I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

RED LIVED

L’idea era quella di prendere un caffè prima di tornare a casa.

La solita cena del mercoledì con gli amici, fra “orsi” come si suol dire, che tanto irrita mia moglie.

Non avevo digerito. Tutto sommato questi incontri settimanali, cominciavano a stufarmi. Siamo sempre gli stessi vecchi marpioni. Sergio con i suoi mali veri o immaginari, Marco con i suoi amori impossibili che non so mai se sono reali o frutto della sua vivace fantasia, Giacomo con la sua stomachevole aria di uomo vissuto che arriva sgommando sulla sua auto ultimo modello che non finirà mai di pagare…Facciamo sempre i soliti discorsi: le partite del campionato, una spolverata di politica, ma in dosi minime per carità e poi le donne ovviamente.

Una barba! Tutte queste donne le abbiamo nel cervello, nella bocca, ma non dove dovrebbero essere, cioè nei nostri letti…

Mia moglie? E lei che c’entra? La moglie è una cosa come i figli, il lavoro, la macchina, la casa, la madre… Io sto parlando delle donne, quelle che incontri per strada o ad un incontro di lavoro o in un bar. Quelle col trucco perfetto, il corpo sodo e le gambe inguainate in calze di seta. Quelle che ti guardano con quello sguardo un po’ così che ti promette chissà cosa, anche se hai pochi capelli e le “maniglie dell’amore” come me…

A farla breve, l’idea era di prendere un caffè e così entrai nel bar Red Lived, a circa tre isolati da casa mia. Strano, non ricordavo di averlo mai visto quel piccolo locale. Un posticino niente male dopo tutto.  Particolare.

Piccolo, pareti rosso fuoco, musica soffusa e in fondo alcuni separé.

Chissà perché mi venne l’idea di sedermi ad un tavolino in un angolino un po’ nascosto.

A quell’ora era piuttosto affollato. Uomini e donne soli per lo più, stranamente non c’erano coppie.

Sta a vedere che mi ero cacciato in uno di quei posti dove si va per rimorchiare?

Il caffè comunque era buono. Ristretto al punto giusto. Avevo voglia di stare lì ancora un po’ e così ordinai anche un amaro. Mia moglie sicuramente stava già dormendo e poi non fa mai storie quando ritardo.

E invece la vidi entrare nel locale...

Camminava con passo sicuro, arrampicata su scarpe dal tacco altissimo che mai le avevo visto portare. Il corpo slanciato appena coperto da un abitino striminzito che le lasciava una buona parte di schiena scoperta, e i capelli poi! Rossi, ramati come quando era ragazza e io la portavo in riva al mare a far l’amore.

La guardavo stranito, troppo stupito per fare o dire qualcosa. Che diavolo ci faceva a quell’ora in quel posto e quanto mi sembrava diversa da quando l’avevo vista parecchie ore prima nella nostra casa, prima di uscire per quella benedetta cena.

Mi passò davanti senza vedermi, dirigendosi verso il bancone. Il suo viso, quasi irriconoscibile sotto il trucco curato, aveva un’espressione strana, assorta e dura.

Feci per alzarmi e andarle incontro, preparandomi mentalmente alla sfuriata che volevo farle, ma ciò che avvenne in quel momento, mi ricacciò di botto nel mio angolo, sbigottito.

Giacomo era entrato nel locale e stava andando verso di lei con quel suo solito sorriso tronfio che tanto mi irritava, stampato sulla faccia dai lineamenti grossolani.

Si era cambiato d’abito a quanto pareva. Ne aveva di energie ancora, a quell’ora di notte.

Arrivato alle spalle di mia moglie, le cinse la vita con il braccio e lei si voltò a guardarlo sobbalzando.

Ora lo prende a schiaffi” pensai. Ero talmente sconcertato che quasi avevo dimenticato il senso di fastidio allo stomaco che mi aveva spinto ad entrare in quel posto invece di tornare dritto a casa come avrei dovuto. Lo stupore però, lasciò il posto alla rabbia, quando vidi, invece, che lei gli sorrise. Evidentemente l’aspettava.

Era così dunque. Quei due se la intendevano. Come avevo potuto non accorgermi di niente.

L’impulso fu quello di andare verso di loro e smascherarli. Mi immaginavo la faccia spaventata che avrebbe fatto mia moglie e lui quello schifoso che aveva la faccia tosta di definirsi mio amico, gliel’avrei tolto a suon di pugni quel sorriso fatuo dalla sua brutta faccia…

Ma prima che riuscissi a fare un solo gesto, lui la prese sotto braccio e chiacchierando la guidò fuori dal locale. Neanche allora mi videro, quasi fossi trasparente, quasi non esistessi…

Dovetti fare un sforzo immenso per controllare la rabbia che sentivo crescere in me fino a strozzarmi.

Impossibile resistere un minuto di più in quel dannato locale. Avevo bisogno d’aria, mi sentivo soffocare.

Pagai in fretta la consumazione e uscii in strada.

Sentivo agitarsi dentro di me sentimenti contrastanti. A parte l’ira che mi divorava e il dolore per quel tradimento, mi trovai a pensare a lei quasi con ammirazione.

Era veramente graziosa quella sera, magra come non la ricordavo. Sembrava perfino più giovane con quell’incredibile vestito che la rendeva così sensuale e intrigante.

Per me non si era mai vestita così e quando poi aveva tinto i capelli che ricordavo più lunghi e disordinati? Li aveva riportati al colore della sua giovinezza…

Come poteva perdersi con Giacomo! Un uomo così insulso, superficiale ed egoista. Che le dava lui, che io non potessi darle. Era forse la sua aria da uomo arrivato che portava in giro con arroganza, il petto in fuori come un tacchino? O quei capelli brizzolati quasi bianchi…Quasi bianchi? Non me n’ero accorto che si fosse così invecchiato, quando mangiavamo insieme poche ore prima.

Ma poi che impudenza! Incontrarsi così, sapendo che sarei rientrato da un momento all’altro…

Mentre così pensavo, camminavo senza meta per le strade deserte. Intorno, solo ombre di disperati come me, che non avevano una casa in cui tornare.

Ad un tratto mi accorsi di aver perso l’orientamento. Dov’ero? Non riuscivo a capirlo, mi sembrò di aver perso i punti di riferimento. Mi aggiravo per strade sconosciute come un fantasma. Eppure la città non aveva segreti per me, e non dovevo essere poi troppo lontano da casa, almeno così credevo.

Intanto si era alzato un vento gelido, imprevedibile per quella notte estiva.

Tirai su il colletto della giacca leggera che indossavo.

Avevo la bocca arida e le labbra asciutte. La stanchezza cominciava a farsi sentire e desiderai tornare a casa. Non riuscivo a rendermi conto di quanto tempo fosse passato dal momento in cui li avevo visti insieme. Minuti, ore? Tutto sembrava possibile.

Ormai camminavo per forza di inerzia, sorretto solo dalla volontà di tornare. Le case intorno, i vicoli, i palazzi, tutto sembrava diverso ed estraneo. E’ proprio vero che la notte rende tutto ambiguo e incerto come un filtro che deformi la realtà.

All’improvviso mi apparve il mio condominio. Accanto al portone c’era un’insegna che non ricordavo di aver mai visto. “dott. Giacomo Belletti avvocato civilista” E da quando Giacomo aveva uno studio nel mio condominio?

Salii le scale meccanicamente. Avevo il respiro corto e affannoso. Arrivato davanti alla mia porta, feci una gran fatica a infilare la chiave nella toppa.

Avevo lo sguardo come offuscato, cosa le avrei detto? Dovevo aggredirla o far finta di niente? E se non fosse ancora tornata?

Entrai senza accendere la luce, come facevo sempre quando rincasavo tardi. Il chiarore proveniente dai lampioni che filtrava attraverso le imposte, dava alle stanze una chiarore soffuso.

Mi avviai sicuro verso la cucina, perché mi sentivo la gola riarsa e avevo bisogno di bere. Nel soggiorno inciampai nel tavolinetto basso che era stato sempre in salotto. Perché diavolo l’aveva spostato? In cucina la bottiglia dell’acqua non era più in frigorifero dove era sempre stata, ma nella credenza. Ovviamente l’acqua era caldissima e non mi diede alcun sollievo.

Mi sedetti esausto. Come avrei dovuto affrontarla? Mi colse il pensiero che avrei potuto far finta di niente, avremmo continuato a vivere come sempre, forse era la soluzione migliore…

Mi diressi verso la camera da letto. Passando davanti alla consolle, il bagliore del vetro di una cornice, attrasse la mia attenzione. Accesi la lampada sullo scrittoio per vedere meglio.

Non ricordavo la foto all’interno della cornice, anzi non ricordavo neanche la cornice! Nella foto il mio primo piano. Chiaramente un ingrandimento di una foto tessera venuto neanche troppo bene.

Di tutte le foto che possedevo, proprio quella doveva scegliere da esporre e poi perché?

Sembrava la foto di un morto!

In camera lei dormiva. Rannicchiata sotto il lenzuolo leggero, i capelli sparsi sul guanciale, sorrideva nel sonno. Non potevo svegliarla. Le avrei parlato domani.

Cercai il mio pigiama sotto il cuscino, non c’era.

Cercai di aprire il cassetto del comò per prenderne uno pulito. Feci un rumore infernale, ma lei non si mosse nemmeno.

Nel cassetto la mia roba era sparita! Tutta la mia biancheria. Aprii quello delle camice. Non ce n’era più una, solo indumenti di mia moglie.

Dall’armadio erano scomparsi tutti i miei vestiti. Accesi la luce. Che si svegliasse pure!

Lei continuava a dormire, mentre io sempre più sbigottito scoprivo che in quella stanza non c’era più niente di mio…

Accesi le luci in tutta la casa.

Nelle varie stanze, alcuni mobili erano stati spostati, altri addirittura mancavano. Perfino la disposizione dei quadri alle pareti non era più la stessa.

E quando aveva fatto tutti quei cambiamenti?

Questo era un incubo, o io avevo bevuto troppo e queste erano allucinazioni.

Cercai il divano nel soggiorno che aveva cambiato posto anche lui e mi ci buttai sopra esausto, addormentandomi quasi di colpo…

Dormii non so per quanto tempo. Quando mi svegliai era ancora notte. Non riuscivo a capire quanto avessi dormito. Il mio orologio era fermo a parecchie ore prima.

Mi ci volle un po’ per accorgermi che mia moglie non c’era. Dove poteva essere andata a quell’ora?

Inutile stare lì ad aspettarla, decisi di tornare nel locale dove tutto era cominciato. Avevo voglia di sbronzarmi e non pensare più a niente.

Fuori le strade erano deserte e c’era sempre lo stesso vento freddo che mi fece rabbrividire.

Trovare il locale fu molto più facile di quanto prima lo fosse stato, trovare la strada di casa mia.

All’interno mi parve che ci fossero sempre le stesse persone. Il tavolino dove ero stato seduto, era ancora libero, così mi ci diressi e mi sedetti nel medesimo posto.

Fu allora che lei entrò.

Esattamente come era già successo, con lo stesso vestito scollato, la stessa espressione dura e pensosa. Come prima si sedette al bancone, aspettando…

Come prima, Giacomo entrò nel locale, passandomi davanti senza vedermi, con lo stesso sorriso tronfio, stampato sulla sua brutta faccia. Le passò il braccio intorno alla vita e lei si girò e gli sorrise…

Cos’era quella dannata storia? Mi sembrava di vedere un film già visto. L’angoscia mi soffocava. Ma non finiva mai quella dannata notte? Uscirono insieme, mentre io mi sentivo morire… 

                                                           ……….

 

Quella notte non è mai finita, almeno non per me. Sto scrivendo questa storia sui tovagliolini di carta del Red Lived. Praticamente vivo qui ormai.

Quando sono troppo stanco vado a casa mia e mi butto a dormire sul divano. Stranamente quando sono lì, mia moglie non c’è mai. E’ sempre fuori chissà dove.

Ormai ho capito che nel nostro appartamento, non è rimasta alcuna traccia della mia presenza, a parte un mucchio di telegrammi di condoglianze che ho scovato in una scatola nello sgabuzzino, e la brutta foto nella cornice…

E non fa mai giorno.

In questa notte eterna, per me ci sono solo strade sconosciute e deserte, ombre frettolose di disperati come me, e questo vento freddo che soffia implacabile.

Ho perso la cognizione del tempo. Sembra che nessuno sappia che giorno è, o che ore siano.

Ogni volta, implacabile, si ripete sempre la medesima scena, sempre nello stesso identico modo.

Lei entra e lui la raggiunge, facendo sempre i medesimi gesti. Ormai non ci faccio più caso.

Mi sento disperatamente solo.

Lo so, lo sento che non riuscirò mai ad uscire da questa notte, da questo incubo di tempo sospeso in un presente orribile dilatato all’infinito.

Red Lived?  Forse Red Devil, dovrebbe chiamarsi questo posto orrendo.

Ditemi, è questo l’inferno? Qualcuno mi dica se è questo l’inferno… (A. Robbe)

"Neanche tu scherzi quanto a immaginazione, anzi! C'è sempre quel pensiero inquietante del dopo...che trovo in tanti tuoi racconti. Un giallo metafisico lo definirei o più semplicemente un Ghost  piu' infelice!
Il mio professore di lettere, che se ne intendeva, ci diceva che un grande scrittore è colui che riesce a trasmettere le sue sensazioni, i suoi stati d'animo, con un narrazione sobria, senza ricorrere a forzature espressive! Tu ci riesci"  andrea

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