbarazzante realtà.
Si
ricompose alla meno peggio. Io afferrai il vestito e la
biancheria e me ne feci schermo.
Non
dimenticherò mai i tuoi occhi.
Lo
sguardo duro che ci lanciasti. Ferma sulla soglia della
stanza, non parlavi, lasciandoci al nostro imbarazzo.
Nel tuo sguardo, stupore, delusione, forse disprezzo e
poi ecco…rabbia.
Fabio si infilò la camicia senza parlare. Nemmeno ci
provò a spiegarti a giustificarci. E come avrebbe
potuto? Io, con quel poco di dignità che mi era rimasta,
mi infilai il vestito così com’ero, raccolsi la
biancheria, stringendola nelle mani. Intrappolati, ti
guardavamo li sulla soglia. Ci precludevi l’uscita.
Dalla tua bocca proruppero parole dure alle quali non
replicammo.
Capivo il tuo disprezzo ma non la tua rabbia. Io e Fabio
ci guardammo, l’unione dei corpi ci regalò una
complicità fugace contro di te. Lui si illudeva che la
tua reazione sarebbe stata passeggera. Ti disse solo : “
Scusa!” Ma scusa di che? Di averti profanato il letto
della tua casa al mare? O di averti aperto la porta dei
desideri inconfessabili ai quali ti neghi e ti sei
sempre negata?
Solo
io vedevo la tua rabbia. La sentivo come uno schiaffo in
pieno viso.
E
sapevo come lo so oggi che non avresti perdonato
quell’insano peccato del fuoco sotto la pelle, del
desiderio che non si nasconde dietro la maschera dei
sentimenti. Che non conosce vergogna, ne doveri, ma
insegue solo se stesso e il suo piacere. Al di la dei
corpi, al di la degli affetti.
Amica mia era questo che non mi perdoni? Di aver ceduto
a ciò che tu mai ti saresti concessa e mai ti
concederai? Non so ora che sarà della nostra amicizia.
Ne so se e come io e Fabio recupereremo fra noi l’antica
familiarità asessuata e rassicurante. Ma quel fuoco
amica mia, quel fuoco è qualcosa per la quale valeva la
pena… si ne valeva la pena.
La
recensione
Ogni promessa è debito e
difficilmente mantenerla mi riuscì più piacevole. Ho
letto una bella storia, intensa, serrata, non guastata
dallo stile in qualche modo "epistolare" che non amo
molto. Mi è piaciuto l'equilibrio tra la storia e la sua
componente erotica. Racconta bene i personaggi (l'io
narrante e la sua amica soprattutto. Fabio mi sembra più
defilato ma nell'economia della storia va bene così) e
li inserisce in un contesto credibile. Pare che l'ospite
abbia favorito il ritorno di Fabio a casa dopo aver
predisposto le cose in modo da provocare una conclusione
che si voleva "scoprire" per ricoprirla di furia etica.
E se così è, la risposta è adamantina, evita la
trappola, vince l'imbarazzo e rilancia sul piano
dell'aridità, del gelo "ammantato di sentimenti" dove
corre il confine tra "ti amo" e "ti voglio bene". La
fine del racconto è un epitaffio contro la grettezza, la
finta allegria da "qui in famiglia va tutto bene perché
io sono la migliore e ho il controllo di tutto". Dove si
dimostra che triste è il controllo del deserto. Meglio
perdersi in una foresta piena di suoni e di vita dove
incontri la paura e la dolcezza, l'incubo e l'incanto.
Brava . Un saluto.
Daniele |